Il dramma dei migranti e il futuro dell’Europa

Il vertice di Bruxelles – Profughi, frontiere, bilancio e difesa sono i temi caldi al centro del Consiglio Europeo. L’incapacità di definire una linea comune rischia di gettare un’ombra sulla stessa Unione Europea: gli Stati membri navigano a vista nella tempesta, riuscendo a stento a rimanere in linea di galleggiamento, non si sa fino a quando, c’è il rischio della deriva populista

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Non c’è dubbio che la straordinaria avventura dell’integrazione europea abbia avuto momenti più o meno felici, ma forse mai così come oggi ha corso il rischio della disintegrazione, almeno parziale.

Furono felici e promettenti gli anni Sessanta e Settanta, nonostante il fallimento, ad opera della Francia nel 1954, del progetto di Comunità europea della difesa (Ced). Tensioni cominciarono a manifestarsi dopo il primo allargamento a Gran Bretagna, Danimarca e Irlanda nel 1973, quando si sommarono una seria crisi economica con contrastanti visioni sul progetto europeo. Impegnativi economicamente i successivi allargamenti a Grecia, Spagna e Portogallo, ma con significative convergenze con i sei paesi fondatori. Seguì una ‘fusione a freddo’ nel 1995 con Austria, Finlandia e Svezia, quando ormai eventi eccezionali avrebbero dovuto contribuire a rivedere a fondo il progetto dei primi anni Cinquanta.
Lo stimolo era arrivato a ritmo incalzante in tre anni densi di storia per l’Europa: 1989, la caduta del Muro di Berlino; 1990, l’unificazione della Germania e, 1991, la dissoluzione dell’Unione sovietica. Lo stimolo venne raccolto solo in parte con il Trattato di Maastricht e con l’avvio del processo che avrebbe portato alla creazione dell’euro.

Ma nell’Europa uscita dalla Guerra fredda seguì subito la tragedia di una guerra devastante  nella ex-Jugoslavia, con l’Unione europea disunita e ininfluente nel difficile processo di pacificazione. Il nuovo secolo venne tenuto a battesimo dall’attacco alle Torri gemelle a New York e nulla nel mondo, e in Europa, sarebbe più stato come prima. In un quadro geopolitico sconvolto l’Unione proseguì nell’impegnativo (forse anche troppo) percorso verso un allargamento ai Paesi dell’Europa centro-orientale, senza avere prima portato a compimento il disegno di approfondimento e coesione al suo interno. A poco servì in proposito il Trattato di Nizza e nel 2005 fallì, ad opera di Francia e Olanda, il progetto per una Costituzione europea.

Poiché le disgrazie non vengono mai sole, poco dopo fu una crisi economico-finanziaria ad abbattersi sull’Ue, in provenienza dal mondo anglosassone. Il seguito fa ormai parte dell’attualità recente: 2016, Brexit e presidenza Trump negli Usa; 2017, andamento oscillatorio per l’Ue nelle elezioni dei Paesi membri; 2018, irruzione del nazional-populismo in Italia, già variamente diffuso in molti altri Paesi europei.
Con questo «grande futuro alle spalle», avrebbe detto Hannah Arendt, come stupirsi che oggi l’Unione europea navighi a vista nella tempesta, riuscendo a stento a rimanere in linea di galleggiamento, non si sa fino a quando. Stupisce il contrario: che sia riuscita a contribuire a settant’anni di pace in questo nostro continente da sempre devastato da conflitti e protagonista suicida di due tragiche guerre mondiali nella sola prima metà del Novecento. Per non indietreggiare nel tempo, ricordando l’Europa frantumatasi nel ‘500 e la sua lenta ricomposizione durata mezzo millennio.

Data da allora una frattura le cui tracce sopravvivono ancora oggi tra le due Europe: quella a parziale dominante protestante del Nord e quella di residua matrice cattolica a Sud, tendenzialmente rigorista in economia la prima, esposta alla tentazione di sospette flessibilità finanziarie la seconda. Se poi a questa mappa si aggiungono gli ampi spazi di cultura laica cresciuti all’interno dell’Europa e, nelle regioni di frontiera dell’Ue di oggi, le fasce di presenza ortodossa, allora non è improprio parlare di «Europe» o di «Europa plurale», chiamata a riconoscersi nella vocazione di «Uniti nella diversità», oggi sempre più diversa per la multiculturalità in crescita a seguito dei movimenti migratori.
È con questa «Europa plurale» che oggi dobbiamo fare i conti, con le «diversità» che impongono inedite torsioni al progetto di «unità», con la tentazione di riarticolarsi intorno a nuove sub-aggregazioni più omogenee al proprio interno, ma inevitabilmente in competizione, spesso ostile, tra di loro.

Le convulsioni nell’Ue di questi ultimi tempi mandano segnali inquietanti e raccontano l’aggravamento di faglie sismiche rimesse in movimento, con un rischio di terremoto politico che potrebbe anche portare alla dissoluzione dell’Unione che potrebbe un giorno spegnersi.

Un esito però tutt’altro che fatale, almeno in tempi brevi. Lo frena la necessità per ciascun Paese di sopravvivere in un mondo segnato da competizioni feroci, economiche e politiche, se non addirittura militari: basta pensare agli scossoni provocati da Trump con la sua politica dei dazi o al futuro ruolo economico della Cina, senza dimenticare il ritorno della Russia nel grande gioco della geopolitica.

Intanto sul tavolo dell’Europa più opzioni sono sul tavolo. A cominciare da quell’Unione a più velocità, già realtà per quanto riguarda la condivisione di una moneta unica o l’Accordo di Schengen e che è sembrata tornare, con accenti e convinzioni diverse, in questi ultimi giorni nella ricerca di una soluzione ai problemi complicati dei flussi migratori, cui si sommano nel prossimo Consiglio europeo quelli del futuro bilancio settennale Ue 2021-2027, della riforma dell’eurozona, con la prospettiva di un bilancio proprio e di un’unione bancaria a salvaguardia dei risparmiatori europei e dell’avvio di una prima struttura operativa di difesa comune, dalla quale l’Italia è per ora assente.

Non ci vorrà nulla perché qualche apprendista stregone irresponsabile sia tentato di dare fuoco alle polveri, come qualcuno anche da noi va minacciando: a costoro bisognerà spiegare che la miccia è corta e alto è il rischio per chi l’accende di restarne vittima.
Intanto alcuni messaggi già si possono decifrare: come quelli di Macron e Merkel quando alludono ad «accordi bilaterali o multilaterali», non necessariamente a Ventisette, per mettere in salvo Schengen e la libera circolazione alle frontiere interne, o pattugliamenti nel Mediterraneo o, ancora, sostegni finanziari a Paesi accoglienti, sanzionando pesantemente gli altri, cominciando con quelli del Gruppo di Visegrad, senza escluderne altri più a sud del continente.

L’Unione europea sta correndo un rischio reale, ma ha anche una potenziale occasione di rimbalzare. Qualcuno dice: adesso o mai più. L’abbiamo già sentita: speriamo che stavolta la previsione sia azzeccata e in positivo.

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