Frére John di Taizè, di che cosa hanno bisogno i giovani?

Emergenza educativa – Frére John della Comunità monastica ecumenica di Taizè il 21 aprile era a Torino per l’incontro “Servire nella gioia”. Intervistato da La Voce e il Tempo il monaco riflette sul vuoto educativo odierno: “prima di essere maestri di spiritualità occorre essere uomini dell’ascolto: i giovani chiedono di essere ascoltati e presi sul serio”

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Frére John di Taizè

Migliaia e migliaia di giovani ogni anno, da ogni parte del mondo si ritrovano a Taizé in Borgogna, per curiosità, per desiderio di spiritualità,  per incontrare altri coetanei e i frères della comunità ecumenica francese fondata da Roger Schutz li ascoltano,  li consigliano, li aiutano a orientarsi nelle loro scelte di vita. Abbiamo chiesto a frère John, a Torino per l’incontro «Servire nella gioia» (servizio a pag. 20) di parlarci dei ragazzi che incontra.

Dal vostro osservatorio come sono i giovani oggi?

I giovani sono un riflesso della società in cui viviamo e credo che oggi non offriamo loro molte occasioni per vivere pienamente. Certamente respirano un clima di grande incertezza legato alla crisi economica e a tante questioni sociali e questo li rende anzitutto fragili. Nel loro intimo però hanno sempre il desiderio di cose grandi: il problema è che non sanno come realizzarle e per questo molti di loro vengono da noi, perché sono alla ricerca di senso, di superare le loro fragilità e cercare di vivere  una vita che intuiscono che possa essere bella, in cui  comunque ripongono delle aspettative. Infatti non appena verificano che possono dare un nome alle loro fatiche, poi capiscono che possono avere speranza nel futuro…

Giovani in dialogo, che si raccontano…

Frère Roger diceva che dobbiamo essere uomini dell’ascolto piuttosto che maestri spirituali e oggi più che mai ci accorgiamo che i giovani hanno bisogno di essere ascoltati, hanno voglia di essere presi sul serio e su questo la scelta del Papa di indire il Sinodo è stata una intuizione significativa. Loro sono il futuro della Chiesa ma bisogna metterli al centro e mettersi in ascolto. E per questo è importante il tempo. Lo verifichiamo con le famiglie che incontriamo: genitori che riscoprono l’importanza di fermarsi per dialogare con i figli, di condividere con loro il momento che stanno vivendo.

Molti giovani di fronte alle fatiche dell’affrontare la vita cedono, si rinchiudono nella tristezza, alcuni arrivano al suicidio sembrano una generazione triste, oltre che fragile.

Quest’anno per noi è l’«anno della gioia», il nostro desiderio è far capire ai giovani che possono sperimentare gioia nella loro vita, ma noi proponiamo la gioia evangelica, quella che non è individualistica, ma che si apre agli altri, non esclude, è una gioia condivisa.

Il rischio è che chiudendosi invece in se stessi trovino risposte alle loro fragilità negli estremismi, nelle rigidità rassicuranti e per questo possono trovarsi a  intraprendere la strada dei fondamentalismi… La via della fede non è questa, è quella della gioia, della relazione.

Nella vostra comunità una regola è l’essenzialità, la semplicità. Come si rapportano i giovani con questo tipo di scelta?

Per prima cosa è bello vedere che i giovani oggi continuano ad essere desiderosi di capire, magari hanno uno choc inziale ma poi apprezzano la semplicità. Poco tempo fa chiedendo a tre ragazzi americani di 16 anni cosa si portavano a casa dall’esperienza di Taizé mi sono sentito rispondere che era stato bello vivere senza il telefonino. Oggi avere contatti continui attraverso i social ci pare che renda più difficili le relazioni concrete, c’è smarrimento e fa pensare che molti ragazzi riferiscano lo stupore di essersi ritrovati, aspettando la cena, a cercare di conoscere chi era vicino a loro a scambiarsi impressioni, probabilmente con il cellulare in mano avrebbero parlato con gli stessi amici, avrebbero visto uno schermo, non si sarebbero messi in gioco. Non si può generalizzare, ma per molti è così. Così anche per il silenzio: i giovani non ci sono abituati, noi tutti ormai viviamo immersi nel rumore, ma quando lo scopriamo allora ci si aprono altri orizzonti..

Proponete un Pellegrinaggio di fiducia sulla terra che significato assume oggi la parola fiducia per un giovane?

La fiducia riassume ciò che noi viviamo: è affidarsi a Dio nella preghiera, nella fede, ma anche nelle persone che ci camminano accanto. Ai giovani vorremmo testimoniare che non bisogna aver paura della vita e delle proprie debolezze in virtù di questa fiducia: in un Dio che li ama e in coloro che  si rendono disponibili ad ascoltarli, a condividere un pezzo di strada con loro . La relazione con Dio e con gli altri è la via per seguire e realizzare la propria vita.

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