Migranti e profughi, i morti che nessuno piange

Analisi – L’impatto dell’emergenza sui diritti dei migranti e dei profughi. Il dolore e la tragedia a Bergamo, come a Lampedusa. In un documento firmato anche da Fondazione Migrantes la riforme urgenti, dal diritto alla cittadinanza all’abrogazione dei “decreti sicurezza”

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Tutto sembra essersi fermato. Da settimane le notizie principali riguardano l’emergenza sanitaria che sta affrontando l’Italia con la conta giornaliera dei nuovi contagiati, dei decessi, dei guariti. Ma l’emergenza, nel momento in cui la pressione si allenta sugli ospedali, la si avverte per la strada, tra le persone più vulnerabili. La vita è continuata e per alcuni è diventata ancora più faticosa. In tanti si sono ritrovati più poveri. Certamente la popolazione straniera, con lavori precari già prima di questa crisi, oggi accusa duri colpi.

Nelle ultime ore l’esigenza forte, richiamata da più parti, della regolarizzazione delle centinaia di migliaia di persone straniere che vivono in Italia senza permesso di soggiorno si fa pressante. Servono braccia per l’agricoltura: i raccolti sono a rischio e allora si pensa a regolarizzazioni per comparti produttivi. Ma, perché possa essere garantita la tutela della salute collettiva e riconosciuta la dignità alle persone straniere che vivono con noi nel rischio di sfruttamento ed emarginazione sociale, è importante che non solo «qualcuno» possa accedere a provvedimenti di regolarizzazione. Altri paesi hanno intrapreso tali percorsi, in primis per la sicurezza sanitaria dei loro cittadini.

Nel frattempo anche in questi mesi decine di morti e dispersi nel Mediterraneo, ma quasi non se ne parla. Eppure sono tragedie umane al pari delle nostre, accomunate dal dolore, dalla solitudine di corpi a cui l’impossibilità di essere restituiti agli affetti toglie la dignità che meritano, rendendo ancor più affilata la sofferenza. Le immagini dei mezzi militari che trasportano i feretri da Bergamo rimarranno nelle nostre menti. A Bergamo come a Lampedusa: il dolore della perdita di un caro e il dolore di non poter celebrare i propri morti è lo stesso ovunque, seppur le storie siano diverse.

Oggi la nostra attenzione è tutta rivolta alla ‘fase 2’. La gente ha voglia di uscire, di incontrarsi, di normalità. Dopo un’iniziale euforia per le possibilità che la tecnologia ci offre, da più parti si avverte una certa stanchezza per riunioni in remoto, aperitivi a distanza, lunghe conversazioni mentre si svolgono le faccende domestiche. È indubbio che lo smart working sia una benedizione per quanto riguarda la sfera lavorativa, ma la vita ha bisogno di incontri reali. Siamo in astinenza dell’Altro. Anche quando si ha una casa, da mangiare e si sta bene di salute, figuriamoci come si sente chi invece non può contare neppure su queste sicurezze materiali.

Mentre nel mondo si stava diffondendo in modo virale una certa retorica sulla chiusura dei confini, del «bastiamo a noi stessi», l’invisibile Covid-19 si è insinuato e ha viaggiato ovunque, ci ha costretti a vivere isolati, ci ha impedito di abbracciare i nostri cari, ha rivoluzionato le nostre vite. Abbiamo reagito con una resilienza creativa, ma non possiamo negare le ferite. Le persone morte nella solitudine – la tragedia nella tragedia – la perdita dei nostri anziani, i bambini costretti a vivere in pochi metri quadrati, gli ingenti danni economici subìti…

In questo periodo le parole di Papa Francesco ci hanno accompagnato nel cammino quaresimale e ci hanno aiutato a rileggere quanto stava accadendo. Le sue parole hanno certo aiutato a non chiudere le nostre coscienze e con l’omelia della Divina Misericordia a metterci in guardia contro un virus ancora peggiore: quello dell’egoismo indifferente.

Chissà se da questo virus, che certo lascerà segni nelle nostre vite, impareremo qualcosa? Padre Cantalamessa nell’omelia del Venerdì Santo ci ha ricordato che questa pandemia «ci ha bruscamente risvegliati dal pericolo maggiore che hanno sempre corso gli individui e l’umanità, quello dell’illusione di onnipotenza. Abbiamo l’occasione – ha scritto un noto Rabbino ebreo – di celebrare quest’anno uno speciale esodo pasquale, quello ‘dall’esilio della coscienza’. È bastato il più piccolo e informe elemento della natura, un virus, a ricordarci che siamo mortali, che la potenza militare e la tecnologia non bastano a salvarci».

Nello stesso tempo, proprio in questo periodo, abbiamo colto tanta umanità e generosità: medici, infermieri, volontari, credenti impegnati, presbiteri, religiose e religiosi, genitori fantasiosi nel cercare ogni giorno di rendere meno pesante la vita dei loro bambini. E ancora: forme di solidarietà nuove tra vicini, aiuti economici per rispondere alle carenze delle strutture sanitarie, cassette comparse nella nostra città con messaggi che recitano «chi non può prenda, chi può metta», sostegni alimentari, raccolte di farmaci. Abbiamo visto medici venire in soccorso alla crisi sanitaria italiana con una grande manifestazione di solidarietà tra popoli. Sono arrivati aiuti dalla Russia, dalla Cina, da Cuba, dall’Albania, ma anche dall’Egitto, dal Kuwait. Ad accoglierli a Caselle il governatore regionale del Piemonte Cirio e la sindaca di Torino Appendino. Il loro arrivo ha significato «ossigeno» per le strutture sanitarie.

Eppure in Italia sono presenti migliaia di medici di origine straniera, i quali senza cittadinanza non possono lavorare negli ospedali pubblici. Si veda quanto accaduto a Roma: lOspedale Spallanzani, nel pieno della fase di emergenza, ha messo a concorso posti di lavoro a tempo determinato per medici. Requisito necessario la «cittadinanza italiana o di un Paese Ue».

E allora non resta che sperare che, in questo senso, l’emergenza ci contagi, facendoci riscoprire la bellezza della solidarietà e del dialogo fra i popoli, fra Paesi ricchi e poveri. Che ci dia il coraggio di reindirizzare le risorse previste per il settore delle armi a beneficio della sanità, della scuola e del sociale. Che non vengano indeboliti ulteriormente i diritti dei lavoratori. Ci auguriamo che in nessun Paese, per rafforzare ulteriormente la sorveglianza della polizia sulle popolazioni, si restringano permanentemente le libertà personali.

Sulla scia dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, vogliamo sperare in un’opportunità per indirizzare le nostre vite e le nostre istituzioni verso una nuova sobrietà e verso il rispetto per il Creato. Non ci resta che sperare, dunque, che la generosità e la solidarietà non si arrestino con la fine dell’emergenza, segno di azioni spinte dalla morsa della paura. Che ci si ricordi che le frontiere aperte hanno permesso a personale e materiali sanitari, di cui necessitavamo con urgenza, di entrare nel nostro Paese. Che i medici di origine straniera già presenti sul nostro territorio ma sprovvisti della cittadinanza italiana vengano valorizzati e considerati alla pari dei nostri concittadini.  Che la stessa angoscia che abbiamo provato ogni giorno nell’ascoltare il numero dei decessi ci colga ancora quando tra una notizia e l’altra ci verrà detto che in altri paesi nel mondo sono morti a causa di guerre migliaia di persone o che nell’attraversare il Mediterraneo per la ricerca di una vita migliore sono annegate decine di persone.

Che la stessa tristezza che ci ha pervasi nel vedere immagini di mezzi militari carichi di salme la proviamo nel sentire che un anziano è stato trovato solo e senza vita nella propria abitazione, o che un padre di famiglia si è trovato in condizioni disperate per aver perso il lavoro o che genitori e figli devono vivere anni separati in paesi diversi a causa di leggi o procedure amministrative che impediscono o rendono difficoltoso il loro ricongiungimento.  Che impariamo a capire che non ci sono differenze e confini tra chi soffre.

Non ci resta che sperare che le parole di Papa Francesco abbiano scosso le nostre coscienze: «Siamo tutti fragili, tutti uguali, tutti preziosi. Quel che sta accadendo ci scuota dentro: è tempo di rimuovere le disuguaglianze, di risanare l’ingiustizia che mina alla radice la salute dell’intera umanità! Impariamo dalla comunità cristiana delle origini, descritta nel libro degli Atti degli Apostoli. Aveva ricevuto misericordia e viveva con misericordia: ‘Tutti i credenti avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno’ (At 2,44-45). Non è ideologia, è cristianesimo».

Ci auguriamo, dunque, di avere occhi per vedere che gli effetti delle disuguaglianze formali e sostanziali diventano ancor più evidenti in questi momenti, così come gli strascichi che lasceranno. Di poter tornare a una vita ‘normale’, nella speranza però che qualcosa nel frattempo sia cambiato. Sicuramente se lo augurano i poveri, gli anziani soli, i lavoratori sfruttati dall’egoismo organizzato, le persone senza fissa dimora, gli stranieri e, in particolare, i richiedenti asilo.

Ecco perché un documento firmato qualche settimana fa da tante realtà ecclesiali e sociali, tra cui Fondazione Migrantes, chiedeva al legislatore soluzioni concrete e immediate per garantire a tutte le persone le medesime tutele previste dai provvedimenti per contenere il contagio.

Il Documento ci ricorda le riforme che da tempo sono urgenti per le persone straniere e per la democrazia tutta, dal diritto alla cittadinanza, all’abrogazione dei cosiddetti «decreti sicurezza», alla sempre più urgente regolarizzazione dei migranti presenti sul nostro territorio.

Il documento non si dimentica neppure della situazione in cui versano le persone migranti che anche in questo periodo raggiungono le coste italiane per cercare di sottrarsi a morte e torture nei campi in Libia o in fuga da situazioni di grave pericolo.

Il Covid-19 ha dato modo all’Italia, ancora una volta, di tentare di frenare i flussi migratori che bussano alla nostra porta. Abbiamo dichiarato i porti italiani «non sicuri», negando a centinaia di persone in fuga dalla morte di rifugiarsi nel nostro territorio. «Non pensiamo solo ai nostri interessi, agli interessi di parte. Cogliamo questa prova come un’opportunità per preparare il domani di tutti, senza scartare nessuno: di tutti. Perché senza una visione d’insieme non ci sarà futuro per nessuno», ha ricordato Papa Francesco. Facciamo tesoro delle sue parole. L’egoismo non paga.

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