Papa Francesco, “non chiudete in cella la speranza”

Piazza San Pietro – Il Papa sabato 14 settembre all’Udienza per i cappellani delle carceri, la polizia, il personale penitenziario e i volontari ha esortato a non spegnere la speranza dei detenuti: “siate ponti tra carcere e società”

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Papa Francesco il 14 settembre all'Udienza in piazza San Pietro per il personale carcerario (foto Sir)

«Rendere le carceri luoghi di recupero e non polveriere di rabbia» dice Papa Francesco il 14 settembre 2019 ai cappellani delle carceri, alla polizia, al personale penitenziario, ai volontari: «Diventate costruttori di futuro, non spegnete la speranza dei detenuti. Siate ponti tra carcere e società».

«NON SOFFOCATE LA FIAMMELLA DELLA SPERANZA» – In piazza San Pietro lo ascoltano 11 mila operatori nelle 190 carceri italiane, a contatto con le grida di disperazione e di rassegnazione, che spesso si trasformano in tentativi di suicidio. Li esorta a garantire «prospettive di riconciliazione e reinserimento» mentre i detenuti pagano il debito con la società e fanno i conti con gli sbagli del passato. Insiste sul rispetto della dignità e riafferma che l’ergastolo non è la soluzione. Li ringrazia per il lavoro nascosto, «spesso difficile e poco appagante, ma essenziale, che vi rende vigilanti e custodi di persone, ponti tra il carcere e la società, capaci di compassione per contrastare paure e indifferenza. Non è facile ma quando, oltre a essere custodi della sicurezza, siete presenza vicina per chi è caduto nelle reti del male, diventate costruttori di futuro, ponete le basi per una convivenza più rispettosa e per una società più sicura. Grazie perché diventate giorno dopo giorno tessitori di giustizia e di speranza». Parole che questi operatori ascoltano solo dal Papa.

IL SOVRAFFOLLAMENTO DELLE CARCERI, POLVERIERE DI RABBIA – Chiede un favore: «Non dimenticatevi del bene che potete fare ogni giorno. Siete posti di fronte a un’umanità ferita e devastata ma con un’insopprimibile dignità. Il sovraffollamento è un problema che accresce in tutti un senso di debolezza e di sfinimento. Quando le forze diminuiscono la sfiducia aumenta. È essenziale garantire condizioni di vita decorose, altrimenti le carceri diventano polveriere di rabbia, anziché luoghi di recupero». Ringrazia cappellani, religiose e religiosi, volontari, «portatori del Vangelo» per «la forza del sorriso, il cuore che ascolta e porta i pesi altrui offrendo consolazione. A contatto con le povertà, vedete le vostre stesse povertà. È un bene perché è essenziale riconoscersi bisognosi di perdono ed essere testimoni credibili del perdono di Dio». Invita i detenuti: «Non lasciatevi imprigionare nella cella buia di un cuore senza speranza, non cedete alla rassegnazione. Dio è più grande di ogni problema e vi attende per amarvi».

L’ERGASTOLO CHIUDE IN CELLA LA SPERANZA – Coloro che sbraitano «In galera, in galera. Condannateli all’ergastolo e buttate la chiave. Ci vuole la pena di morte» dimenticano che l’articolo 27 della Costituzione sancisce: «La responsabilità penale è personale. L’imputato non è colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari all’umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte». Bergoglio chiarisce: «L’ergastolo non è la soluzione ma è un problema da risolvere. Se si chiude in cella la speranza, non c’è futuro per la società. Mai privare del diritto di ricominciare! Voi siete testimoni di questo diritto alla speranza». Francesco Basentini, capo dell’Amministrazione penitenziaria, rammenta che un cambiamento è possibile se si considera il carcere come parte integrante della società e i detenuti come cittadini: «Il mondo penitenziario è come un’orchestra nella quale ogni componente ha un ruolo per un’esecuzione senza stonature». Dal vice-ispettore Roberto Martinelli (Genova) analisi forti: il carcere «è come una discarica sociale»; in mezzo a malati di Aids, tossicodipendenti e mafiosi gli uomini e le donne della polizia penitenziaria operano per garantire la speranza. Francesco Moggi, volontario a Rebibbia, ha ricevuto in regalo da un detenuto la presenza alle nozze con un permesso premio.

«TESSITORI DI GIUSTIZIA E MESSAGGERI DI PACE» – È il motto dei 250 cappellani delle carceri guidati da don Raffaele Grimaldi, ispettore generale: «Francesco va alla ricerca della pecorella smarrita, entra nelle carceri, nei luoghi di sofferenza, emarginazione e povertà per parlare della libertà dei figli di Dio, per incoraggiare al cambiamento e per lanciare un grido di aiuto. Spera così di suscitare l’attenzione nelle istituzioni, nella società, nelle comunità cristiane affinché questi luoghi di dolore diventino una sfida di solidarietà e civiltà». Consegnano al Papa la «Croce della misericordia», realizzata dalla volontaria Luigia Aragozzini con i detenuti di Paliano (Frosinone), carcere di massima sicurezza per i collaboratori di giustizia, visitati da Bergoglio il 13 aprile 2017. Sulla croce sono dipinti episodi biblici, come la liberazione di Pietro e di Paolo e il buon ladrone, e i protettori San Basilide (polizia penitenziaria) e San Giuseppe Cafasso (cappellani delle carceri).

SAN GIUSEPPE CAFASSO (1811-1860) PATRONO DELLE CARCERI – Pio XII lo canonizza il 22 giugno 1947, lo proclama patrono delle carceri italiane il 9 aprile 1948 ed elogia «l’umile uomo della misericordia: nessuno forse più di lui ha scolpito nel clero piemontese la sua impronta; egli lo ha sottratto al clima disseccante e sterilizzante del giansenismo e del rigorismo, lo ha preservato dal pericolo di profanarsi e sommergersi nella secolarizzazione e nel laicismo». Nella «Menti nostrae», esortazione apostolica nell’Anno Santo (23 settembre 1950) lo propone come modello ai sacerdoti impegnati: «In tempi difficilissimi fu guida spirituale, sapiente e santa, di non pochi sacerdoti, che fece progredire nella virtù. Per il suo valido patrocinio il Divin Redentore susciti numerosi sacerdoti di pari santità». Il Cafasso invita i sacerdoti a trattare i carcerati «come galantuomini», anche se da loro ricevono maleparole, a non chiedere la causa della detenzione, a non accettare mai alcunché, neppure le intenzioni per la Messa, per non destare sospetti di connivenza. Accompagna al patibolo al Rondò della forca 57 condannati a morte, «i miei santi impiccati».

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