Il Papa ai giornalisti: “smascherate le parole false”

Udienze – «Raccontate buone notizie e smascherate le parole false». Papa Francesco nello stesso giorno, lunedì 23 settembre, ha parlato ai giornalisti dell’Ucsi (Unione cattolica delle stampa italiana) e al personale del Dicastero per la comunicazione, sul medesimo tema: l’informazione

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Foto Agensir

«Raccontate buone notizie e smascherate le parole false». «Comunicate verità e bellezza e sostenete una cultura dei sostantivi». Papa Francesco parla nello stesso giorno, 23 settembre 2019, a due gruppi diversi del medesimo tema: l’informazione.

Invita 170 giornalisti dell’Unione cattolica della stampa italiana (Ucsi), nel 60° di fondazione (1959-3 maggio-2019), «ad avere passione per la storia degli uomini, a rovesciare l’ordine delle notizie, a dare voce a chi non ce l’ha, a distinguere le scelte umane da quelle disumane, a lavorare per la coesione sociale, a dire la verità a ogni costo senza dipendere dal potere, a smascherare le parole false e distruttive, a raccontare le buone notizie che generano amicizia sociale, a costruire comunità di pensiero e di vita capaci di leggere i segni dei tempi». Un programma in chiara controtendenza rispetto all’andazzo dell’informazione. Un decalogo per un’associazione che lo statuto definisce «professionale ed ecclesiale».

I giornalisti devono essere guidati dalla «passione per la storia degli uomini», attingendo forza «dalle radici che vi hanno fatto nascere: la fede, la passione per la storia degli uomini e la cura delle dimensioni antropologica ed etica della comunicazione. Siate voce della coscienza di un giornalismo capace di distinguere il bene dal male, le scelte umane da quelle disumane: oggi c’è una mescolanza che non distingue. Il giornalista, cronista della storia, è chiamato a ricostruire la memoria dei fatti, a lavorare per la coesione sociale, a dire la verità a ogni costo con un coraggio sempre rispettoso e mai arrogante». Distinguere tra bene e male è una cosa che politica e informazione non fanno più e l’editoria è prona al potere: «Tante volte la direzione dice al giornalista: “No, questo non si pubblica, questo sì, questo no”. Così si passa la verità nell’alambicco delle convenienze finanziarie e si finisce comunicando quello che non è vero, non è bello e non è buono».

Bergoglio scrisse nell’Esortazione apostolica «Evangelii gaudium» (24 novembre 2013): «Una persona muore assiderata per strada, non fa notizia; la Borsa ribassa di due punti, e tutte le agenzie ne parlano». Spiega: «Compito del giornalista è identificare le fonti credibili, contestualizzarle, interpretarle e gerarchizzarle. Non abbiate paura di rovesciare l’ordine delle notizie, per dar voce a chi non ce l’ha; di raccontare le buone notizie reali che generano amicizia sociale, e non favole; di costruire comunità di pensiero e di vita capaci di leggere i segni dei tempi». Riafferma: «Laudato si’» (24 maggio 2015) «non è un’enciclica ecologica ma sociale e promuove un modello di sviluppo umano integrale». Invita: «Cooperate a far diventare questo modello cultura condivisa, in alternativa a sistemi che riducono  tutto al consumo». Propone l’esempio di Manuel Lozano Garrido («Lolo), primo giornalista laico beatificato il 12 giugno 2010: «Visse la guerra civile spagnola, quando essere cristiani significava rischiare la vita. Nonostante la malattia che lo costrinse a vivere sulla sedia a rotelle per 28 anni, non cessò di amare la professione». Raccomanda di «pagare con la moneta della franchezza, lavorare il pane dell’informazione pulita con il sale dello stile e il lievito dell’eternità, di non servire né pasticceria né piatti piccanti ma il buon boccone della vita pulita e speranzosa».

A dirigenti e personale del Dicastero per la comunicazione il Papa parla a braccio e consegna il discorso scritto al prefetto Paolo Ruffini, primo laico a capo di un dicastero vaticano. È Dio l’origine di ogni comunicazione, «non è un lavoro di ufficio, come la pubblicità. Si comunica con l’anima e il corpo, con la mente e il cuore, con le mani. Non dovete fare pubblicità né proselitismo. Vorrei che la vostra comunicazione fosse cristiana. Non comunicate una verità senza bontà e bellezza. Non comunicate una verità più o meno, senza coinvolgervi e senza testimoniare».

Spesso la rassegnazione entra nel cuore dei cristiani. «Il mondo è pagano. La mondanità è sempre stata un pericolo per la Chiesa. Tanti sostengono che la nostra realtà è essere una Chiesa piccola ma “autentica”». Aggettivo che non gli piace: «Se una cosa è, non è necessario definirla “autentica”. Non bisogna cedere alla tentazione o alla lamentela della rassegnazione. Siamo pochi perché siamo poco lievito e sale. Siamo pochi, sì ma con la voglia di “missionare” e di far vedere agli altri chi siamo». Ripete la frase che San Francesco d’Assisi diceva ai frati che mandava a predicare: «Predicate il Vangelo, se fosse necessario anche con le parole», cioè la testimonianza al primo posto. L’indicazione è «passare dalla cultura dell’aggettivo alla teologia del sostantivo: la vostra comunicazione sia austera ma bella». Si tratta di comunicare con la testimonianza e da martiri, cioè da testimoni di Cristo.

Bergoglio saluta a uno a uno: cardinali e vescovi consultori; sacerdoti, religiosi, religiose, laici; impiegati, tecnici, giornalisti, fotografi, operatori, montatori, tipografi, comunicatori, esperti di comunicazione. Dice il prefetto Ruffini: «Ciò che ci unisce è la volontà di portare la sua parola nel mondo, di guardare gli uomini e le cose con gli occhi del Vangelo e di rendere visibile il nostro essere una cosa sola, membra gli uni degli altri, un unico corpo che comunica con il suo agire». Come ovunque, c’ è il problema delle risorse: «Facciamo e faremo di tutto perché il nostro servizio sia tempestivo, creativo, multimediale, umile e sincero; sappia costruire relazioni vere con i credenti e i non credenti. Sappia confortare tutti e confermare i fratelli nella fede».

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