Fine vita, il terribile potere di staccare la spina

Caso Alfie Evans – Sulla vicenda del bimbo di 23 mesi morto il 28 aprile dopo l’autorizzazione del Tribunale inglese al distacco della ventilazione meccanica interviene il teologo padre Giordano Muraro: “l’errore compiuto è stato quello di aver messo sullo stesso piano il giudizio di padre e madre, dei medici, dei giuristi, con prevalenza del parere di questi ultimi”

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Ora basta piangere Alfie e puntare il dito contro chi gli ha aperto le porte del paradiso anzitempo. È Alfie stesso che lo chiede e con Alfie la nostra fede. La fede dice che ora è tra le braccia di Dio e gode le Sue coccole, anche se non sappiamo bene cosa significhino queste parole perchè conosciamo poco o quasi niente delle coccole di un Essere che è Amore e stringe tra le sue braccia questo suo piccolo per tutta l’eternità. Vengono in mente le parole del salmo130, «come un bimbo svezzato tra le braccia della madre», ma sappiamo che anche questa è solo una pallida immagine del vivere in Dio, e può essere addirittura falsificante se viene pensata come uno stato di gioiosa passività. Infatti è sempre la nostra fede che dice che Alfie è entrato nel gioco di Dio-Amore che amando partecipa all’amato la sua passione di essere con Lui e come Lui artefice di amore salvifico. È la verità del mistero del Corpo Mistico. Alfie è vivo in Dio, e l’amore di Dio rende il suo piccolo cuore capace di amare come Lui ama.

Adesso il piccolo Alfie è come il biblico Giuseppe, che dopo essere stato venduto dai fratelli ne diventa il benefattore. Ama tutti gli amati da Dio come Dio li ama e sente la responsabilità della vita e della salvezza dei genitori che hanno lottato con lui e per lui, dei medici che hanno staccato la spina, dei magistrati che ne hanno ordinato il distacco, di quelli che si sono schierati con i genitori e di quelli che hanno pensato come i medici e i magistrati che la sua vita fosse inutile. E agisce. Come? Pregando, intercedendo, supplicando per noi? Certamente. Ma anche perché lo Spirito che è amore e sapienza illumini le menti di tutti, specialmente di coloro che sono responsabili della vita dei più piccoli. Alfie e con lui tanti altri ritenuti inutili sono i nuovi Santi Innocenti, e potrebbero diventare i patroni dei medici, dei giuristi e di tutti coloro che in qualunque modo sono chiamati a decidere della vita di una creatura umana, specialmente se indifesa, perché non si ripeta l’errore che è stato commesso nei suoi confronti.

Quale errore?

Quello di avere messo sullo stesso piano il giudizio dei suoi genitori, dei medici, dei giuristi, con prevalenza del giudizio di questi ultimi, motivato dal fatto che i medici «sanno» perché hanno la scienza medica, e i magistrati «sono oggettivi» perché non sono condizionati, come i genitori, da sentimenti e affetti che possono condizionare in modo determinante le decisioni da prendere. È modo di ragionare che sembra valido, e lo è quando si tratta di valutare cose o comportamenti dell’uomo, ma non quando si tratta della sua vita e in particolare della vita dei figli. In questo caso lo schema deve essere completamente ribaltato: non sono i medici e giuristi che detengono il potere di decidere ascoltando anche i genitori, ma sono i genitori che detengono questa responsabilità (nei confronti della vita dell’uomo non esistono poteri, ma responsabilità), dopo aver ascoltato medici e giuristi. Perché questo capovolgimento? Per il semplice motivo che i genitori sono genitori. Mi spiego.

Giudizio e decisione spettano ai genitori

Si prende sempre più coscienza che nessuno può ritenersi proprietario della vita di un uomo e decidere della sua vita. L’uomo è sempre e solo di se stesso e di Dio. Questo vale per l’uomo che è capace di intendere e di volere e quindi di gestire la propria vita. Ma quando è bimbo e non ha questa capacità, di chi è la responsabilità (non il potere) di decidere del suo esistere? In Inghilterra hanno detto che è dei medici e dei giuristi. Ed è falso, perché è dei genitori, dopo aver consultato i medici. Perché? La gente lo sa per quella specie di intuito che viene definito «buon senso», che permette di esprimere giudizi e di prendere decisioni certe sull’uomo per connaturalitatem anche se non le sa giustificare razionalmente. Lo vediamo nel giusto che connaturalmente percepisce cos’è giusto anche nelle situazioni più complesse perché il suo essere giusto lo mette in sintonia con ciò che è giusto; o come il puro di cuore che percepisce Dio più di qualunque dotto teologo, perché il suo essere è in sintonia con Dio. Lo capiamo anche quando vediamo che lo psicologo, l’educatore o chiunque voglia conoscere l’uomo reale nella sua concretezza e individualità deve prima mettersi con lui in uno stato di empatia.

Questo stato di empatia i genitori lo hanno naturalmente con la vita del figlio almeno in modo iniziale, perché con la procreazione hanno messo nel figlio la loro vita. «Sentono» la vita del figlio, cioè hanno di lui una conoscenza quasi intuitiva non perché lo amano (l’amore nasce dopo e certamente contribuisce alla conoscenza perché moltiplica e intensifica l’attenzione), ma perché hanno con lui un rapporto «ontologico» che la gente definisce «viscerale», che nasce dal fatto che procreandolo hanno messo in lui la loro vita, per cui pulsa nei genitori e figli la stessa vita. Questo rende l’uomo e la donna che lo hanno generato capaci di percepire più di ogni altro cosa sia e quanto valga la vita del figlio quando si deve decidere se staccare la spina o mantenerla attaccata.

La comunanza nell’essere crea una seconda ragione per affermare la priorità del giudizio/decisione dei genitori. Se nei genitori e nei figli pulsa in qualche modo la stessa vita, allora quando si prende una decisione sulla vita dei figli si prende in una certa misura una decisione anche sulla vita dei genitori. E come nessuno può arrogarsi il diritto di decidere della vita di un uomo, così analogamente nessuno può arrogarsi il diritto di decidere della vita del figlio di quell’uomo, perché nella vita del figlio c’è anche la vita di chi lo ha generato.

Sono questi due motivi che inducono a pensare che la decisione di staccare o non staccare la spina spetti ai genitori dopo essersi consultati con i medici. Si continua ad obiettare che l’affetto che lega i genitori ai figli potrebbe falsare il giudizio sulla sua reale situazione, ma la conoscenza di cui sopra abbiamo parlato non nasce dall’affetto, ma dall’unione ontologica che unisce genitori e figli tra di loro. E come un genitore non infliggerebbe a sé la penosità di una vita senza speranza e in perenne stato di sofferenza, così non la infliggerebbe al figlio. La responsabilità di staccare la spina o di tenerla inserita è responsabilità di chi avendo messo la sua vita nella vita del figlio è in grado di prendere questa decisione perché in sé vive anche la vita del figlio.

Lo scarrafone

C’è un detto che è passato in proverbio e che può aiutare a capire queste verità: «Ogni scarafone è bello a mamma sua». Viene sempre interpretato nel senso che l’affetto in qualche modo fa velo e impedisce di vedere la bruttezza del figlio. Ma può avere un significato più vero e più profondo. Una madre non si ferma alla superficie di quello che appare, ma il suo sguardo penetra in profondità e vede presente nel figlio la ricchezza della sua stessa vita, e addirittura la bellezza della vita di Dio, perché fatto a Sua immagine. L’affetto può far velo, ma la percezione che nel figlio c’è la sua stessa vita, rende la madre più attenta e acuta nell’intus legere, cioè leggere in profondità ciò che è e ciò che c’è nel figlio. La scienza astrae, universalizza, trasforma e conferisce alla realtà che studia un essere solo intenzionale dove le cose si chiariscono, ma perdono tutto il calore e la ricchezza della vita vissuta. E se questo non ha importanza, anzi è necessario quando si studiano le cose, ha invece una grandissima importanza quando si studia l’uomo. Chi riesce a cogliere la vita e la ricchezza della vita dell’uomo nella sua realtà concreta e vissuta non è lo scienziato che lo studia, ma è la persona che «sente» che nel figlio c’è la sua stessa vita. Questo avviene solo con la procreazione. E per il figlio sono i genitori. Per questo spetta loro decidere se staccare la spina, perché sono quelli che più di qualunque altro sanno cos’è un figlio, cos’è la vita di un figlio e quando deve essere tenuto in vita.

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