Il Piemonte vota molto più a destra delle previsioni

Doveva essere un voto incerto – Invece Alberto Cirio è stato eletto Presidente sfiorando il 50% dei voi, Chiamparino si è fermato al 36%. Lega al 37% nel voto sovranista contro l’Europa. Crollo del M5s (13%), resiste il Pd (23%), primo partito a Torino

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foto Contaldo
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Il risultato del Piemonte era nell’aria, anche se i sondaggi raccontavano altro. La vittoria del nuovo Presidente della Regione Alberto Cirio, vincente al traino di una Lega pigliatutto, è ancor più netta di quanto si potesse immaginare monitorando l’ascesa di Salvini in tutt’Italia: 49,8% delle preferenze espresse dai piemontesi al nuovo presidente (1 milione 100 mila voti), quasi la maggioranza assoluta.

L’albese Alberto Cirio, il candidato imposto da Silvio Berlusconi dopo mesi di tensione per superare la riserva tattica opposta da Matteo Salvini, ha pesantemente staccato l’uscente Sergio Chiamparino, fermo al 36% delle preferenze personali (780 mila voti). Staccatissimo Giorgio Bertola del Movimento Cinque Stelle che si è fermato al 13% e rotti (poco meno di 300 mila voti). Ancor più distanziato Valter Boero del Popolo della Famiglia (0,7%, 16 mila voti), che aveva combattuto una decisa battaglia sui temi della famiglia, ma non è stato seguito dall’elettorato cattolico, cui si rivolgeva particolarmente.

A decretare la vittoria di Cirio è l’onda lunga della Lega. In Piemonte, osservando i numeri, si ha la sensazione di un’operazione capolavoro per Matteo Salvini che sottrae gli elettori a Berlusconi e piazzato in Consiglio regionale – il Parlamento che produrrà le leggi del Piemonte – addirittura 23 consiglieri su 51: avranno assoluto dominio politico nel governo e su Alberto Cirio. Salvini e i suoi luogotenenti piemontesi puntano a realizzare quanto avviene già a Roma: svuotare di contenuti e di potere il principale alleato (là Di Maio, qui Berlusconi) per costruire su scala regionale, come sul piano nazionale, una saldatura d’interessi con i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e spostare l’asse politico dal centrodestra alla destra estrema.

Cirio, consapevole del fuoco amico, fin dalle sue frasi d’esordio ha puntualizzato il metodo di resistenza interna: «squadra e piedi ben piantati a terra». L’obiettivo è di stanare la Lega affinché passi dagli slogan della campagna elettorale ai dati di realtà. Una realtà di crisi economica e sociale – quella ventennale del Piemonte – che non si può certo liquidare come eredità esclusiva di Chiamparino.

Cirio è temprato dall’esperienza di europarlamentare e sa bene che la situazione piemontese deriva da ragioni strutturali dell’apparato produttivo che lo Stato centrale, in primo luogo, non ha saputo preservare con buone politiche industriali. I guai finanziari ereditati dalla Regione Piemonte, questi sì, dopo la stagione del presidente leghista Roberto Cota, non hanno finora incoraggiato gli investimenti locali. L’influenza della Lega su Cirio è comunque enorme. Con i suoi voti il partito di Salvini ha determinato il successo nell’intero territorio: in tutte le province, ad eccezione del capoluogo Torino, Cirio ha doppiato Chiamparino. E dove non ha macinato l’avversario, in provincia di Torino, lo ha superato comunque per una manciata di preferenze. L’unica roccaforte del centro sinistra è ancora il capoluogo regionale, in cui Chiamparino ha raggiunto il 50 per cento, con il Pd primo partito al 30 per cento, staccando Cirio di 15 punti percentuali Cirio (frenato dal 6,5% Forza Italia, puntellato dal 26% dalla Lega, secondo partito in città.

Il Movimento Cinque Stelle, che nelle elezioni comunali del 2016 aveva toccato il 30 per cento, è franato al 13 per cento. Una debacle totale per il movimento grillino, che ha visto fuggire le adesioni verso il Carroccio proprio in quelle periferie che Chiara Appendino aveva cavalcato per manomettere il ventennale potere del centro sinistra nella città della Mole.

I risultati di queste elezioni piemontesi– al netto di una volatilità acclarata dell’elettorato – aprono nuovi scenari rispetto alla corsa per la successione del sindaco Appendino nel 2021, rispetto alla capacità d’urto e di convincimento dei partiti di centro destra, in primis la Lega, e rispetto alle contromisure del Partito Democratico, uscito dalle Regionali con limiti visibili ad occhio nudo di coesione organizzativa e identitaria. Limiti anche di contenuto, se è vero che tanti elettori della vecchia Margherita si sentono sempre meno a casa.

In tutte le province del Piemonte, ad eccezione di quella di Torino, il Pd non ha superato il 20 per cento, mentre scarso, impercettibile, si è rivelato l’apporto di Liberi Uguali Verdi, che ha confermato il fallimento dell’ennesima fuga in avanti verso la (dis)unità dei progressisti, la tendenza al frazionismo, anziché ricercare nel confronto le ragioni delle difficoltà. Per il centro sinistra, il 26 maggio inaugura il dopo Chiamparino, anche nel senso letterale del termine. L’ex presidente ha annunciato l’intenzione di ritirarsi dalla politica e di rinunciare al suo seggio di consigliere.

Con Chiamparino esce di scena una generazione. Quella del Presidente che fu campione di preferenze è stata una parabola quarantennale, cominciata da segretario della cellula universitaria del Pci negli anni Settanta, per proseguire a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta in un passaggio dalla Cgil alla segreteria del Pds, all’epoca in piazza Castello, al ruolo centrale e determinante avuto nel costruire la figura di Castellani sindaco, in Parlamento dal 1996, sindaco di Torino dal 2001 al 2011. Unico neo la ricerca, per quanto apprezzabile sul piano umano, dell’ultima sfida, anche con se stesso. Una battaglia politica planata senza la energia sul corpo e sulla mente del Pd – non lo si può negare – dopo il «no» iniziale alla ricandidatura, i suoi successivi «ma», e l’orgoglioso «sì» conclusivo, non da tutti accettato o compreso.

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