Il mito del Grande Torino settant’anni dopo

Superga 4 maggio 1949 – Alle 17.03 il Fiat G.212 della compagnia aerea Ali con a bordo la squadra del Grande Torino si schianta contro il terrapieno posteriore della basilica di Superga. È diretto al campo volo di Collegno. Tutti morti i 31 occupanti: 18 giocatori, 3 dirigenti, 3 tecnici, 3 giornalisti, 4 membri dell’equipaggio. La squadra tornava da Lisbona

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«Un crepuscolo durato tutto il giorno, una malinconia da morire. Il cielo si sfaldava in nebbia, e la nebbia cancellava Superga». Il cinegiornale della «Settimana Incom» racconta la tragedia del 4 maggio 1949: alle 17,03 il Fiat G.212 della compagnia aerea ALI siglato I-ELCE con a bordo la squadra del Grande Torino si schianta contro il terrapieno posteriore della basilica di Superga sulla collina torinese. È diretto al campo a volo di Collegno perché l’aeroporto di Caselle è in costruzione. Tutti morti i 31 occupanti: 18 giocatori, 3 dirigenti, 3 tecnici, 3 giornalisti, 4 membri dell’equipaggio. La squadra tornava da Lisbona dove aveva giocato un’amichevole contro il Benfica.

Indro Montanelli sul «Corriere della Sera» scolpisce: «Gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è “in trasferta”». Vittorio Pozzo, calciatore e giornalista, allenatore e commissario tecnico della Nazionale negli anni d’oro Trenta-Quaranta, su «La Stampa» del 5 maggio scrive: «Il Toro non c’è più. Scomparso, bruciato, polverizzato. Una squadra che muore tutta insieme, al completo, con i suoi titolari, le sue riserve, il uso massaggiatore, i suoi tecnici, i suoi dirigenti, i suoi commentatori. Come uno di quei plotoni di arditi che, nella guerra, uscivano dalla trincea con i loro ufficiali, al completo e non ritornava nessuno, al completo».

Anche Pio XII, dolorosamente colpito, si raccoglie a lungo in preghiera «per tante vite improvvisamente troncate». Don Tancredi Ricca, priore della basilica, narra che un altro prete, in una cameretta nella parte posteriore della casa, sente un aereo che si avvicina, «un rumore possente che s’ingigantiva sempre più». Pensa: «Un velivolo? Con questo tempo? Così basso?». Rintrona un colpo orrendo, seguito da altri rumori. I due preti si precipitano in giardino, non possono far altro che tentare di estrarre i corpi straziati. Don Ricca prega: «Uno spettacolo atroce, indimenticabile. Che Dio accolga tutti i mor­ti». Sostano dinanzi ai resti del tri­motore e invocano il Signore per quelle anime.

Alla camera ardente, allestita in uno dei luoghi più solenni della città, il salone del Senato Subalpino a Palazzo Madama, sfila tutta Torino. «Cinquecentomila persone hanno dato l’ultimo saluto ai campioni del Torino» titola «La Stampa» del 7 maggio. «In Paradisum deducant te angeli»: i funerali in piazza San Giovanni davanti alla Cattedrale. Narra il giornale: «Rintocca il campanone del Duomo, riempiendo l’aria di un suono grave e dolcissimo insieme. È sera ormai. Gli autocarri con le salme si allineano su due file ai bordi della scalinata. I fiori e i drappi dell’uno si confondono con quelli dell’altro, come fossero una striscia sola, lunghissima. Il cardinale arcivescovo Maurilio Fossati attende al sommo della scalea. La piazza sotto di lui è gremita in ogni angolo. I particolari si annullano assorbiti dall’oscurità. L’”absolutio super tumulum” ha inizio. Si sgra­nano le preghiere, punteggiate dal coro dei cantori del Duomo, ora lieve e carezzevole, ora forte e impetuo­so come un inno di trionfo. “Libera me, Domine, de morte aeterna, in die illa tremenda”. Le parole bellissime della liturgia scendono sulle salme allineate nel buio, sulla folla immobile. Il cardinale leva l’asper­sorio, benedice più volte con gesti calmi e solenni, verso quella massa nera che racchiude i trentun feretri e il popolo, in un solo abbraccio. “In Paradisum deducant te angeli” canta a voce bassissima il coro. La folla immensa che circonda il Duomo non si muove. Il rito è terminato sui versi dolci e pieni di speranza dell’antifona, e la massa nera trattiene ancora il respiro, oppressa da una indicibile commozione. La piazza è come circondata da questa massa imponente. Nel grande squarcio fra il Palazzo del Seminario e la scuola Torquato Tasso, si scorgono grappoli fittissimi di uomini e donne. Ogni spazio disponibile, anche minimo, sufficiente per appoggiarci un piede o stendervi una mano, è sfruttato. Le vie laterali sono colme sino all’inverosimile. Dalle finestre, dai balconi, dalle soffitte delle case si sporgono centinaia di visi intenti. Sui tetti, sull’orlo dei cornicioni altre persone attendono».

Perché tanto, universale dolore? Perché il Toro è l’immagine dell’Italia che risorge dalle ceneri della guerra. Un’altra immagine possente è quella del «campionissimo» di ciclismo, l’alessandrino Fausto Coppi, nato cento anni fa, il 15 settembre 1919. Un evento spartiacque, che chiude in maniera simbolica i luttuosi e angoscianti anni Quaranta. Lo capirono i torinesi. Lo capì il calcio italiano. Ottorino Barassi, presidente della Federazione gioco calcio, assegna al Toro il quinto scudetto di fila. Tutte le squadre di A gli avevano telegrafato all’unanimità che il Toro doveva essere campione anche quell’anno. Pareggiando a Milano con l’Inter, prima della sciagura, aveva di fatto chiuso la pratica campionato.

Quarant’anni dopo, il 4 maggio 1989, nella basilica di Superga il cardinale arcivescovo di Torino Giovanni Saldarini celebra la Messa per i campioni: «Ricordare è sempre un segno di nobile umanità. Custodire la memoria della nostra storia e di coloro che hanno contribuito a costruirla è condi­zione per sentirci legati. La squadra del grande Torino è stata certamente un pezzo della nostra storia, per questo era diventata simbolo. Per questo la sua tragica scomparsa ha toccato i cuori di tutti, ha fermato una Nazione intera, generando una vibrazione così profonda che non si era mai vista».

Il milanese Saldarini racconta: «Lessi in un articolo di “Carlin” su “Tuttosport” che al termine dei funerali “il piccolo alfiere granata e il piccolo alfiere bianconero si abbracciarono piangendo confondendo i gagliardetti”. Si potesse e si sapesse ancora imparare da quei cari ragazzi che, per quanto lo sport sia agonismo, non può restare se stesso se diventa divisione e sopraffazione violenta».

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