Il Papa nelle catacombe: anche oggi sono tanti i cristiani perseguitati

Roma – Nel XXI secolo in alcuni Paesi la Chiesa è nelle catacombe come la Chiesa primitiva. Ieri come oggi. Nella commemorazione dei defunti (2 novembre 2019) Papa Francesco prega «per la prima volta in una catacomba» (di Priscilla): «ci sono zone in cui si finge di festeggiare un compleanno per celebrare l’Eucaristia»

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Nel XXI secolo in alcuni Paesi la Chiesa è nelle catacombe come la Chiesa primitiva.  Ieri come oggi. Nella commemorazione dei defunti (2 novembre 2019) Papa Francesco prega «per la prima volta in una catacomba» (di Priscilla): «Ci sono zone in cui si finge di festeggiare un compleanno per celebrare l’Eucaristia».

Le catacombe, una pagina non ancora superata – La liturgia parla di speranza e di un Dio che promette ai suoi la vita eterna. «Pensiamo alla vita di quella gente che doveva nascondersi e che celebrava l’Eucaristia qui dentro. Un momento di storia brutto, che non è stato superato. Anche oggi ci sono tante catacombe in Paesi dove i cristiani devono fingere di fare una festa, un compleanno, per celebrare la Messa perché celebrare è vietato. Ci sono cristiani perseguitati più che nei primi secoli».

Le beatitudini carta d’identità del cristiano – L’identità di quelli «che si radunavano qui per celebrare l’Eucaristia è la stessa dei nostri fratelli di oggi in tanti Paesi dove essere cristiano è un crimine. L’identità di questa gente sono le beatitudini. Non c’è altra identità, o vivi così o non sei cristiano, fingi di esserlo». Racconta di una suora in Albania, sotto il comunismo, che vietava ai preti di amministrare i Sacramenti: la gente le porta i bambini e la suora di battezza: non avendo un bicchiere prende l’acqua dal fiume con le scarpe. Aggiunge: «Il posto del cristiano è nelle mani di Dio, che sono le mani piagate del Figlio. È nelle mani di Dio che siamo sicuri anche in mezzo alle persecuzioni. Per entrare nella vita eterna non ci vogliono cose strane, occorre far vedere la carta d’identità delle beatitudini.

Proteggere la dignità dei detenuti è un dovere morale – Ai partecipanti al corso internazionale per cappellani militari sul diritto internazionale umanitario (31 ottobre) chiede di rafforzare le norme delle «Convenzioni di Ginevra» siglate 70 anni fa sulla protezione dei prigionieri di guerra, «che sono persone indipendentemente dalla gravità dei loro crimini». Il diritto umanitario va applicato anche nei conflitti armati, «indipendentemente dalla natura e dalla gravità dei crimini: il rispetto della dignità e dell’integrità fisica della persona non può essere legato alle azioni compiute ma è un dovere morale». Invita a «ricordare, anche in mezzo alle guerre, che ogni essere umano è immensamente sacro, a respingere la tentazione di considerare l’altro come un nemico da distruggere e non come una persona, dotata di intrinseca dignità, creata da Dio a propria immagine». Non di rado, i detenuti nei conflitti armati sono vittime di violazioni dei diritti, abusi, violenze, tortura, trattamenti crudeli, disumani e degradanti. Tanti civili sono «oggetto di rapimenti, sparizioni e omicidi. Numerosi religiosi hanno pagato con la vita la consacrazione a Dio e al servizio della gente». Il Pontefice sottolinea l’importanza del lavoro educativo «complementare a quello delle famiglie e delle comunità cristiane. Si tratta di formare personalità aperte all’amicizia, alla comprensione, alla tolleranza, alla bontà, al rispetto verso tutti; giovani attenti alla conoscenza del patrimonio culturale dei popoli, impegnati per una cittadinanza universale, per favorire la crescita di una grande famiglia umana».

Il 12 agosto 1949 a Ginevra l’Onu adotta quattro convenzioni – I) Per il miglioramento delle condizioni dei feriti e dei malati delle Forze armate in campagna; II) per il miglioramento delle condizioni dei feriti, dei malati e dei naufraghi delle Forze armate sul mare; III) sul trattamento dei prigionieri di guerra; IV) sulla protezione dei civili in tempo di guerra. Il trattamento umanitario è frutto di un negoziato fra Stati che tiene conto di due esigenze: la sicurezza dello Stato che detiene il prigioniero; la fedeltà del prigioniero al proprio Paese. Dicono le «Convenzioni»: se il prigioniero tenta la fuga ed è ripreso, potrà essere punito solo disciplinarmente e non penalmente. Se però, nel tentare la fuga, uccide o ferisce qualcuno o compie altri reati, potrà essere perseguito penalmente. Ai soldati può essere assegnato un lavoro manuale; ai sottufficiali può essere assegnata la supervisione; agli ufficiali non bisogna assegnare un lavoro, a meno lo richiedano. I prigionieri non possono essere obbligati a lavori militari. I delegati della Croce Rossa possono visitare i prigionieri senza testimoni.

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