Gli Stati Uniti riconoscono il genocidio armeno

Usa – La Camera degli Stati Uniti il 30 ottobre ha riconosciuto – quasi all’unanimità,  405 «sì», 11«no» su 435 voti – una risoluzione che riconosce e invita «a commemorare il genocidio armeno e a rifiutare i tentativi di associare il Governo americano alla sua negazione»

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La Camera degli Stati Uniti ha riconosciuto il 30 ottobre 2019 – quasi all’unanimità,  405 «sì», 11«no» su 435 voti – una risoluzione che riconosce e invita «a commemorare il genocidio armeno e a rifiutare i tentativi di associare il governo americano alla sua negazione». Il «sì» bipartitico è salutato da un lungo applauso. È il riconoscimento formale di Washington. La Camera approva anche – 403 «sì» e 11 «no» (ora passa al Senato) – una risoluzione che chiede al presidente Donald Trump di imporre sanzioni e restrizioni alla Turchia per l’offensiva militare in Siria. Furibonda la reazione turca: Ankara convoca l’ambasciatore americano. Il Paese guidato dal dittatore Erdogan «rifiuta» la risoluzione, la bolla come «decisione a uso interno, priva di qualunque base storica e giuridica, un passo politico insignificante».

Il 1917 è l’anno di svolta nella Grande Guerra (1914-18) – Diserzioni negli eserciti e rivolte della gente spossata, anche da uno degli inverni più rigidi del secolo; Caporetto e Rivoluzione Russa; denuncia dell’«inutile strage» e genocidio degli armeni, il primo (e dimenticato) del XX secolo. «Metz Yeghern, il Grande Male» colpisce un nobile popolo. Re Tiridate III di Armenia, convertito e battezzato con la sua corte da san Gregorio Illuminatore, nel 312 dichiara il Cristianesimo «religione di Stato», un anno prima che l’«editto di Milano», sottoscritto nel febbraio 313 da Costantino il Grande per l’Occidente e da Valerio Liciniano Licinio per l’Oriente, conceda libertà di culto anche ai cristiani. Sotto l’Impero Ottomano un milione e mezzo di armeni rifiutano di rinnegare la fede e sono sterminati. Inizialmente i non musulmani sono protetti dall’Islam in quanto «gente del libro» e monoteisti: tra islamici e non musulmani, pur in posizione subalterna, la coabitazione regge fino a quando il nazionalismo non conta­gia anche l’Impero Ottomano. A Costantinopoli presso la Sublime Porta le minoranze religiose sono protette dalle potenze europee: la Francia tutela i cattolici, la Russia gli ortodossi, la Gran Bretagna i protestanti e gli anglicani, gli Stati Uniti gli ebrei.

Lo stermino comincia nel 1894-96 con Abdul-Hamid II – I sultani sono sovrani politici e capi religiosi. Nel 1908 i Giovani Turchi lo depongono e lo sostituiscono con il fratello Mehmet V; propugnano un nazionalismo che soffoca i non musulmani; sterminano 30 mila armeni. Alla vigilia della Grande Guerra le potenze europee ritirano il personale diplomatico e così le minoranze religiose restano indifese. I Giovani Turchi ne approfittano e nella notte del 23-24 aprile 1915 passano di casa in casa ad arrestare e uccidere 50 intellettuali, accusati di essere la «quinta colonna» dell’Impero Russo. Un pretesto per scatenare la pulizia etnica che dura fino al 1922. Conversioni forzate, maltrattamenti, deportazioni e «marce della morte» provocano un milione e mezzo di morti per fame, malattie, sfinimento. Sovrintendono ufficiali tedeschi in collegamento con l’esercito turco, «prova generale» della deportazione nazifascista degli ebrei, con il ghigno beffardo di Hitler: «Chi ricorda più lo sterminio degli armeni?». I principali genocidi del XX secolo sono: i nazifascisti (1939-45) sterminano 6 milioni di ebrei e mezzo milione di zingari perseguitati, seviziati, sterilizzati e gasati perché «razza inferiore» nel «Porajmos, Grande divoramento»; stalinismo comunista in Urss con milioni di morti (1924-53); Khmer rossi in Cambogia (1975-79); pulizia etnica in Bosnia (1992-96), in Ruanda e Burundi (1994).

Periscono vescovi, sacerdoti, religiosi, donne, uomini, anziani, bambini e malati armeni, assiri, caldei, greci. L’ecatombe innesca la diaspora in Europa, Stati Uniti, Russia e Ucraina, Sudamerica. Benedetto XV scrive al sultano Mehmet V (10 settembre 1915) per far cessare l’eccidio «che avviene contro il volere di Vostra Maestà. Il popolo armeno, per la reli­gione che professa, è spinto a mantenere fedele suddi­tanza a Vostra Maestà». Nella risposta il sultano sostiene l’impossibilità di distinguere fra inno­centi e sediziosi e giustifica la pulizia etnica. Il Papa proclama «dottore della Chiesa universale» Sant’Efrem Siro vissuto in esilio a Edessa in Turchia. In visita in Armenia, Giovanni Paolo II (27 aprile 2001) definisce lo sterminio «un’aberrazione disumana, un tempo di indicibile terrore e sofferenza».

Suscita le ire della Turchia anche Papa Francesco che celebra in San Pietro il centenario del martirio e proclama dottore della Chiesa San Gregorio di Narek, monaco, filosofo, teologo, mistico e poeta: «Fare memoria dello sterminio di un milione e mezzo di armeni sotto un regime totalitario è doveroso, per il popolo armeno, per la Chiesa, per la famiglia umana perché il monito che viene da questa tragedia ci liberi dal ricadere in simili orrori. Quel massacro fu un vero martirio. Sentiamo il grido di tanti fratelli e sorelle che, per la fede in Cristo o l’appartenenza etnica, sono uccisi, decapitati, crocifissi, bruciati vivi, costretti ad abbandonare la loro terra. Basta conflitti e violenze fomentate strumentalizzando le diversità etniche e religiose. Si riprenda il cammino di riconciliazione tra il popolo armeno e quello turco».

Ma la Turchia si ostina a negare e non vuol sentir parlare di «genocidio». L’11 dicembre 1946 l’assemblea delle Nazioni Unite (risoluzione 96) riconosce «il crimine di genocidio, negazione del diritto alla vita di gruppi umani, razziali, religiosi, politici o altri, che siano stati distrutti in tutto o in parte». Il termine è coniato da Raphael Lemkin, giurista polacco (1944). In risposta alle parole di Papa Bergoglio, il ministero degli Esteri convoca mons. Antonio Lucibello, nunzio apostolico ad Ankara, e gli esprime «il disappunto del governo. Le dichiarazioni del papa non sono fondate su dati storici e sono inaccettabili». Nominare in pubblico il genocidio è punito con tre anni di carcere in quanto «gesto anti-patriottico e vilipendio dell’identità turca»: per questo molti sono perseguitati, tra cui lo scrittore Orhan Pamuk, Premio Nobel per la letteratura 2006, e il giornalista armeno Hrant Dink, ucciso da un ultranazionalista. Nel 2014 il primo ministro Recep Tayyip Erdogan, poi presidente-dittatore, con un gesto a sorpresa, esprime le condoglianze «ai nipoti degli armeni uccisi». Le cifre sono discordanti: secondo l’Armenia le vittime sono almeno 1 milione e mezzo; secondo la Turchia 300 mila: secondo l’Associazione internazionale degli studiosi di genocidi sono «oltre un milione». Riconoscono il genocidio armeno: Argentina, Armenia, Belgio, Canada, Cile, Cipro, Francia, Grecia, Italia, Lituania, Libano, Paesi Bassi, Parlamento europeo, Slovacchia, Stato Città del Vaticano, Svezia, Uruguay, Venezuela. Il Congresso degli Stati Uniti nel marzo 2010 approva la risoluzione che ne chiede il riconoscimento, ora è avvenuto.

Un secolo fa a Torino trovano accoglienza anche i profughi armeni. A Roma Pio XI mette a disposizione dei profughi la residenza estiva di Castel Gandolfo. Don Adolfo Barberis, segretario del cardinale arcivescovo di Torino Agostino Richelmy, un vulcano di attività, in una lettera descrive l’accoglienza: «Si ripetono un poco le opere di carità di Lourdes, in beneficio dei poveri profughi, nell’Istituto Sant’Anna. Si vanno ad accogliere alla stazione donne e fanciulli a tutte le ore della notte: si dà loro da mangiare e da bere, poi un poco di materasso per riposare, una benedizione, spesso Messa, confessione e Comunione, poi si mandano a spasso nel nome del Signore, e si accolgono altri».

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