Europa: il senso della nostra identità

Analisi – L’essere cittadini europei sembra oggi suscitare più diffidenza che orgoglio, più fastidio che speranza. Stiamo lasciando prevalere la paura e il risentimento. Ma pensare di salvarci da soli, in un Paese fragile come l’Italia, è un’illusione. L’analisi di Ugo Perone, già direttore dell’Istituto italiano di cultura a Berlino.

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Romano Guardini, il teologo al cui nome è intitolata la cattedra che attualmente ricopro a Berlino, nacque a Verona nel 1885. Ben presto la famiglia si trasferì in Germania, dove il padre arrivò anche a svolgere la funzione di console. Nel 1911 Romano, che si era formato in scuole tedesche e aveva da poco ricevuto l’ordinazione sacerdotale, decise di optare per la cittadinanza tedesca, nonostante le forti resistenze, soprattutto della madre, e l’italiano sempre parlato in famiglia. Con lo scoppio della guerra la situazione divenne quasi insostenibile, con la famiglia schierata su fronti opposti (Romano come infermiere in ospedali militari, i fratelli nell’esercito italiano). Molti anni dopo, riflettendo su questa ferita che segnò nel profondo la sua esistenza, Guardini osservò che la scelta di diventare tedesco, senza peraltro mai abbandonare l’amore per la lingua e la cultura italiana (celebri i suoi saggi su Dante), gli fu resa meno difficile sullo sfondo di una certezza incrollabile: sono europeo.

Tutto questo accadeva oltre cento anni fa e si dovette passare attraverso l’esperienza di due guerre sanguinosissime che si chiamano mondiali ma sono anzitutto europee. Oggi l’Europa ci ha regalato un periodo di pace così lungo che la maggior parte di noi può dire di non aver conosciuto la guerra. Anzi, l’Europa è diventata il naturale sbocco dei nostri figli (dall’Erasmus, al lavoro, all’intreccio di amicizie). Ciò nondimeno sembra che essere europei susciti più diffidenza che orgoglio, più fastidio che speranza.

Quando nel 1800 i movimenti di liberazione nazionale abbatterono i piccoli confini locali, lo fecero non per tradire le origini, ma per allargarle nel segno della libertà. L’unità nazionale fu un sogno di libertà. Presto purtroppo quel sogno si fece espansionismo, nazionalismo e generò conflitti che segnarono un buon mezzo secolo. La patria non fu più un progetto per qualcosa di più grande e libero, ma un’identità da far valere contro altre patrie.

L’Europa nasce qui, ammaestrata dal pericolo che sia la paura a prevalere, che le differenze s’irrigidiscano fino a produrre esclusioni. Incerti se non amare la nostra patria o aggrapparvisi come a un baluardo estremo, stiamo lasciando prevalere la paura e il risentimento. Ma non si può né conservare qualcosa né tantomeno amarlo facendo leva sul principio del contro.

Non si ama ‘contro’, ma si ama ‘per’. Non cercando la propria identità per differenza e opposizione ad altre, ma facendo crescere e sviluppare quell’identità in un orizzonte più aperto, più libero, più grande. Forse non ci è ancora possibile considerare l’Europa come la nostra patria, perché per riconoscerci ci riferiamo a qualcosa che è più prossimo (una lingua, un accento, un modo di vivere, una casa, un cibo, il profilo di una natura che ci è familiare), ma non dobbiamo commettere l’errore di non vedere che solo nel contesto più ampio dell’Europa ci è possibile oggi avere una patria.

L’equivoco tragico (i sussulti sempre pericolosi di un mondo che è alla fine) dei nuovi nazionalismi, o come anche si dice dei sovranismi, è frutto di una paura che inibisce ogni progetto. Cosa ci promettono? Di restare quello che siamo, ossia un mondo attraversato da disuguaglianze che non ha saputo sanare, percorso da una crisi che fa emigrare un’altra volta i nostri figli. Il vero potere, l’occulto potere della finanza, è sovranazionale, e noi ci illudiamo di contrastarlo chiudendo i porti a disgraziati in cerca di futuro.

Del resto, se non si hanno ideali, se si è smesso di sognare, non resta che difendere quel che si ha. E sperare che qualcosa o qualcuno (l’uomo forte, il capitano coraggioso) ci pensi al posto nostro. E tuttavia in politica i sogni vanno coniugati con i compromessi. Il sogno di un continente multi lingue, multi religione, dove le condizioni di vita siano equiparabili, la sicurezza e i diritti garantiti, le garanzie sociali interscambiabili, deve fare i conti con i compromessi che vengono da condizioni di partenza assai diverse dei popoli partecipanti. Sconta la necessità di procedere gradualmente. Troppi compromessi consumano i sogni, ma nessuna capacità di accettare la gradualità li vanifica. Soprattutto occorre domandarsi se non abbiamo commesso un errore di fondo. Abbiamo atteso l’Europa come la soluzione di tutti i problemi, e ora ce ne ritiriamo di fronte ai troppo pochi che ha risolto (e tuttavia ha liberato le frontiere a merci, beni e persone; ha accolto popoli che venivano dal comunismo; ha sostenuto progetti di sviluppo per le aree più povere; ha contrastato derive di illibertà; ha regolato politiche economiche suicide). Ebbene, proprio noi, che condividiamo questi sentimenti, che cosa abbiamo fatto per l’Europa? Abbiamo lottato per avere una carta fondativa comune o abbiamo accettato senza reazione che venisse bloccata? Abbiamo promosso partiti e politici che volevano più Europa o quelli che ne contrastavano lo sviluppo? Abbiamo accettato di ridurre i poteri nazionali a fronte di quelli comunitari o ci siamo opposti, lamentando poi la debolezza dell’Europa? Abbiamo considerato il Parlamento europeo come il luogo dei grandi dibattiti del futuro o una specie di ‘cimitero degli elefanti’ per politici di seconda linea? E gli intellettuali sono stati capaci di inscrivere l’Europa in una narrazione condivisa (un mito della ragione) in cui ciascuno potesse riconoscersi, o l’hanno con cipiglio guardata dal di fuori come un professorino che deve assegnare i voti?

Non è un caso che in questi tempi siano molti i credenti che reagiscono, che tornano a parlare di solidarietà, di accoglienza, che vogliono un paese in cui dia speranza vivere. Sono persone che si nutrono d’ideali e che guardano più lontano dell’istante. Come dice il presidente Mattarella, persone capaci di misurare il tempo in termini almeno di decenni. Occorre dare un posto all’Europa in questo sogno, perché solo un terreno più largo ci assicura libertà, pace e riduzione delle diseguaglianze.

Ricordo troppo bene gli anni in cui le frontiere obbligavano a dare giustificazione di qualsiasi bene trasportato e costringevano, anche chi come me viveva tra due nazioni, a nascondere piccoli acquisti e consideravano un libretto d’assegni prova di un’esportazione indebita di capitali. Ricordo il gioco di una nazione come l’Italia che di svalutazione in svalutazione rendeva competitivi i propri prodotti aprendo però la strada a un’inflazione crescente e a debiti di bilancio che sarebbero gravati sui propri cittadini.

Vogliamo tornare a quegli anni? Penso proprio di no. Ma la retorica ha trovato formule capaci di produrre in modo subdolo il medesimo risultato. Non si osa dire che non si vuole Europa, si preferisce dire che si vuole un’altra Europa: non così burocratica, né così rigida; non un’Europa dell’austerità e tanto meno un’Europa che s’ingerisca nelle decisioni interne di una nazione. Vogliamo, si afferma, un’altra Europa e per averla buttiamo quella che abbiamo. Sarebbe come chi, per avere un patrimonio più ricco, gettasse il portafoglio che ha.

La Comunità è un bene che ci ha garantito uno sviluppo non solo del benessere ma anche dei diritti, esattamente ciò che ora la violenza della crisi economica mette in discussione. Forse il prevalere dell’insicurezza non ci consente di valutare con chiarezza la realtà.  Pensare di salvarci da soli, in specie in un Paese fragile come l’Italia, è un’illusione, comprensibile, come tutte le reazioni individuali in situazioni di pericolo, ma falsa. O ci si salva insieme, l’Europa tutta, o la grande storia culturale ed economica di un continente diventerà qualcosa di simile a una colonia subalterna ad altri regimi e sistemi, provocando altresì la distruzione di un’eredità culturale millenaria, proprio quella che le frontiere nazionalistiche pretenderebbero salvaguardare. Ci pensino quelli che, per volere più sovranità nazionale, contrastano uno sviluppo comunitario. Ci pensino quelli che, per volere un’Europa migliore, osteggiano quella che hanno. Da opposti versanti producono lo stesso effetto. E portano la responsabilità dei suoi esiti. E non basterà, dopo, dire che non era quello che si voleva. Per un morto non fa differenza alcuna stabilire che l’omicidio non era volontario ma preterintenzionale.

Come reazione a questi rischi occorre tornare a una politica che non si limiti ad amministrare, ma progetti mondi possibili (con Hölderlin: «Là dove è il pericolo, cresce anche ciò che salva»). L’utopia, che ha da sempre accompagnato il far filosofia, non è l’illusoria proiezione in un futuro vagheggiato, ma un pensiero che giudica realisticamente le attuali insufficienze e immagina la possibilità di scardinare i condizionamenti dati per realizzare un presente degno di questo nome. Un innovativo programma europeo di istruzione che produca stabilmente uno scambio di docenti e di allievi, abituandoli alla lingua, alla cultura e al modo di vivere di altri popoli, mi pare urgente. È tempo di affidare (ben oltre l’attuale programma Comenius) all’esperienza comune della scuola il compito di preparare i nuovi cittadini europei.

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