Il Papa, “Roma sia sempre più città dell’inclusione”

Capitale da 150 anni – “Roma sia sempre più una città fraterna e rinnovi l’apertura al mondo e l’inclusione di tutti”. È l’invito di Papa Francesco nel messaggio – letto dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, al Teatro dell’Opera il 3 febbraio – all’apertura delle celebrazioni per i 150 anni di Roma capitale

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foto Sir

Roma è una grande risorsa dell’umanità; sia sempre più una città fraterna e rinnovi l’apertura al mondo e l’inclusione di tutti. È l’invito di Papa Francesco nel messaggio – letto dal cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, al Teatro dell’Opera il 3 febbraio 2020 – all’apertura delle celebrazioni per i 150 anni di Roma capitale. Richiama le responsabilità per le periferie «segnate da troppe miserie e povere di reti sociale»; afferma che la Chiesa è una risorsa di umanità nella città.

Roma divenne capitale d’Italia in tempi burrascosi per la Chiesa e per l’Italia che faticosamente costruiva la propria unità. Il 20 settembre 1870 con la «breccia di Porta Pia» i bersaglieri, avanguardia dell’Esercito italiano, occupano Roma e Pio IX, sdegnato, lascia definitivamente il Quirinale si rifugia in Vaticano, dove già si trovava. Il 2 ottobre il plebiscito (138.681 sì, 1.507 no) sancisce l’annessione di Roma e del Lazio all’Italia. Il 21 gennaio 1871 la capitale viene trasferita da Firenze a Roma – nel 1861 era passata da Torino a Firenze – e il 3 febbraio 1871 è approvata la legge che proclama Roma capitale del Regno. Del successivo 13 maggio 1871 è la «legge delle Guarentigie» che stabilisce garanzie per il Papa e un risarcimento per le ruberie perpetrate durante il Risorgimento ai danni della Chiesa. Ma Pio IX rifiuta. Dice Francesco: «Solo se diverrà sempre più una città fraterna», Roma vivrà la sua vocazione universale e sarà promotrice di unità e pace nel mondo, «una città d’incontro» nel panorama internazionale carico di conflittualità.

In 150 anni Roma è molto cambiata passando – diceva Giovanni Paolo II – «da ambiente umano omogeneo a comunità multietnica», nella quale convivono, accanto a quella cattolica, altre fedi religiose e concezioni non religiose dell’esistenza. La Chiesa ha condiviso gioie e dolori dei romani. Francesco richiama tre momenti di questa storia. Anzitutto i nove mesi di occupazione nazista della città – 16 ottobre 1943-4 giugno 1944 con «la terribile caccia per deportare gli ebrei: fu la “Shoah, Olocausto” e la Chiesa fu uno spazio di asilo per i perseguitati che fece cadere antiche barriere e dolorose distanze. Tempi difficili, da cui trarre la lezione dell’”imperitura fraternità” fra Chiesa cattolica e Comunità ebraica da me ribadita nella visita» alla sinagoga di Roma» il 17 gennaio 2016: molti ebrei furono nascosti e salvati nei conventi, nelle parrocchie, negli edifici «extraterritoriali» a Roma e in Italia. Secondo evento il Concilio Vaticano II (1962-1965), quando la città accolse i padri conciliari e gli osservatori ecumenici e «brillò come spazio universale, cattolico, ecumenico, divenendo città universale di dialogo ecumenico e interreligioso e di pace», come diceva lo studioso tedesco Theodor Mommsen: «A Roma non si sta senza avere propositi cosmopoliti». Terzo momento il «Convegno sui mali di Roma», intitolato «Le responsabilità dei cristiani di fronte alle attese di carità e di giustizia nella diocesi Roma (12-15 febbraio 1974), voluto dal cardinale vicario Ugo Poletti. Momento forte, presto dimenticato: «La Chiesa di Roma si pose in ascolto dei poveri e delle periferie, un’universalità vissuta nel senso dell’inclusione dei periferici».

«Anche oggi la città è chiamata a essere la casa di tutti», quando «le periferie sono segnate da troppe miserie, abitate da grandi solitudini e povere di reti sociali». Una situazione che caratterizza Roma e le altre città. Il Papa sottolinea la domanda di inclusione presente nei poveri, negli immigrati e rifugiati: «Guardano Roma come un approdo di salvezza, con occhi che la vedono con più attesa e speranza di noi romani che, per molteplici problemi quotidiani, la guardiamo in modo pessimista, quasi fosse destinata alla decadenza». Bergoglio è e si sente – «noi romani» – vescovo di Roma che rimane «una grande risorsa dell’umanità, una città di una bellezza unica e può e deve rinnovarsi nel duplice senso dell’apertura al mondo e dell’inclusione di tutti». A questo la stimolano anche i Giubilei, e «quello del 2025 ormai non è più lontano»: sarà alla normale scadenza venticinquennale. Anche per questo «non possiamo vivere a Roma “a testa bassa”, ognuno nei suoi circuiti e impegni». Al contrario «abbiamo bisogno di riunirci attorno a una visione di città fraterna e universale, che sia un sogno proposto alle giovani generazioni», una visione scritta nei «cromosomi di Roma e un sogno proposto alle nuove generazioni. Sarà promotrice di unità e pace nel mondo quanto sarà capace di costruirsi come città fraterna».

Bisogna evitare di dimenticare la storia: il ricordo del passato «spinge a vivere un futuro comune: se condivideremo la visione di città fraterna, inclusiva, aperta al mondo, Roma avrà un futuro». E la proclamazione, 150 anni fa, di Roma Capitale è un evento che Francesco definisce «provvidenziale», anche se «suscitò polemiche e problemi ma cambiò Roma, l’Italia e la Chiesa e così iniziò una nuova storia». In questo senso Bergoglio richiama le parole del cardinale arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini: il 10 ottobre 1962, vigilia dell’inaugurazione del Concilio, in un memorabile discorso in Campidoglio, disse che la fine del potere temporale dei Papi «parve un crollo e lo fu per il dominio territoriale pontificio ma la Provvidenza aveva diversamente disposto le cose, quasi drammaticamente giocando negli avvenimenti». Divenuto Papa il 21 giugno 1963 Paolo VI dice che «l’Urbe parla al mondo di fratellanza, di concordia e di pace. Roma potrà essere una città d’ incontro».

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