Fare cultura oggi: un nuovo modello di sviluppo

È l’anno di Matera, capitale europea della cultura – Quali sono gli obbiettivi di un grande progetto culturale? Espansione turistica e redistribuzione del sapere: l’analisi di Paolo Verri, direttore generale della Fondazione Matera-Basilicata 2019 e già direttore del Salone del libro di Torino. L’opinione della scrittrice Oggero

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Cosa intendiamo per cultura e perché dopo decenni di dibattito la consideriamo un forte settore economico? Il 2018 appena concluso è stato l’Anno europeo del patrimonio e in tutte le 28 nazioni europee ciascun governo ha cercato di mettere in luce come l’Europa sia ricchissima di patrimonio culturale e come questo elemento sia distintivo rispetto agli altri continenti.

Negli ultimi cinque anni l’impatto sullo sviluppo economico dei territori è sempre più visibile. Nel 2001 ci si aspettava che le criticità provocate dal terrorismo avrebbero ridotto di molto i flussi turistici, in particolare quelli culturali che comportano viaggi di medio-lunga gittata. Invece il turismo mondiale non ha mai smesso di crescere soprattutto in un settore (quello del turismo culturale, appunto) divenuto il più importante, e più redditizio, della principale industria mondiale, quella dell’intrattenimento.

Quando si è deciso di candidare Matera a capitale europea della cultura nel 2009 per controbattere la crisi del settore manifatturiero, specialmente quella legata al settore della produzione dei salotti, è parso evidente che la cultura potesse essere un antidoto assolutamente formidabile al declino micro industriale. Si è studiato il report fatto da Robert Palmer nel 2010, e si è cercato di capire se una piccola città di provincia, lontana dalle normali rotte del turismo e del commercio, potesse diventare un catalizzatore importante di interessi da parte dei singoli cittadini, da parte delle imprese del territorio, da parte di imprese che venivano da altre parti dell’Italia e dell’Europa, e se questa politica di candidare Matera a Capitale europea della cultura potesse servire nel medio lungo periodo anche a trattenere cervelli, a non perdere cittadini, ma anzi ad aumentarli in maniera significativa.

Quello di Matera è un percorso partito dalla consapevolezza di essere entrati in una terza fase del ruolo delle capitali europee della cultura da quando sono nate nel 1985. La prima fase, che è durata sino all’inizio di questo nuovo secolo, ha riguardato città che per lo più sono state individuate per la loro bellezza; nella seconda fase sono state individuate città di medio grandi dimensioni che avevano seri problemi economici e che stavano fronteggiano la fine del fordismo, come è successo a Genova e a Lille nel 2004; è successo a Liverpool nel 2008, è successo nella Ruhr con Essen nel 2010; è successo ancora a Marsiglia, grandissima città portuale operaia, nel 2012.

Matera non può appartenere a nessuna delle due categorie precedenti: città di un fascino unico ma senza un’architettura fatta da grandi architetti, basa la sua bellezza soprattutto su una grande ricchezza collettiva di piccoli insediamenti che mettevano a frutto la possibilità di lavorare con grande facilità la calcarenite, materiale ancora più semplice del tufo. E’ oggi una delle cosiddette «small Ecoc», piccole capitali ai margini dell’Europa.

Tuttavia, nel 2019 il progetto culturale di Matera non è uno specchietto per le allodole per turisti. Cerchiamo piuttosto di far in modo che la cultura sia soprattutto formazione, capacità di stare insieme e capacità di fare questo in maniera permanente. Pensiamo infatti che le società, così come sono definite oggi, siano in Occidente in rapida disaggregazione e che il grande confronto politico in atto fra le metropoli e la parte rurale degli stati, sia l’elemento centrale di nuovi modi di intendere la democrazia.

In questo momento in Italia, e soprattutto al Sud, la spesa pro-capite per cultura che è possibile sostenere da parte dei Comuni è purtroppo decisamente diminuita negli ultimi anni. L’ultimo report di Federcultura, rapporto annuale uscito qualche settimana fa, che riporta dati fino al 2016, ci dice che soprattutto al Sud il decremento ha avuto punte addirittura del 24 per cento. Inoltre, è cambiato totalmente il modello distributivo, e questo ha ancora una volta di più polarizzato i consumi tra il settore urbano, che tuttavia concentra nel Centro-Nord quasi il 65 per cento dei consumi culturali, e il consumo in ambito rurale.

Fenomeni come quello di Amazon costringono a ripensarsi tutta una serie di esercizi e quindi di spazi pubblici: non esistono più videoteche, e quei meravigliosi luoghi chiamati un tempo librerie sono in stato di totale ristrutturazione. Il consumo culturale arriva direttamente sulla piattaforma del consumatore finale che si costruisce, come era già stato studiato dagli esperti negli anni ’90, una sua agenda personale del tutto indifferente alla temporaneità dell’offerta. Chiunque può nutrirsi di serie televisive con ampie scorpacciate, come succede magari vedendo addirittura una, due, tre serie narrative visuali nel corso di un weekend e ciò ha provocato fenomeni completamente impensabili sino solo a qualche anno fa.

Si è aperto un dibattito in Italia provocato da Alessandro Baricco, che riprendendo molte delle tesi scritte nel suo libro più recente, «The Game», ci ha messo davanti ad un dato di fatto, cioè che il ruolo delle vecchie élite che si nutrivano di un certo tipo di cultura avanzata per portare dietro di sé, in maniera benevolmente paternalista, la massa dei cittadini per farli crescere e costruire una società piramidale ma equa, si è totalmente arenata. Queste società si stanno spezzando in due grandi tronconi che sono diametralmente opposti, come dimostra quanto sta emergendo proprio a Davos, cioè un’enorme concentrazione di ricchezza tra le mani di pochi con una enorme difficoltà di ridistribuzione.

Ribadiamo la domanda: «È dunque la cultura qualcosa che serve soltanto a fare sviluppo turistico?». Serve a produrre contenuti, nuove mostre, risistemare il nostro straordinario patrimonio architettonico e anche i nostri beni paesaggistici, principalmente per rivenderli a un numero straordinario di consumatori potenziali: è questo l’obbiettivo principale di produrre cultura? Pur essendo promotore in prima persona di questo tipo di modello di sviluppo, oggi, grazie anche all’esperienza vincente di Matera, credo che la cultura debba essere considerata in primis un bene comune disponibile a ridistribuire sapere ai cittadini.

Torino ha sempre avuto una capacità di ripensare in anticipo le forme di sviluppo urbano a partire dalle competenze locali. Oggi, più che pensare a se stessa, dovrebbe essere fortemente generosa e mettersi al servizio, come sempre ha fatto, del sistema Paese. Immaginare cosa si possa fare per gli altri è spesso il modo migliore per comprendere cosa si può fare per se stessi. Accadde già intorno al 1865, quando il primo piano strategico della città, immediatamente successivo alla perdita del ruolo di capitale, pose in essere che la nostra città dovesse essere la prima a sperimentare, insieme all’energia elettrica, un certo modello di attenzione verso i più deboli e i più bisognosi, un certo modello di inclusione dei giovani, un certo modello di inclusione delle donne.

Quella straordinaria stagione che adesso viene configurata come dei «santi sociali», era in realtà una stagione culturale ricchissima con al centro una discussione potente che toccava non soltanto fette consistenti di chi si occupava per esempio di filosofia e religione, ma anche proprio di politica. Era la stagione del socialismo torinese che si può rileggere in un celebre libro come quello di Edmondo De Amicis intitolato «Primo maggio», che racconta proprio la storia di quelle prime persone che cercavano di capire se il socialismo potesse andare di pari passo al cattolicesimo e che ha dato vita a quel cattolicesimo liberale che è nato a Torino proprio fra la fine del ‘800 e si è sviluppato poi per tutto il ‘900.

Non saprei ora, perché vivo troppo poco la mia città da vicino, se esistono forze culturali giovani di persone che hanno tra i 20 e i 30 anni, che potrebbero cogliere questo tipo di orizzonte come modello di sviluppo. Per crescere come territorio e per dar da mangiare ad un territorio, prima dell’economia deve venire la ricerca, la messa in campo di nuove idee. In tal senso, la sfida prossima non deve essere una sfida antagonista che vede contrapposte le fazioni tra il «si» e il «no» alla Tav, l’investimento in cultura versus quello sociale, le élite contrapposte ai cittadini comuni. In una società sana, ogni cittadino comune può diventare parte di un’élite che deve avere comunque il coraggio di guidare lo sviluppo. Un modello culturale equilibrato è un modello in cui la società si basa su più pilastri contemporaneamente e su più forme di cultura contemporaneamente.

La cultura è principalmente dialogo e apertura e quanto più si è aperti nel contemporaneo, quanto più si sanno sfruttare le reti di cui Torino è ricchissima, tanto più troveremo un modello che è un modello di mediazione fra la cultura politecnica, e quella capacità di produrre nuovi immaginari che ha trasformato Torino, tra il 1998 e il 2008, in un luogo di grande attrattività di talenti e imprese da tutta Italia e da tutta Europa.

Smettiamo di guardare al breve periodo, smettiamo di pensare che sono gli altri a nostro servizio invece che noi al servizio degli altri. Questo sicuramente è quello che insegna chi porta in teatro ogni sera uno spettacolo, come ricordava già Molière, ed è questo l’auspicio, in questo dibattito sull’importanza della cultura, che voglio fare da Matera. Sentirsi, come operatori di cultura, al servizio di nuovi modelli sociali. Solo cogliendo questa sfida costruiremo forse nuovi modelli di sviluppo e potremmo ridare centralità al ruolo della nostra città come traino per l’Italia e per l’Europa.

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