Il secolo di Karol Wojtyła

Scrive padre Lombardi – Cent’anni fa, il 18 maggio 1920, la nascita di san Giovanni Paolo II. Nel ricordo di un testimone i grandi segni lasciati dal pontificato del Papa polacco

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san Giovanni Paolo II

Stando vicino a Giovanni Paolo II si aveva spesso l’impressione di partecipare «alla storia», di essere testimoni di qualcosa di grande, oltre le dimensioni della nostra esperienza ordinaria. Egli stesso manifestava la consapevolezza di rispondere a una chiamata che attraverso di lui doveva lasciare il segno nella storia. Più di una volta aveva ricordato le parole rivoltegli dal Cardinale Wyszyński in occasione della sua elezione al pontificato: «Tu dovrai introdurre la Chiesa nel Terzo Millennio!», e allora mancavano ancora vent’anni al 2000. Certamente il modo straordinario in cui era sfuggito alla morte in occasione dell’attentato, da lui attribuito senz’ombra di dubbio alla protezione della Madonna, lo aveva confermato nella convinzione di avere una grande missione da svolgere in un mondo luogo di lotta drammatica fra bene e male.

padre Federico Lombardi

Nei suoi ultimi anni, Giovanni Paolo II pubblicò alcune composizioni poetiche molto originali, che intitolò «Trittico Romano». Quella centrale è una profonda meditazione nella Cappella Sistina, dove si contempla l’intera storia del mondo e della salvezza a partire dalla creazione, descritta come la grande visione del «Primo Vedente». Sotto i Suoi occhi si squaderna tutta la realtà. E proprio in quel luogo lui, Karol Wojtyla, era stato personalmente chiamato a guidare la Chiesa nel suo cammino. Consapevolezza di una grande chiamata e insieme totale consapevolezza che tutta la sua vita si svolgeva sotto lo sguardo di Dio, perché «tutte le cose sono nude e aperte davanti ai suoi occhi», come dice la Lettera agli Ebrei (4, 13). Questa è stata certamente una chiave della sua santità.

Qualche anno prima del 2000 avevo combinato un piccolo incontro con Pierfranco Pastore, il simpaticissimo monsignore valsesiano allora Segretario del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, e un paio di altri amici per riflettere sulla nostra preparazione come comunicatori al Grande Giubileo del 2000. La salute del Papa era già piuttosto precaria ed era spontanea fra noi la domanda se sarebbe arrivato al 2000… Mons. Pastore affermò senza incertezza: «Ci arriverà di sicuro. Ne ha un desiderio e una volontà troppo forti per cedere prima!». Come sappiamo, aveva perfettamente ragione. Il Grande Giubileo era l’appuntamento storico a cui tendeva tutto il pontificato e quindi la sua vita: un incontro fra la storia dell’uomo e la storia della salvezza portata da Gesù Cristo, il redentore dell’uomo.

san Giovanni Paolo II

L’autorevolezza di Giovanni Paolo II era straordinaria. Indimenticabili per me i viaggi degli anni ’90 nei Paesi dell’Europa centro-orientale tornati alla libertà dopo l’oppressione. Il Papa li visitò quasi tutti e si rivolgeva non solo ai fedeli cattolici, ma ai popoli interi con una grande capacità di evocare la loro storia, la loro identità culturale, i loro valori e le loro tradizioni, i loro eroi. E li incoraggiava e li sfidava a ritrovare la loro dignità e il sano patriottismo con cui dare il proprio contributo originale e prezioso allo scambio delle ricchezze della grande «famiglia dei popoli». Allora il Papa appariva ai miei occhi un vero grande «maestro dei popoli». Dubito che sia esistita un’altra persona capace di rivolgersi a intere nazioni con tanto carisma, per risvegliare il senso della loro vocazione nella storia del mondo e ridare loro il gusto della responsabilità della libertà ritrovata.

Nel suo bel ricordo di Giovanni Paolo II pubblicato in questi giorni, il Papa emerito Benedetto XVI concorda con l’idea di attribuire l’appellativo «Magno – il Grande» al suo Predecessore, per il grande influsso che ha avuto nella storia del suo tempo. E’ un appellativo dato in passato solo ai Papi Leone e Gregorio nel primo millennio. Certamente Giovanni Paolo II ha inciso nel superamento dei blocchi, nella caduta di muri dell’epoca contemporanea, nel cambiamento degli equilibri mondiali. E ciò non certo per un potere militare o economico, ma per un’autorità eccezionale radicata nella sua fede e nel suo magistero spirituale ed umano, riconosciuta nel mondo intero. Il numero dei nuovi Stati che chiesero di stabilire relazioni diplomatiche con la Santa Sede durante il suo pontificato fu davvero grandissimo, le eccezioni sono rimaste molto poche.

Per chi era giovane allora, Giovanni Paolo II rimane il Papa amico della gioventù. Effettivamente, dai suoi gesti, dal suo comportamento, dalle sue parole si capiva facilmente che aveva vissuto con i giovani. Durante un lungo viaggio in Polonia, gli organizzatori avevano avuto la bella idea di inserire un giorno di ‘sollievo’ ripercorrendo su un battello un itinerario su laghi e canali del nord del Paese, dove il giovane Wojtyla faceva lunghe escursioni in canoa con i suoi giovani: era emozionante vederlo sorridere riconoscendo le chiuse dei canali, i prati lungo la riva dove aveva pernottato campeggiando… E’ quasi naturale che sia stato lui ad avere l’idea delle indimenticabili Giornate della Gioventù! E il suo Successore, anche se la sua esperienza con i giovani era principalmente nelle aule universitarie, capì che doveva inserirsi in questo solco, e ad ogni nuova GMG ripeteva che era una straordinaria e provvidenziale esperienza di vitalità della Chiesa. In quel contesto Papa Wojtyla sapeva proporre ai giovani grandi ideali, scelte e vocazioni impegnative. Applicava a loro vita quel formidabile invito del suo intero pontificato: «Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!».

Troppe cose si potrebbero e dovrebbero dire su questo pontificato ‘sconfinato’, di oltre 26 anni, il terzo per lunghezza nell’intera storia della Chiesa (dopo San Pietro e Pio IX), con i suoi numerosi e fondamentali documenti magisteriali e di applicazione del Concilio, con i suoi oltre 100 viaggi all’estero in 128 Paesi diversi, più numerosissimi viaggi in Italia e la visita di oltre 200 parrocchie di Roma… Ma quello che tutti certamente ricordano è il posto della sofferenza in questo pontificato.

Giovanni Paolo II ha sofferto personalmente le conseguenze di un attentato potenzialmente mortale, ha avuto un tumore all’intestino di cui è stato operato con successo, ha subito la frattura del femore per caduta, infine è stato malato di Parkinson per lunghi anni fino alla morte. Tutto ciò ha fatto di lui un Papa molto vicino ai malati e ai sofferenti. Fin dall’inizio del papato era impressionante vedere il tempo che dedicava a salutare personalmente i malati (se poteva, tutti i malati presenti!) senza fretta, a costo di sconvolgere gli orari e i programmi previsti. Ma naturalmente è stata soprattutto la malattia finale il tempo della sua testimonianza di fede nella sofferenza, che gli ha meritato l’affetto e la gratitudine di innumerevoli malati e anziani del mondo, che lo hanno sentito vicino nel dolore e nella preghiera per accettare la volontà di Dio. Molti si sono domandati se era bene che un Papa rimanesse in carica così a lungo, pur impedito nella sua attività di governo della Chiesa. Sappiamo con quale spirito Giovanni Paolo II abbia vissuto la sua malattia.

Personalmente amo fare due considerazioni sul Papa sofferente. La prima è l’ammirazione per la disponibilità e l’umiltà con cui egli si è lasciato vedere nella malattia, e per di più in una malattia così visibile come il Parkinson, fino all’ultimo. Attraverso le nostre telecamere egli sapeva di svolgere un servizio di partecipazione e vicinanza alla sofferenza e ai singoli sofferenti. La seconda è la durata di questa testimonianza: alcuni anni. Il Papa sapeva bene che la malattia e la sofferenza occupano una parte molto molto grande nella vita… Ora, in un pontificato lunghissimo, in cui il Signore gli aveva permesso un’attività vastissima e impressionante, con grande forza fisica e spirituale, la parte proporzionata della infermità non poteva essere breve e marginale. Doveva essere prolungata e profonda, vera partecipazione alla Passione di Gesù, via necessaria per la salvezza dell’uomo. Perciò le immagini che mi sono rimaste più care di Giovanni Paolo II sono quelle che avemmo la grazia di riprendere e trasmettere nel suo ultimo Venerdì Santo, nella sua cappella, abbracciato alla croce durante le stazioni finali della Via Crucis al Colosseo, dove un grande popolo pregava commosso insieme a lui, affidandosi all’amore di Gesù che muore per noi. Così, anche per questa vita eccezionale e per questo grande pontificato tutto era davvero compiuto.

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