“Il Re di zucchero”, il teatro entra in carcere

Uno spettacolo messo in scena dai detenuti del penitenziario cittadino: sul palcoscenico per superare i propri limiti, guardare avanti, chiedere aiuto. Perché anche dietro le sbarre non si è da soli

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«Non potrai essere libero se non terrai conto degli altri… Hai bisogno di smettere di parlare soltanto a te stesso. Hai bisogno di essere ascoltato. Fai un solo passo verso il mondo: possa finalmente conoscere qualcuno, oltre te stesso». Parole che interrogano nel profondo ciascuno di noi, quando prigionieri nel labirinto del nostro individualismo non abbiamo il coraggio di chiedere aiuto. Parole che risuonano ancora più pesanti se a pronunciarle è chi fisicamente non è libero perché sta scontando una pena in carcere. Parole riecheggiate per 5 sere consecutive, dall’11 al 15 marzo, presso la Casa Circondariale «Lorusso e Cutugno» di Torino dove è stato messo in scena dai detenuti lo spettacolo teatrale «Il Re di zucchero. Suggerimenti per un nichilista sull’idea di libertà».

La rappresentazione, a cui hanno assistito quasi un migliaio di torinesi (180 per serata) e un folto gruppo di reclusi che hanno sostenuti i compagni di cella «attori», ha concluso la «Scuola sui mestieri del teatro» un laboratorio che ha impegnato per sei mesi una quarantina di detenuti italiani e stranieri. Si tratta del progetto «Per aspera ad astra, come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza» promosso da Acri (l’Associazione di Fondazioni e Casse di Risparmio) nelle carceri di Volterra, Modena, Castelfranco Emilia, Milano Opera, La Spezia e Torino. Al «Lorusso e Cutugno» la messa in scena dello spettacolo è stata possibile grazie alla realizzazione dell’Associazione Teatro e Società di Claudio Montagna, il sostegno della Compagnia di San Paolo e la collaborazione del Teatro Stabile di Torino che ha messo a disposizione maestranze e competenze.

Sul palco del teatro del penitenziario un gruppo di 25 detenuti del Padiglione B e per la seconda volta (è accaduto anche lo scorso anno) le detenute del Padiglione femminile e dietro le quinte 12 ristretti del Padiglione B che frequentano in carcere l’Istituto Plana che hanno costruito e allestito le scenografie tra cui il labirinto di legno che imprigionava il protagonista. È «Il re di zucchero, sovrano delle sue illusioni, sovrano di un regno in cui vive solo lui, un re fatto di zucchero, destinato a sciogliersi, alla prima goccia di verità»: così il testo di Claudio Montagna che con Luca Scaglia ha diretto lo spettacolo. Il re di zucchero è un uomo che pensa di non aver bisogno di nessuno. Si innamora di una donna impossibile ma non se ne rende conto, autocentrato com’è. E si chiude nel suo labirinto di lamentele e vittimismo, non ascolta la verità di chi gli tende una mano e lo vuole riportare alla realtà. Alla fine saranno i compagni e le compagne di strada – per i «liberi» i famigliari, i colleghi, i vicini di casa, gli amici – per i detenuti i compagni di cella – a distruggere pezzo per pezzo il labirinto in cui si è rinchiuso «il re di zucchero» sciogliendo il «grande nulla del suo egoismo». Liberato dal labirinto in cui si era imprigionato, il Re di zucchero si accorge che se tende la mano, se accetta l’abbraccio dei suoi compagni di strada, l’amore vero (e non quello immaginato) si incontra. Basta accorgersi degli altri così si sconfigge la tentazione nichilista che è in ciascuno di noi.

«È sempre difficile mettere a nudo i propri sentimenti soprattutto quando sei su un palco di fronte a sconosciuti» ha commentato la termine dello spettacolo Simona Massola, l’educatrice del carcere che ha seguito le fasi del progetto «ma per chi è detenuto, chi è imprigionato nella propria colpa riflettere ed esternare il proprio senso di solitudine, di vuoto che spesso assale chi è dietro le sbarre è molto più complicato. Il teatro aiuta a superare i propri limiti, a guardare avanti, a chiedere aiuto perché anche in carcere non si è soli».

Claudio Montagna, da 25 anni impegnato nel progetto permanente di laboratorio teatrale, da sempre sostenuto dalla Direzione del carcere torinese, evidenzia come in 57 minuti di spettacolo ci sia «una macchina fatta di tanti ingranaggi, di attori che finiscono la pena mentre le prove sono in corso e vengono sostituiti in corner, della difficoltà di spiegare cos’è il nichilismo – concetto occidentale – ai reclusi africani che partecipano al laboratorio e che allora viene meglio mettere in scena un testo sulla solitudine attraverso un rap». E poi la disponibilità della Polizia penitenziaria non «solo custodi ma partecipi delle emozioni recitate dai ristretti». Così nell’applauso finale il Re di zucchero si scioglie nell’abbraccio del pubblico «libero» e degli attori che tornano in cella forse meno soli.

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