Shoah, quei cristiani che salvarono molti ebrei

Giornata della Memoria – Durante la Seconda Guerra Mondiale fu capillare l’aiuto di istituzioni ecclesiastiche, religiosi e laici cristiani nel fornire agli ebrei risorse e rifugi, dal domenicano Giuseppe Girotti al cardinale Arcivescovo di Torino Maurilio Fossati

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padre Giuseppe Girotti

Nella «giornata della memoria» è giusto ricordare non solo i 5-6 milioni di ebrei sacrificati dai nazifascisti nell’orrore dell’«Olocausto» della Seconda guerra mondiale, ma anche coloro che – spesso sacrificando la propria vita – li salvarono.

«Perché non ricordare la figura mitissima di padre Giuseppe Girotti, il valoroso biblista domenicano, accanto a quell’anima di fanciullo di padre Giovanni Himmelrech, colto francescano olandese, entrambi incarcerati e seviziati dai nazisti per avere nascosto degli israeliti?». Così scrive mons. Carlo Manziana, deportato nel campo di sterminio di Dachau, e poi vescovo di Crema.

«Qui non ci sono ebrei. Ci sono solo figli di Dio e anche voi siete figli di Dio» dice la suora agli ufficiali SS che nel novembre 1943 a Firenze sono a caccia degli ebrei nella casa delle Pie operaie di San Giuseppe. Così la fondatrice, madre Maria Agnese Tribbioli (1879-1965) salva i fratelli Cesare e Vittorio, di 2 e 5 anni, e la mamma Marcella, moglie del rabbino Simone Sacerdoti, riparato nel Convitto ecclesiastico fiorentino.

«L’aiuto offerto dai parroci, sostenuti e coadiuvati dalle comunità e dall’Azione cattolica, è complesso e a tutto campo: dalla corrispondenza epistolare con i giovani parrocchiani in guer­ra al soccorso materiale e morale alle vittime dei bombardamenti, agli sfol­lati e ai perseguitati per motivi razziali e politici. Non c’è comunità che non abbia offerto soccorso agli ebrei. Il clero di Moncalieri e i Sacramentini, facendo riferimento al segretario dell’arcivescovo, mons. Vincenzo Barale, soccorsero un nutrito numero di ebrei fuoriusciti dalla Francia. Di fronte ai dati oggettivi, convergenti e inconfutabili, bisogna rico­noscere che i parroci torinesi, coadiu­vati dai giovanissimi viceparroci, nella vergognosa e diffusa latitan­za delle autorità civili, furono davvero i “defensores civitatum”». Lo scribve don Giuseppe Angelo Tuninetti, storico della Chiesa subalpina, nell’opera fondamentale «Clero, guerra e Resistenza nella diocesi di Torino. Nelle relazioni dei parroci del 1945» (Piemme, 1996).

Per vergognosa e colpevole dimenticanza, sui libri di storia, sui giornali e in televisione non troverete una parola sui cattolici che hanno salvato gli ebrei. E dire che la documentazione non manca: Antonio Gaspari, «Nascosti in convento», Ancora, 1999; Alessia Falifigli, «Salvàti dai conventi» (San Paolo, 2005);

Giuseppe Girotti (1905-1945) – «Aiutava gli ebrei» è l’accusa scritta sul registro del campo di Dachau, nel quale la matricola n. 113355 è internato e ucciso. Nato ad Alba il 19 luglio 1905, entra tra i Domenicani a Chieri e il 3 agosto 1930 è ordinato sacerdote. Innamorato della Bibbia, si specializza all’École Biblique di Gerusalemme. Si dedica all’insegnamento di Sacra Scrittura, Ebraico ed Esegesi biblica, nello studentato domenicano di Santa Maria delle Rose a Torino. Personalità anticonformista si contrappone alla protervia dei gerarchi fascisti, che lo tengono sotto controllo. «Tutto quello che faccio è solo per la carità» dice. Non esita a soccorrere gli ebrei perseguitati dalle leggi razziali del 1938. Sotto l’impulso di Pio XII e dei vescovi, migliaia di israeliti e perseguitati politici sono nascosti nei conventi e nelle parrocchie di Roma e di tutta Italia.

Padre Girotti è tradito da un miserabile che aveva aiutato e cade nel tranello della polizia fascista. Il 29 agosto 1944 inizia una terribile via crucis che lo porta nel «lager» di Dachau, primo campo di concentramento nazista con la famosa e macabra scritta «Arbeit macht frei. Il lavoro rende liberi». Bolgia infernale dove regnano abbrutimento e privazioni. Vi passano 3.800 preti e oltre 1.500 sono uccisi con le più raffinate e sadiche umiliazioni naziste. Infu­ria un’epidemia di tifo e i prigionieri sono divorati dai pidocchi. Smagrisce a vista d’occhio, ha lancinanti dolori reumatici e le gambe gonfie: «Sono solo più pelle e ossa. Un mucchietto di ossa e pelle flaccida». Il suo olocausto si compie il giorno di Pasqua, 1° aprile 1945: è ucciso con una iniezione di benzina. Sulla sua cuccetta i compagni scrivono «Qui dormiva san Giuseppe Girotti». Ventotto giorni dopo gli americani liberano Dachau. Il 14 febbraio 1995 riceve alla memoria la medaglia di «Giusto tra le Nazioni». Il 26 aprile 2014 il martire è dichiarato beato ad Alba.

Enrica (Maria Angela) Alfieri (1891-1951) – Nasce a Borgo Vercelli il 23 febbraio 1891, a 20 anni entra tra le Suore della carità di Santa Giovanna Antida e assume il nome Enrica. Inviata a Milano, nella sezione femminile di San Vittore, diventa un punto di riferimento per tutti e vive una testimonianza eroica sotto l’occupazione nazifascista. Si muove come un «angelo» per confortare ebrei e prigionieri politici, reclusi comuni e perseguitati dal regime fascista. Molti suoi protetti ne conservano un ricordo indelebile. Tra essi antifascisti notissimi come il presentatore televisivo Mike Bongiorno e il giornalista e scrittore Indro Montanelli: «Emanava una luce di speranza; accoglieva, illuminava e riscaldava; con l’amore stemperava le rabbie, le prepotenze, le volgarità e ha portato molti alla conversione». Stabilisce contatti con i partigiani, passa informazioni e messaggi, tenta di evitare le deportazioni. La scoprono con il bigliettino di una donna ebrea: il 23 settembre 1944 «l’angelo di San Vittore» finisce dietro le sbarre e scampa la fucilazione per l’intervento del cardinale arcivescovo di Milano Ildefonso Alfredo Schuster, che scrive a Mussolini: salvata dalla pena capitale, è internata nel campo di Grumello al Monte (Bergamo). Il 7 maggio 1945 il Comitato di Liberazione nazionale, con tutti gli onori, la riaccompagna a San Vittore. Muore il 23 novembre 1951 ed è beatificata il 26 giugno 2011 in piazza Duomo a Milano.

Analoghi fatti avvengono a Torino dove nell’aiuto agli ebrei rifulgono il cardinale arcivescovo Maurilio Fossati (1876-1965); il segretario mons. Vincenzo Barale (1903-1979); la religiosa sarda suor Giuseppina (Rosina) De Muro (1903-1965), figlia della Carità e «angelo delle Nuove»; il salesiano don Vittorio Cavasin (1901-1992) direttore del collegio salesiano di Cavaglià; la partigiana Anna Rosa Gallesio Girola (1912-2010). Scrive don Tuninetti: «Verso il fascismo Fossati tenne la schiena diritta: non fu mai servile e all’occorrenza protestò contro le prepotenze e violenze fasciste. Il regime volle punirlo arrestando il segretario. La parola d’ordine, lanciata da Pio XII, era quella di aiutare e salvare gli ebrei. Fossati la fece propria, avvalendosi di tutti gli strumenti possibili a cominciare dal segretario».

Mons. Vincenzo Barale rischia la vita. Il 3 agosto 1944 la polizia fascista lo arresta, lo chiude in via Asti e poi nel braccio tedesco delle Nuove, infine nel domicilio coatto all’Istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone (Milano). Lo salva dal «lager» il cardinale Schuster, sollecitato da Fossati. Nel 1955 a Milano l’Unione delle comunità israelitiche italiane gli conferisce la medaglia d’oro: «Segretario dell’arcivescovo di Torino accolse e protesse tutti gli ebrei che durante le persecuzioni si rivolsero a lui per aiuti e consigli. Attraverso inenarrabili pericoli trasse a salvamento, nascondendo o facilitando l’espatrio, singoli e fami­glie. Nemmeno in carcere interruppe la sua attività instancabile, illuminata dalla fede».

Il 19 novembre 2015, nella Sala consiliare di Ri­voli, viene consegnata la medaglia di «Giusto fra le nazioni» alla memoria di Vincenzo Barale e di Vittorio Cavasin, grazie alle testimonianze di tre ebrei, salva­ti dallo sterminio quando erano ragazzi. Su disposizione di Fossati, il segretario Barale li accompagna al collegio sa­lesiano di Cavaglià, diretto da don Vittorio Cavasin. Sono due fratelli italiani, il cui padre ha perso il lavoro per le leggi razziali del 1938, e un bambino tedesco il cui padre era stato ucciso in Germania e la cui madre, rifugiatasi in Italia, era stata poi deportata. Tutti e tre rendono testimo­nianza della correttezza dei loro salvatori che né li convertirono né li battezzarono.

Nel febbraio 1946 suor Giuseppina De Muro, supe­riora delle Figlie della carità di San Salvario, invia una lunga relazione a Fossati sull’attività svolta alle Nuove: «Dopo l’8 settembre 1943 l’opera nostra assunse un carattere di eccezione. La nostra resistenza all’oppressore, per proteggere i fratelli oppressi, inizia con l’occupazione tedesca del primo braccio delle Nuove: vi gettavano le loro prede, di cui erano gelosissimi. Ciò che avveniva là dentro era per noi un cupo e assillante mistero». Il comando germanico chiede alla suora di sorvegliare le donne antifasciste arrestate. La disciplina è durissima: le recluse sono stipate in celle anguste e fatiscenti, non godono dell’ora d’aria, non possono seguire le funzioni religiose né ricevere pacchi e denaro da casa. Senza curarsi delle minacce delle SS, suor Giuseppina e le suore fanno entrare in carcere i membri della San Vincenzo, anche per la complicità di qualche soldato tedesco.

Molto più bru­tali sono i militi della Brigata fascista che affiancano le SS. La partigiana Anna Rosa Gallesio Girola, membro della Gioventù cattolica femminile, dopo l’8 settembre 1943 organizza un gruppo di donne che distribuisce la stampa clandestina e nasconde i ricercati dai nazifascisti. Una condizione terribile vivono le 140 donne ebree, rinchiuse in attesa di essere depor­tate: le SS avevano rastrellato le bambine e avevano strappato le anziane dai letti delle case di riposo. Le donne cattoliche – con la distribuzione di frutta e medicinali, boccette di zabaione, crema e carne liquida – portano le comunicazioni dei partigiani. Sui detenuti destinati alla deportazione, rammenta: «Quanti nostri figli innocenti vedemmo partire? In gruppi talvolta numerosissimi erano prelevati e avviati al loro brutto destino in tutta segretezza e senza preavviso, di notte o all’alba. Per portare un conforto a questi infelici occorre vegliare, vigili e silenziose, tutta la notte, molte notti. Le guardie tedesche ormai chiudono un occhio sull’assidua nostra opera; quando però si tratta dei deportati cercano di ingannarci sottraendoli alla nostra vigilanza. Ma per noi non esiste né sonno né paura: i poveri figlioli non devono partire senza le nostre cure».

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