Il governo Lega-grillini alla prova dei fatti

Politica – Ottenuta la fiducia, si apre per l’esecutivo Conte un percorso pieno di ostacoli per le enormi aspettative su tasse, lavoro, pensioni e le reali coperture finanziarie, perché l’Italia e l’Unione Europea sono costrette ad andare d’accordo. Tra i dossier più delicati: Ilva, Alitalia, Tav e riforma Fornero. Grandi assenti: scuola, cultura e Università

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Fatto il governo, si comincia a governare. Dopo mesi di estenuanti e complesse trattative, adesso il governo guidato dal giurista Giuseppe Conte inizia il suo cammino. Un percorso che si preannuncia pieno di ostacoli, sia per la generale situazione del Paese (basti pensare alla forte disoccupazione giovanile), sia per le enormi aspettative suscitate dalle promesse elettorali, per lo più tradotte nel contratto stipulato tra Lega e M5S, e denominato, non senza una certa enfasi, «per il governo del cambiamento».

Martedì scorso Conte si è presentato al Senato per ottenere la fiducia e mercoledì alla Camera. Nessuna sorpresa: a favore del governo hanno votato Lega e M5S, contrari Pd, Leu e Forza Italia, astenuto Fratelli d’Italia. Ricevuto il via libera dal Parlamento adesso può iniziare la vera attività di governo. L’agenda è fitta, le attese tante, gli appuntamenti incalzano.

Per Conte c’è l’esordio sulla scena internazionale al G7 di Charlevoix in Canada. Un battesimo con i grandi della terra che ha quasi dell’incredibile per un premier che sino a qualche settimana fa era sconosciuto alla totalità degli italiani. Densi impegni anche per i ministri. Matteo Salvini, neo titolare degli Interni, a causa della concomitanza del voto di fiducia, ha dovuto rinunciare al vertice del Lussemburgo sull’immigrazione. Dovrà forse però andare a Tunisi a incontrare il suo omologo per spiegare la faccenda dei «galeotti» esportati in Europa, primo incidente del nuovo governo. Quando era segretario della Lega nessuno faceva caso alle sue parole, mentre oggi che siede al Viminale le cose sono un po’ diverse.

L’immigrazione è uno dei temi prioritari del nuovo governo fautore di una revisione degli accordi di Dublino che fanno pesare i flussi migratori sui Paesi di prima accoglienza. L’Unione sta provando a modificare queste regole, mentre si dice contrario a qualsiasi modifica il gruppo di Visegrad (Ungheria, Polonia, ecc…). Davvero poco spiegabile il motivo che spingerebbe il nostro governo ad appoggiare questa linea nazionalista pur avendo un interesse contrapposto. I Paesi dell’Est difendono l’assetto di Dublino, mentre per noi sarebbe sensato approvare le modifiche in discussione, comunque migliorative rispetto al quadro attuale. Altra importante carta di Salvini è il tema della sicurezza. Provvedimento faro è la riforma delle norme sulla legittima difesa, sostenuta anche da Fratelli d’Italia, estendendone l’applicazione oltre i limiti attuali. Un progetto che in tempi brevi dovrebbe esser messo in discussione.

L’altro vice premier, Luigi Di Maio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, si troverà alle prese con dossier molto delicati: tra reddito di cittadinanza, riforma della legge Fornero e politica industriale. Riguardo al primo tema, dove si prevede un sussidio mensile di 780 euro a persona, è già stato spiegato che non si potrà partire senza aver avviato un preliminare riassetto dei centri dell’impiego, per rendere attuabili i percorsi obbligatori di reinserimento produttivo che accompagnano la misura. In mancanza, saremo semplicemente in presenza di un classico dispositivo assistenziale, cosa che viene esclusa sia dalla Lega che dal M5S. Questo per quanto concerne gli aspetti tecnici, ma non va sottaciuto che il nodo principale resta il reperimento delle risorse.

Stesso discorso per la modifica della legge Fornero, dove il ripristino della quota 100 (somma dell’età anagrafica più quella contributiva) sconterebbe la clausola di avere comunque 64 anni di età. I costi di tali misure restano però la questione più seria ed affermare, come fa Di Maio, che si andrà a battere cassa a Bruxelles, rileva più di propaganda elettorale che di una meditata azione di governo.

Questione impellente è poi quella dell’Ilva di Taranto. I tempi per decidere sono ormai stretti e far saltare l’accordo con Mittal-Arcelor significa gettare sul lastrico migliaia di lavoratori, nonché tarpare le ali alla produzione italiana di acciaio.

Cantiere decisivo è infine quello della fiscalità di cui si dovrà occupare il ministro dell’Economia, Giovanni Tria. In testa c’è soprattutto la Flat tax che, per intanto, ha già perso per strada la sua caratteristica di tassa piatta. L’attuale proposta si fonda, infatti, su due aliquote: 15% per i redditi fino a 80mila euro e 20% per redditi superiori. Sono poi previste delle detrazioni per correggere un prelievo altrimenti troppo sbilanciato a favore delle fasce più abbienti: fino a 35mila euro di imponibile vi sarà 3mila euro per ogni familiare; tra 35 e 50mila euro, 3mila euro per ogni familiare a carico; oltre i 50mila, nessuna detrazione. Anche così, le simulazioni mostrano che i redditi più bassi saranno comunque penalizzati, specie se si considera che scomparirebbero molte agevolazioni fiscali, tranne quelle sui mutui e sulle ristrutturazioni (risparmio energetico, ecc…).

Ingente il costo dell’operazione. Alcune stime parlano di 40-50 miliardi, che qualcuno ipotizza di recuperare con l’aumento dell’Iva. Una soluzione socialmente iniqua che avrebbe pure l’effetto di deprimere i consumi, in barba a qualsiasi rilancio della crescita. In alternativa si pensa ad un condono fiscale sulle pendenze Equitalia. Tutte da calibrare anche le tempistiche. L’economista della Lega Bagnai vorrebbe partire prima dalle imprese e solo dal 2020 con le famiglie. Proposta respinta dal suo collega di partito Siri che ritiene invece indispensabile rispettare gli impegni elettorali e agire subito anche sulle famiglie. Famiglie di cui, come sempre, si parla tanto, senza mai offrir loro un favorevole assetto fiscale come potrebbe essere il quoziente familiare, che in Francia funziona molto bene.

Sono passati pochi giorni e già emergono le prime fibrillazioni entro la maggioranza. Del resto passare dall’elencazione dei problemi alla loro soluzione è sempre difficile: vi è la fatica di governare, di scegliere, di assumersi delle responsabilità, diceva Aldo Moro. Adesso tocca a Conte, Salvini e Di Maio scoprirlo in prima persona.

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