«Scrivere musica mi fa alzare gli occhi al cielo»

Al «Ferrante Aporti» – Parla il giovane detenuto nel carcere minorile torinese che ha scritto il rap che fa da colonna al videoclip «FuoriLuogo»: realizzato da un gruppo di ragazzi reclusi ha vinto a Torino la 20ª edizione  del Festival «Sottodiciotto sezione Off», dedicato ai cortometraggi realizzati in ambito extrascolastico. GUARDA IL VIDEOCLIP

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Si intitola «FuoriLuogo» il cortometraggio che ha vinto lo scorso marzo a Torino la 20ª edizione del concorso nazionale del Festival «Sottodiciotto sezione Off», dedicato ai videoclip realizzati dai ragazzi under 18 in ambito extrascolastico. L’eccezionalità del riconoscimento è dovuta agli autori, un gruppo di minorenni detenuti al «Ferrante Aporti» che frequentano il Laboratorio di informatica multimediale dell’Istituto penale gestito da Inforcoop – Lega Piemonte, finanziato dalla Città metropolitana di Torino.

Il cortometraggio, giudicato il migliore su 16 clip finalisti lo scorso marzo da una giuria  composta dal regista Enrico Bisi, dalla documentarista Rosa Canosa e da Marco Maccarini, presentatore, autore televisivo e speaker di Radio Italia, ha avuto la seguente motivazione: «Per la sintonia tra immagini, musica e parole che il cortometraggio riesce a far arrivare al pubblico attraverso uno stile ben calibrato». Il video, di 4 minuti,  è incalzante e diretto anche per il linguaggio «duro» dei ragazzi di oggi e ha come colonna sonora la canzone rap «Crazy», scritta da uno dei giovani reclusi. Racconta l’adolescenza dei ragazzi ristretti presentando in parallelo, in una sorta di visione onirica, le immagini del quotidiano dietro le sbarre e i luoghi «fuori», della liberà perduta vissuta nelle periferie urbane degradate. Grazie alla disponibilità della direttrice del carcere Gabriella Picco, abbiamo incontrato nei giorni scorsi all’Istituto Ferrante F., il giovane autore del rap a cui abbiamo chiesto come è nata l’idea di partecipare al Festival.

«La proposta è partita dagli operatori del laboratorio di informatica» spiega F. «a cui partecipo con alcuni compagni minorenni. Con i miei amici ci siamo impegnati tantissimo: io sono appassionato del genere rap, ho scritto centinaia di testi, è il mio modo per tirare fuori quello che ho dentro».

E cos’hai dentro?

Aggressività, rabbia, speranze, bisogno di affetto: la musica mi aiuta a guardarmi intorno e a sentirmi meno solo, a non scoppiare, a non sprecare il tempo qui in carcere, a vincere la nostalgia della mia famiglia, della mia città, dei miei amici. Per non farmi prendere dall’angoscia nei momenti tristi scrivo o ascolto rap, il genere che più si avvicina al mio mondo perché parla delle difficoltà di crescere tra muri scrostati, piazze dove si spaccia, case fatiscenti, quartieri dove non c’è niente da fare se non sballarsi. Ringrazio gli operatori per avermi dato l’opportunità di tirar fuori qualcosa di buono: scrivere musica mi fa alzare gli occhi al cielo e mi fa sentire che esisto anche io…»

Il titolo del vostro video è «FuoriLuogo» e il tuo rap, che fa da colonna sonora, «Crazy», in inglese significa «pazzo». Perché questi titoli?

«’FuoriLuogo’ è la nostra condizione qui in carcere, ci sentiamo ‘fuori posto’, aspettando di tornare al ‘nostro posto’, a riprenderci la nostra vita. Non perché qui stia male: al Ferrante sto imparando tante cose, sto studiando, sto ripensando alla mia vita, alla famiglia che mi piacerebbe costruire un giorno. Se avrò dei figli, forte di questa esperienza e dei miei sbagli, potrò insegnare loro a non sprecare la vita, a non far soffrire i genitori. Ho scelto «Crazy», «pazzo», perché è da pazzi non apprezzare quello che si aveva fuori, anche se era poco, anche se la tua famiglia era povera e con tanti problemi.

Nel testo del tuo rap scrivi: «I miei sentimenti morti, ma’ mi hai visto sparire in un secondo, le tue lacrime sangue fine del mondo, i miei sogni una barca che annega, il mio passato gocce di veleno…»: questo è il passato. Come vedi il tuo futuro dopo che avrai scontato la tua pena?

Il tempo che trascorro qui tra la nostalgia di cosa ho lasciato fuori e di cosa ho perso, nel bene e nel male mi sta insegnando che il passato è dietro le nostre spalle, che non devo ripetere gli stessi errori ma anche che non devo dimenticare chi mi ha aiutato a crescere, a studiare, a tirare fuori il meglio di me. Per questo l’aver partecipato al video è una svolta per me e per i miei compagni: ho preso coscienza di saper fare qualcosa di buono, posso ripartire di qui. Dietro queste mura sto diventando adulto: essere maggiorenni significa capire che ogni gesto che facciamo ha una conseguenza e che quando si sbaglia si paga…

Il vostro cortometraggio è stato premiato perché da un luogo «difficile» come il carcere minorile lancia un messaggio profondo, con un linguaggio comprensibile ai vostri coetanei. Cosa vuoi dire con questo video al mondo «fuori» e ai ragazzi e alle ragazze che lo vedranno?

Ragazzi, non siate impazienti, non pensate solo ai soldi e a divertirvi. La libertà è il dono più grande, si apprezza solo quando non c’è più. Capita nella vita, come è capitato a me, di pensare che non ci sia nessuno che possa aiutarti, di pensare di essere solo. Anche se lo sei, e forse chi è straniero come me lo prova più di altri, dentro di te puoi trovare le risorse. La musica per esempio per me è stata una ricchezza che avevo dentro, l’ho capito in carcere come ho capito al Ferrante quanto era bello la mattina svegliarti a casa con tua mamma, i tuoi fratelli…

Verso la fine del clip il tuo testo dice:

«Quando conti solo su te stesso, Quando non ti senti più lo stesso, quando senti la mancanza di qualcuno…». F., tu credi in Dio?

Io sono musulmano e quando don Mecu (don Domenico Ricca, il cappellano del Ferrante Aporti, ndr) mi invita vado in cappella a pregare con gli altri, mi sento meglio, meno solo. La religione è importantissima e non ci sono differenze fra cristiani, musulmani e ortodossi. Dio è padre di tutti.

 

Parlano gli operatori del laboratorio multimediale del Ferrante Aporti:

«FUORILUOGO, UN SUCCESSO EDUCATIVO»

«Sottodiciotto Film Festival» è nato a Torino nel 2000: si tratta di un Concorso nazionale di audiovisivi realizzati nelle scuole che poi vengono visionati in sala durante i giorni della rassegna (quest’anno dal 18 al 22 marzo scorso). Momento culminante del Festival, la cerimonia finale, dove è stato assegnato il primo premio al gruppo di minori detenuti che ha realizzato «FuoriLuogo» (il video vincitore della sezione «off», frutto di oltre un anno di lavorazione all’interno dell’Istituto di pena torinese) una Targa Città di Torino/Sottodiciotto Film Festival & Campus e alcune attrezzature tecniche per il laboratorio multimediale del «Ferrante».

«’FuoriLuogo’ è stato creato con e per i ragazzi del ‘Ferrante’ e nasconde dietro di sé un significato molto importante», commenta Alessandra Ghisu, con Danilo La Mantia operatori informatici del laboratorio multimediale gestito da Inforcoop Lega Piemonte che ha prodotto il video. Alessandra ha seguito il minore, autore del rap che fa da colonna sonora al clip, nella scrittura del testo e nella registrazione. «Quando è stato proiettato il video al cinema la prima volta in occasione del Festival, mentre ero nella sala seduta al buio, mi guardavo intorno e osservavo gli altri spettatori intenti a capire cosa i nostri ragazzi volessero comunicare. Erano tutti emozionati e turbati dalla violenza di quell’impatto visivo», prosegue l’operatrice. «Ogni voce che usciva dal video era lì, presente in quel momento e si imponeva prepotentemente al pubblico. La canzone composta da F. (che oggi ha da poco compiuto 18 anni) sovrasta qualsiasi immaginazione e ci sbatte in faccia la realtà conducendoci nelle sue strade piene di vizi e false speranze. Per me il senso di questo lavoro è stato dimostrare ai ragazzi che si può uscire ‘fuori’ anche quando sembra tutto perso. Uscire fuori dalle quattro mura del carcere è possibile, farsi ascoltare è possibile emozionando persone che non ci conoscono. Io credo che tutti noi rimaniamo intrappolati prima o poi in una gabbia mentale o reale: ma per liberarsi c’è bisogno che qualcuno creda in noi altrimenti non potremo mai avere il coraggio di guardare avanti e di provare a realizzare quello che desideriamo».

Il progetto, precisano gli operatori, è nato dall’idea di raccontare gli spazi dove vivevano i ragazzi quando erano ‘fuori’, i luoghi cioè di tutti i coetanei che vivono ai margini delle città (la panchina, la piazza) messi in parallelo con i luoghi del carcere (i corridoi, le celle, le aule del Ferrante Aporti. «I luoghi della libertà che se vissuti male ti portano ‘dentro’», prosegue Danilo La Mantia. «Sono gli stessi ragazzi che ce li hanno indicati: sono immagini delle periferie di Torino, di Genova dove alcuni di loro trascorrevano le giornate quando erano ‘fuori’. Abbiamo registrato e montato il clip qui al Ferrante con F. , l’autore del rap, appassionato del genere che, secondo alcuni musicisti a cui abbiamo fatto conoscere i testi del ragazzo, è molto in gamba. Al di là che il cortometraggio abbia vinto, questo lavoro è stato un successo educativo perché ha valorizzato i talenti dei ragazzi e, il fatto che sia stato riconosciuto valore artistico al videoclip, restituisce dignità a questi giovani, sono nati e cresciuti in contesti di emarginazione, in culle sbagliate». Alessandra e Danilo sottolineano come simili iniziative aiutino i ragazzi detenuti a incanalare la loro rabbia, la loro voglia di ribellarsi, il desiderio di riscatto, di normalità. Davvero, come diceva don Bosco, che visitando i ragazzi «discoli e pericolanti» della Generala (il riformatorio torinese che poi diventerà il Ferrante Aporti), ebbe l’intuizione del suo sistema preventivo: «In ogni giovane, anche il più disgraziato, c’è un punto accessibile al bene. Dovere primo dell’educatore è di cercare questo punto, questa corda sensibile del cuore e di trarne profitto». A distanza di 200 anni l’insegnamento di don Bosco è ancora attuale nei corridoi del Ferrante. (m.lom)

 

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