Il Papa, “non si usa il nome di Dio per terrorizzare la gente”

Appello – «Chiedo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco». Papa Francesco il 22 agosto lancia un appello nella giornata delle Nazioni Unite che commemora «le vittime di atti di violenza basati sulla religione o sul credo»

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Papa Francesco - Foto Vatican news

«Dio non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il suo nome venga usato per terrorizzare la gente. Chiedo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco». Papa Francesco lancia un appello nella giornata (22 agosto) delle Nazioni Unite che commemora «le vittime di atti di violenza basati sulla religione o sul credo». Secondo gli ultimi dati, oltre 300 milioni di cristiani sono perseguitati nel mondo. Cifre che rendono sempre valida la denuncia del Pontefice: «Oggi ci sono più martiri che durante il primi tempi della Chiesa». Nella classifica dell’orrore ci sono Corea del Nord e Cina, India e molti Paesi arabi e islamici.

Dal 2008 l’Unione Europea celebra il 23 agosto la «Giornata della memoria delle vittime dei regimi totalitari e autoritari»: nazismo e stalinismo hanno sterminato milioni di ebrei e di cristiani. La data ricorda la firma, 81 anni fa, il 23 agosto 1939 a Mosca, dei ministri degli Esteri Vjačeslav Michajlovič Molotov per l’Urss comunista e Joachim von Ribbentrop per il Reich tedesco di un accordo (decennale) di non aggressione, un piano per spartirsi l’inerme Polonia e le zone di influenza. Il nazifascismo è caduto ma il comunismo ha imperversato e imperversa negando alle religioni diritto di esistenza. Il «macellaio» Stalin, peggiore persecutore dei cristiani, fa affogare 20 mila monaci ortodossi nel Don ghiacciato.

Nei Paesi comunisti la «Chiesa del silenzio» è tornata nelle catacombe. In Ucraina la Chiesa greco-cattolica, di rito orientale ma unita a Roma, subisce le brutali pressioni sovietiche. L’eroico metropolita Andryi Sheptytski negli anni Trenta-Quaranta salva molti ebrei. Nel 1944, con l’invasione dell’Armata Rossa, i cattolici sono arrestati, deportati e costretti alla clandestinità; i luoghi di culto distrutti o donati agli ortodossi. Nel 1946 Josyf Slipyj, arcivescovo maggiore di Leopoli è condannato a 8 anni nel processo-farsa per collaborazionismo e attività anti-sovietica. I campi di lavoro e i trasferimenti da un «gulag» all’altro non lo spezzano. Nel 1954 lo condannano, senza processo, all’esilio in Siberia e nel 1959 a Novosibirsk nell’Estremo Oriente. Nel 1963 è liberato ed espulso, come gesto di buona volontà verso Papa Roncalli. Il 10 febbraio 1963 si prostra ai piedi di Giovanni XXIII. Creato cardinale da Paolo VI nel 1965, leva durissime invettive contro il regime moscovita durante il Concilio Vaticano II (1962-65) e i Sinodi (1967 e 1971); chiede una definizione di libertà religiosa vincolante per lo Stato; partecipa come parte lesa al Tribunale Sacharov sulle violazioni dei diritti umani in Urss. Nel 1991 l’Ucraina indipendente lo riabilita.

Giovanni Paolo II a Leopoli il 27 giugno 2001 beatifica 25 martiri dei comunisti: tra essi Emilian Kowcz, sacerdote colpevole di aiutare gli ebrei, perito in campo di concentramento. Sviatoslav Shevchuk, attuale capo della Chiesa ucraina, ricorda: «Nazismo e comunismo hanno la stessa radice del male. Il comunismo, al contrario del nazismo, non è mai stato condannato dalla comunità internazionale».

Un’altra vittima è Alojzije Viktor Stepinac, arcivescovo di Zagabria in Croazia. In tribunale si difende: «Sono stati falsificati i documenti e le foto che mi mostrano con la mano alzata nel saluto fascista». Il processo, 30 settembre -11 ottobre 1946, lo condanna «ai lavori forzati per 16 anni e alla privazione dei diritti politici e civili per 5 anni». Figura controversa, è accusato di collusione con il regime ustascia di Ante Pavelic ed è venerato come martire del regime. Creato cardinale nel 1953, non gli è permesso di recarsi a Roma. È beatificato da Giovanni Paolo II il 3 ottobre 1998.

József Mindszenty, cardinale arcivescovo di Budapest e primate d’Ungheria, è perseguitato da entrambi i regimi. Ripudia il cognome tedesco e assume quello del suo villaggio. Arrestato nel 1919 dai comunisti; imprigionato dai nazisti nel 1944-45; arrestato dai comunisti il 26 dicembre 1948, è un simbolo da abbattere con torture e umiliazioni, botte e droghe. L’8 febbraio 1949 è condannato all’ergastolo: sfinito, sottoscrive l’accusa di cospirazione con la sigla «CF, coactus feci, firmai costretto». Otto anni tra carcere e arresti domiciliari: non può leggere, né pregare. Nella sollevazione contro Mosca (23 ottobre-11 novembre 1956) gli insorti lo liberano, si rifugia nell’ambasciata statunitense di Budapest. I carri armati con la stella rossa provocano 4.000 morti, migliaia di feriti, 250 mila profughi. Mindszenty si oppone alle trattative tra Santa Sede e governo comunista e protesta contro le nomine dei vescovi graditi al regime. Ma Paolo VI e il cardinale segretario di Stato Agostino Casaroli, per il bene della Chiesa, instaurano una politica conciliante con l’Est. Nel 1971 lascia l’ambasciata e raggiunge Roma. Il 1º novembre 1973 Paolo VI gli chiede di dimettersi, rifiuta e Papa Montini il 18 novembre lo dimissiona d’autorità. Nel 2012 è riabilitato.

In Lituania il vescovo Teofilo Matulionis salva numerosi ebrei dai nazisti. Incarcerato e torturato dai sovietici, muore a Vilnius per mano del KGB.

In Polonia il primate Stephan Wyszynski anima la ribellione anti-nazista di Varsavia nel 1944 ed è l’eroe della resistenza anti-sovietica. Arrestato il 26 settembre 1953, è liberato il 28 ottobre 1956 durante la rivolta contro i sovietici. Il segretario del Partito comunista Wladislav Gomułka e il primate Wyszynski concordano un «modus vivendi», che produce Giovanni Paolo II-Karol Wojtyła.

Il 2 giugno 2019 Papa Francesco beatifica sette vescovi martiri di Romania, arrestati e uccisi dai comunisti (1950-70) perché uniti con Roma: tra essi il cardinale Iuliu Hossu.

In Cecoslovacchia i comunisti sopprimono scuole e stampa cattoliche, sorvegliano i preti, sciolgono l’Azione Cattolica, premono per uno scisma da Roma, espellono il nunzio. Nel marzo 1949 i comunisti arrestano l’arcivescovo di Praga, Josef Beran, già perseguitato dai nazisti: internato a Dachau, è liberato il 29 aprile 1945. Dal giugno ’49 il regime lo sottopone a lunga prigionia ma non intenta alcun processo contro un eroe della Resistenza. Il 4 ottobre 1963 è liberato. Nel febbraio 1965 Paolo VI lo nomina cardinale. In Slovacchia il regime comunista distrugge 76 monasteri e la Chiesa greco-cattolica è assorbita dagli ortodossi nello pseudo-sinodo di Presov.

In Bulgaria centinaia di pope ortodossi, preti cattolici, pastori protestanti, suore e laici sono imprigionati nell’isola di Belene.  Quattro beati – il vescovo Eugenio Bossilkov di Nicopoli e i sacerdoti assunzionisti Pavel Dzidzov, Kamen Vichev e Josafat Scisckov – sono fucilati a Sofia nella notte dell’11 novembre 1952.

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