Pandemia Fase due, l’emergenza dei poveri

Coronavirus – Vaste fasce di popolazione rischiano di non risollevarsi dall’emergenza, il Direttore della Caritas torinese invoca potenti provvedimenti di sostegno ai deboli. Non è più accettabile l’esistenza di due città parallele, una che galleggia mentre l’altra affonda

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«Partirà la nave, partirà. Dove arriverà? Questo non si sa» cantava Sergio Endrigo nei primi mesi degli anni Settanta. La domanda è urgente e sensata anche oggi, sebbene non più solo sul tema ambientale. Siamo nei giorni definiti della «ripartenza» in cui si mette l’enfasi sulle riaperture. Ma, se ti sporgi appena un poco in un qualsiasi locale, ti accorgi che quello non è più il locale che avevi frequentato prima del lock down. No, non stiamo ripartendo: stiamo iniziando un tempo nuovo.

Se, magari per ragioni elettoralistiche, ci intestardiamo ad organizzare il futuro come ripartenza finiremo per schiantarci contro il muro della mostra miopia. Meglio, faremo schiantare soprattutto coloro, tra noi, che sulla nave della normalità occupavano i posti più periferici. Nelle troppe parole di vento che vengono pronunciate con sicumera da chi un giorno afferma e il giorno successivo nega con presunte evidenze scientifiche o strategiche, sentiamo fare colpevolmente troppo poco riferimento alla questione sociale che dal Covid sta prendendo forma, nel nostro come in parecchi altri paesi.

Prima, doverosamente, è stato l’elemento sanitario a farla da padrone e a calamitare ingentissime somme di danaro comparse improvvisamente in maniera prodigiosa nei bilanci di istituzioni di varia natura. Poi è subentrato lo spettro economico della recessione come coagulante di ogni decisione e strategia. Qualche spolverata di preoccupazione e di denaro da giocare sui temi legati alla relazionalità e alla scuola è anche arrivata. Tutto il resto viene trattato come effetto collaterale, che è la parte del bugiardino delle medicine che guardiamo sempre molto in fretta, sicuri che a noi il farmaco non ne darà alcuno.

Ma nella vita reale non pare sia così. Almeno se giudichiamo dal volto di quel 40% di persone nuove che hanno bussato alle porte delle mense di carità di Torino o dagli occhi di quel piccolo esercito di nuovi richiedenti che, in Italia, ha fatto alzare del 105% le file davanti alle porte delle Caritas e, al centro di ascolto diocesano di Torino, ha fatto passare da 1.050 a quasi 3.000 la quantità mensile di incontri personali da prima a dopo l’avvio delle misure di contenimento. Se è vero che il tempo della pandemia ha scatenato un fiume in piena di generosità, spirito solidale, intrapresa per il bene comune, donazioni, progetti anche molto originali, attenzioni piccole e grandi, è anche indubitabile che abbia impietosamente fatto emergere tutte le nostre debolezze più nascoste.

Nelle file alle mense o ai centri di distribuzione viveri attendevano molti uomini che, nonostante ogni pregressa iniziativa di regolarizzazione a livello legislativo, potevano mantenere e mantenersi solo attraverso lavoro nero. C’erano le badanti lasciate a casa o per paura del contagio o perché, finalmente, avevamo ritrovato il tempo di essere noi la cura per i nostri anziani. C’erano non pochi lavoratori con il diritto alla cassa integrazione in deroga, ma ancora in attesa di riceverne i benefici o con una partita Iva che avrebbe dovuto consentire loro una seppur inadatta boccata di ossigeno, arrivata ormai tardi. C’era chi prima poteva contare sulla generosità del barista sotto casa o della opportunità della mensa scolastica per non doversi preoccupare di almeno un pasto al giorno.

C’erano i soliti senza dimora, già avvezzi a quella fila ma gravati adesso dal «tutto chiuso» della città. C’erano molti richiedenti asilo che forse semplicisticamente si presumeva di aver sistemato trasferendoli dai luoghi critici in altre sedi, ma invece ancora talmente fragili da essere alla fame. C’erano piccolissimi esercenti, specie di quelle aziende ritenute minori perché non producono né beni né servizi. In alcuni empori solidali c’erano anche gli addetti di piccoli alberghi, trattorie, rifugi alpini, operatori della navigazione sui nostri fiumi e laghi, stagionali del turismo e dell’agricoltura rimasti sospesi, in bilico sull’ignoto. Sospesi che c’erano, che ci sono e ci saranno ancora, e per molto tempo.

Se ero un lavoratore occasionale, con contratto non registrato, che fine farò nell’era della riapertura? La risposta è subordinata sia alla qualità della visione strategica sul futuro sia alla tenuta delle misure cuscinetto per il tempo della emergenza. Entrambe, ad oggi, si sono dimostrate insufficienti. Se poco posso dire circa la strategia complessiva, mi è più facile rilevare che le misure di welfare hanno mostrato tutte le inadeguatezze strutturali mai davvero affrontate nel tempo e sempre coperte da facili architetture nominalistiche che non hanno inciso modificando il modello effettivo. E così le politiche di coesione sociale che, di loro, dovrebbero essere custodi della giustizia e dell’equità, rischiano adesso di generare diseguaglianze e inadempienze gravi rispetto ai diritti delle persone.

«Per fortuna che ci sono le Chiese, il volontariato, la filantropia illuminata» sembra di leggere dietro tante dichiarazioni che esaltano, strumentalmente e in maniera grossolana, la disponibilità della società civile. Non può più essere così o, almeno, non lo deve più essere con le modalità esperite nel pre Covid. La nuova assunzione di responsabilità collettiva rispetto al sociale deve sapere agire sulle strategie a medio e lungo periodo, mettendo in campo iniziative strutturali capaci di sviluppare e di dare ali alla propositività dei gruppi, dei territori, delle persone, delle forme comunitarie di economia.

Finora in tanti abbiamo distribuito cibo: abbiamo fatto il necessario, anche se potevamo organizzarlo meglio, con maggiore discernimento e attenzione. In tanti abbiamo protetto coloro che non potevano neppure permettersi il lusso di starsene a casa, visto che la casa non l’hanno, anche se potevamo molto meglio concordare le azioni e le decisioni. In tanti abbiamo percorso scale per portare la spesa a casa dei più fragili, anche se potevamo provare a promuovere meglio l’autonomia delle persone ed esigere con determinazione il rispetto dei servizi dovuti da parte della collettività.

Ma da adesso in poi non abbiamo più l’alibi della emergenza: dobbiamo rimboccarci le maniche insieme per garantire davvero i diritti e onorare, così, le persone che sono il bene più prezioso della nostra società. Perché, dobbiamo avere l’onestà di dircelo, una ripartenza male interpretata impedirà per molti la possibilità di usufruire del nuovo che si costruirà.

Le due città – una che galleggia, l’altra che affoga – sono una realtà, non un artificio retorico caro a qualche pensiero politico o religioso. Ma non le possiamo più accettare se il Covid ci ha davvero insegnato qualcosa e se tutte le espressioni di fraternità emerse da marzo in poi non sono solo reazione epidermica ma movimento dell’anima.

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