I novant’anni della senatrice Liliana Segre

10 settembre – Il Presidente Sergio Mattarella ha elogiato la senatrice Liliana Segre nel giorno in cui ha compiuto 90 anni per l’«alta e preziosa testimonianza contro odio e violenza, in difesa dei diritti di tutti e nel rifiuto di ogni discriminazione»

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Liliana Segre - foto Sir

Il presidente Sergio Mattarella elogia la senatrice Liliana Segre nel giorno in cui compie 90 anni per l’«alta e preziosa testimonianza contro odio e violenza, in difesa dei diritti di tutti e nel rifiuto di ogni discriminazione». La signora condanna il pestaggio di Colleferro e l’assassinio del 21enne Willy: «Mi ha suscitato tormenti e ricordi terribili ed è la prova che il fascismo è ancora tra noi». Un particolare sconosciuto è stato rivelato dallo storico Andrea Riccardi sul «Corriere della Sera» del 28 luglio 2020: «Il Vaticano cercò di venire in soccorso a Liliana bambina e al padre Alberto, deportato con lei e morto ad Auschwitz». Di questo c’è traccia nell’Archivio apostolico vaticano (già Archivio segreto) dal marzo scorso aperto da Papa Francesco sul pontificato di Pio XII (1939-1958). Alberto Segre e la figlia quattordicenne sono caricati il 30 gennaio 1944 sulla tradotta ferma al binario 21della stazione centrale di una Milano «immersa nell’indifferenza».

L’INTERVENTO DELLE NUNZIATURE DI BERNA E BERLINO – Spiega il prof. Riccardi: «Alberto aveva deciso di non fuggire al momento delle leggi razziste del 1938 nonostante le pressioni del padre di Tullia Zevi, suo amico, tale era la fiducia nell’Italia. Poi nel 1943 tutto precipitò e il loro destino fu segnato». Ma i fratelli della madre di Liliana, gli zii Oscar e Dario Foligno, non si rassegnano: «Oscar sollecitò la nunziatura di Berna, guidata da mons. Filippo Bernardini, in contatto con gli ambienti ebraici e la Croce Rossa internazionale». Il 30 giugno 1944 invia un messaggio toccante: «Pensovi con tanto affetto tranquillizzatemi vostro stato di salute indicando se possibile invio pacchi. Abbiate fede vi abbraccio Oscar». Interviene la Croce Rossa internazionale perché quella italiana, soggiogata ai fascisti, si disinteressa degli ebrei. Mons. Cesare Orsenigo, nunzio a Berlino, il 25 luglio 1944 inoltra la segnalazione al Comitato internazionale chiedendo notizie di Alberto e Liliana «tra gli ebrei italiani internati». Ma la Germania tace.

PER I SEGRE SI MUOVE DIRETTAMENTE IL VATICANO – Il 23 agosto 1944 mons. Giovanni Battista Montini, sostituto della Segreteria di Stato e futuro Paolo VI – che dirige la Commissione vaticana soccorsi – manda un telegramma al nunzio a Berlino: «Prego assumere notizie giovinetta Liliana Segre che pare trovarsi campo di concentramento Pomerania Greifswald. Voglia prestare possibilmente assistenza». Riccardi osserva: «Non si fa cenno ad Alberto Segre. Anche il luogo di destinazione è cambiato. Probabilmente l’interessamento autorevole è stato sollecitato dall’altro zio, Dario Foligno, che nel 1937 si era convertito al Cattolicesimo ed era avvocato rotale». Il passo autorevole di Montini smuove la nunziatura a Berlino: il 19 settembre 1944 si rivolge al ministero degli Esteri tedesco. Ancora Riccardi: «Non arrivò nessuna risposta, come era uso quando si trattava di ebrei, per significare che di loro non si poteva trattare con il Ministero. Una nota senza data fa stato di vari passi vaticani per gli ebrei». Ma tutte le segnalazioni a favore dei non ariani arrestati non sortiscono alcun effetto.

LA MEMORIA DI PIO XII INSOZZATA DALLA «LEGGENDA NERA» – I diplomatici vaticani si trovavano davanti un muro. Testimonia Riccardi: «Pio XII doveva conoscere la vicenda di Liliana perché, dopo la guerra, quando la ricevette in udienza, presentatagli dallo zio Dario, vedendola in ginocchio secondo il protocollo, le disse: “Alzati! Sono io che dovrei stare inginocchiato davanti a te”». Questo dice il grande animo che è stato Papa Pacelli la cui memoria è insozzata da una vergognosa «leggenda nera». Non solo Liliana e Alberto Segre sono oggetto di interventi umanitari del Vaticano, ma anche molti altri ebrei deportati. Nel «Giorno della memoria», 27 gennaio 2020, la senatrice a vita ringrazia Papa Francesco per le parole dedicate all’anniversario della liberazione del campo di Auschwitz-Birkenau: «Senza storia non c’è memoria. Se perdiamo la memoria annientiamo il futuro». In un’intervista alla «Radio Vaticana Segre afferma: «Faccio mie queste parole perché le sento profondamente, dopo aver vissuto quel periodo, per me indimenticabile e di cui mi sono fatta testimone. Per tanti anni ho incontrato ragazze e ragazzi raccontando la mia storia, ma senza mai parlare di odio. E anche questo è un altro aspetto in cui mi trovo d’accordo con il Papa: “Dissodare il terreno su cui cresce l’odio, seminandovi pace”. Mi batto da tanti anni affinché nulla vada perduto del dolore di tante vittime, nulla vada dimenticato dei fatti orribili e indicibili accaduti ad Auschwitz e negli altri campi».

LA SOLIDARIETÀ DI FRANCESCO E DEL VATICANO ALLA SEGRE – Durante i duri attacchi sulla Rete, l’assegnazione della scorta e l’astensione della destra sulla Commissione antisemitismo, il 13 novembre 2019 all’udienza generale Papa Francesco improvvisa: «Il popolo ebreo ha sofferto tanto nella storia. È stato cacciato via, perseguitato anch’esso. Nel secolo scorso abbiamo visto tante, tante brutalità che hanno fatto col popolo ebreo. E tutti eravamo convinti che questo era finito. Ma oggi incomincia a rinascere qua e là l’abitudine di perseguitare gli ebrei. Fratelli e sorelle, questo non è umano né cristiano. Gli ebrei sono fratelli nostri e non vanno perseguitati. Capito?». Un incontro fra Segre e il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin avviene a Milano il 28 novembre 2019 all’inaugurazione del 99° anno accademico dell’Università Cattolica: nella prolusione «Una diplomazia al lavoro per la pace», Parolin addita come modello Giovanni XXIII, rappresentante pontificio in Medio Oriente e a Parigi durante la Seconda guerra mondiale. È un riservato ma incisivo segno di solidarietà della Santa Sede alla senatrice, sbeffeggiata e minacciata dagli ambienti di destra. Parolin ascolta i racconti della deportazione, dell’Olocausto e delle ultime minacce: «Sono colpito perché so che è circondata da molto odio».

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