Il Papa, “sono molto addolorato per Santa Sofia”

Vaticano – Dopo l’Angelus di domenica 12 luglio Papa Francesco prendendo spunto dalla Domenica del Mare ha ricordato la Basilica recentemente trasformata in moschea

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«E il mare mi porta un po’ lontano col pensiero: a Istanbul. Penso a Santa Sofia, e sono molto addolorato». Lapidario, Papa Francesco domenica 12 luglio 2020: le poche parole valgono un discorso. È la più secca risposta al sultano di Ankara che rilancia la «guerra dei templi».

Nella «Giornata del mare» il Pontefice ricorda quanti lavorano nel mare e che, a causa della pandemia e della chiusura di molte attività, vivono situazioni di forte disagio. La ricorrenza, nella seconda domenica di luglio, nasce in Inghilterra cento anni fa per sensibilizzare sull’importante contributo dei marittimi e per proteggere i loro diritti, spesso dimenticati: «In questa seconda domenica di luglio ricorre la Giornata internazionale del mare. Rivolgo un affettuoso saluto a tutti coloro che lavorano sul mare, specialmente quelli che sono lontani dai loro cari e dal loro Paese. Saluto quanti sono convenuti stamattina nel porto di Civitavecchia-Tarquinia per la celebrazione eucaristica».

«PENSO A SANTA SOFIA. SONO MOLTO ADDOLORATO» – Il pesante silenzio sceso su piazza San Pietro rende ancora più solenne il biasimo di Francesco per l’ultima mossa di Recep Tayyip Erdogan, che ha ottenuto dal Consiglio di Stato turco che l’antica basilica cristiana – poi trasformata in moschea e quindi in museo da Atatürk – torni al culto islamico. L’ultima volta che Francesco ha parlato della Turchia è stato cinque anni fa. Nella domenica della Divina Misericordia, il 12 aprile 2015, celebra nella basilica il centenario del «martirio» armeno, altra piaga lacerante nelle carni della Turchia. Proclama «dottore della Chiesa» San Gregorio di Narek (951-1003), monaco, filosofo, teologo, mistico e poeta, che ha saputo esprimere «la sensibilità del suo popolo, dando voce al grido che diventa preghiera di un’umanità dolente e peccatrice, oppressa dall’angoscia della propria impotenza ma illuminata dallo splendore dell’amore di Dio. Fare memoria di quanto accaduto è doveroso, non solo per il popolo armeno e per la Chiesa universale, ma per l’intera famiglia umana, perché il monito che viene da questa tragedia ci liberi dal ricadere in simili orrori, che offendono Dio e la dignità umana. Quell’orribile massacro fu un vero martirio. Ancora oggi sentiamo il grido soffocato e trascurato di tanti nostri fratelli e sorelle inermi che, a causa della loro fede in Cristo o della loro appartenenza etnica, vengono pubblicamente e atrocemente uccisi, decapitati, crocifissi, bruciati vivi, costretti ad abbandonare la loro terra Solo Dio può colmare i vuoti che il male apre nei nostri cuori e nella nostra storia».».

IL GENOCIDIO COLPISCE IL POPOLO ARMENO – Sono colpiti anche siri cattolici e ortodossi, assiri, caldei e greci. «Furono uccisi vescovi, sacerdoti, religiosi, donne, uomini, anziani e persino bambini e malati indifesi. Non abbiamo ancora imparato che “la guerra è una follia, una inutile strage”» come scrisse profeticamente Papa Benedetto XV nella «Nota ai capi dei popoli belligeranti» (1° agosto 1917) «La lotta terribile appare un’inutile strage. Il mondo civile dovrà ridursi a un campo di morte? E l’Europa correrà, quasi travolta da una follia universale, incontro a un vero e proprio suicidio?». Nel centenario del «martirio» armeno – sul quale la cultura occidentale ha steso una plumbea coltre di silenzio – ribadisce «la necessità di fare memoria di quel tragico evento, di quell’immane e folle sterminio. Ricordarli è necessario, anzi doveroso, perché laddove non sussiste la memoria significa che il male tiene ancora aperta la ferita; nascondere o negare il male è come lasciare che una ferita continui a sanguinare senza medicarla! Certi che il male non proviene mai da Dio, radicati nella fede, professiamo che la crudeltà non può mai essere attribuita all’opera di Dio e, per di più, non deve assolutamente trovare nel suo santo nome alcuna giustificazione».

LA TURCHIA SI OSTINA A NEGARE UN FATTO STORICO – Il nunzio apostolico ad Ankara mons. Antonio Lucibello è convocato dal ministro degli Esteri Mevlut Cavuysoglu che esprime «disappunto»: «Le dichiarazioni del Papa non sono fondate su dati storici e legali e sono inaccettabili». La Turchia continua a negare il genocidio e combatte una guerra permanente per impedire che venga riconosciuto. La legge turca punisce con l’arresto e la reclusione fino a tre anni nominare in pubblico il genocidio in quanto gesto anti-patriottico e «vilipendio dell’identità turca». Ankara respinge la parola «genocidio». L’11 dicembre 1946 l’assemblea generale delle Nazioni Unite riconosce il crimine di genocidio con la risoluzione 96: «Una negazione del diritto alla vita di gruppi umani, razziali, religiosi, politici o altri, che siano stati distrutti in tutto o in parte». Gli armeni fanno risalire l’inizio del genocidio alla notte del 23-24 aprile 1915 quando il governo dei «Giovani Turchi», che aveva preso il potere nell’Impero Ottomano, ordina l’arresto e l’esecuzione di 50 intellettuali e capi armeni, accusati di essere la «quinta colonna» dell’Impero zarista della Russia.

LE PAVIDE EUROPA E NATO TACCIONO – Il successivo incontro tra il Pontefice ed Erdogan, nel febbraio del 2018, non andò come sperava Ankara. Il presidente cercava l’appoggio alle sue manovre in Medio Oriente. Il comunicato sull’udienza menziona, accanto alla questione di Gerusalemme contesa, altri problemi cari a Bergoglio: migranti ammassati in territorio turco, libertà religiosa di fatto inesistente in Turchia. Le immagini della folla che il venerdì inneggia ad Allah all’esterno di Santa Sofia fa capire che la decisione rinsalderà le file del nazionalismo islamico. Questioni ben più rilevanti della copertura dei mosaici della ex basilica con moderni tendaggi. Le pavide Unione Europea e Nato si sono distinte per il loro silenzio su una vicenda che offende la storia ed evidenzia il regime antidemocratico di una nazione che rinnega le regole della democrazia.

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