Il Papa sul beato Toniolo: “i cattolici si interroghino sul loro impegno politico”

Lettera – Papa Francesco in occasione del convegno a 100 anni dalla morte del beato Giuseppe Toniolo all’Università Cattolica di Milano ha inviato una lettera, a firma del cardinale Pietro Parolin segretario di Stato, all’Arcivescovo mons. Mario Delpini

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beato Giuseppe Toniolo

«I cattolici italiani imparino da Giuseppe Toniolo, insuperato maestro della dottrina sociale cristiana e profeta dell’impegno sociale e politico del cattolici, a interrogarsi sull’urgenza di una nuova stagione del loro impegno sociale e politico che, senza annullare le legittime differenze, trovi percorsi unitari di orientamenti e propositi, sottraendo la presenza cattolica nella società alla tentazione dell’indifferenza e al rischio dell’irrilevanza».

Lo scrive Papa Francesco nella lettera, a firma del cardinale Pietro Parolin segretario di Stato, all’arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini, presidente dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori, che organizza il convegno «Economia e società per il bene comune. La lezione di Giuseppe Toniolo nel centenario della morte (1918-2018)» all’Università Cattolica di Milano.

I cattolici italiani «sappiano imitare lo slancio del beato Giuseppe Toniolo. Si pongano nell’alveo della sua profezia. E siano, anche in questo, in prima linea i giovani, che il recente Sinodo ha additato all’attenzione della Chiesa» e ai quali il professore pisano, nato a Treviso, «si dedicò con particolare premura dalla cattedra universitaria e stando vicino ai giovani della Fuci».

Beatificato il 29 aprile 2012, la visione di Toniolo «offre ancora spunti di discernimento e di impegno» nella situazione dell’Europa e del mondo segnati «da nuovi problemi come l’acuirsi della questione ambientale e il fenomeno incalzante delle migrazioni». Toniolo, «padre e sposo esemplare, professore di economia e modello di santità laicale, maestro e profeta dell’impegno sociale e politico dei cattolici» molto può dire al nostro tempo: «Fece proprio il mandato di Leone XIII che nella “Rerum novarum” (1891) invitava i fedeli a farsi carico della questione sociale, per rispondere al dramma del proletariato sfruttato da un piccolissimo numero di straricchi».

Aggiunge Bergoglio: il rigore di studioso «capace di amore alla verità fino ad andare controcorrente, lo aiutò a cogliere il nodo della questione sociale, individuandolo in un’economia slegata dall’etica e sviluppata sull’onda della sola legge del profitto, nel vuoto delle provvidenze a vantaggio dei membri più deboli della società». Con associazioni, pubblicazioni e convegni, cooperative e banche popolari e rurali, Settimane sociali, Toniolo prepara «per i cattolici i tempi di un impegno più specificamente politico, allora ancora prematuro. Coltivò l’ideale di una società veramente democratica, in cui la stella polare fosse il bene comune da conseguire nella convergenza di tutte le forze sociali a vantaggio dei più poveri. Una democrazia che non avrebbe mai potuto realizzarsi senza attingere ai valori evangelici».

Di fronte agli attuali scenari di guerre regionali che fanno temere un aggravamento mondiale, diventa «impellente» contemperare i diritti delle Nazioni con le esigenze dell’universale famiglia umana. «Come non condividere con Toniolo che la prospettiva di una stabile e vera pace debba essere costruita integrando il rispetto dei diritti della persona con il superamento dell’individualismo, ritessendo le relazioni in cui la persona si espande, sulla base del valore sacro della vita e del valore costitutivo della famiglia?».

Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, invita: «Facciamoci contagiare dalla geniale creatività di Toniolo che ha avviato percorsi coraggiosi», come le Settimane sociali da lui promosse dal 1907: «Dietro le nubi del disimpegno e dell’individualismo possa far capolino il sole della dedizione gratuita al bene comune». Toniolo è un docente «visionario, cioè con una visione cristiana dei rapporti umani nella società e contemplativo nell’azione».

L’arcivescovo Domenico Sorrentino ricorda che Toniolo «fu professore di azione, non solo di cattedra e scrivania». Per documentare la sua concretezza, Sorrentino ricorda che, al congresso di Modena nell’ottobre 1879, guardando alla vicina stagione invernale, «i cui rigori avrebbero messo a dura prova i poveri, propose che i cattolici dessero vita a delle cucine economiche, anche per non lasciare che simili provvidenze fossero esclusivamente gestite da ambienti filantropici lontani dalla fede». Si chiedeva: se nella «Rerum novarum» il Pontefice è intervenuto, «come potranno i veri cattolici starsene in disparte?».

L’economista Stefano Zamagni lo definisce «un collega in anticipo sui tempi» che rifiuta la tesi positivista della separazione tra etica ed economia e «pone il bene comune al centro della propria elaborazione»: questo gli provocò l’ostracismo dei colleghi. In realtà il suo pensiero «anticipa alcuni recenti sviluppi del pensiero economico», tra cui il superamento della tesi che viene prima l’efficienza economica e poi la giustizia sociale.

Aldo Carera, storico dell’economia e docente all’Università Cattolica, ricorda le sue iniziative «per mettere in grado la classe dirigente cattolica di confrontarsi con la complessità dei problemi» e l’azione «per instradare le istanze di giustizia dei lavoratori verso organizzazioni cooperative e sindacali forti e ben strutturate». Toniolo afferma «il ruolo indispensabile dell’intermediazione sociale, a tutela degli interessi del popolo e a fondamento della democrazia. Senza una piena realizzazione della libertà e della dignità umana, il progresso si limita all’arricchimento individuale, agli egoismi e ai protezionismi nazionali, senza perseguire la crescita del bene comune».

Sergio Gatti, direttore di Federcasse, sottolinea che «Toniolo pone la questione della funzione del capitale e del denaro rispetto all’economia e al lavoro, e dice che “i capitali hanno senso se sono in funzione della creazione di lavoro”. Un’affermazione modernissima perché l’attuale crisi ha questa radice: l’allontanamento dei capitali e del denaro dalla produzione e dalla creazione di posti di lavoro». In sostanza, la finanza deve creare posti di lavoro.

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