Il sociologo Prina spiega la rabbia dei giovani

Intervista – Dopo i saccheggi nei negozi in centro a Torino, l’analisi di Franco Prina, ordinario di Sociologia giuridica e della devianza, delegato del rettore dell’Ateneo Torinese per il Polo Universitario per studenti detenuti

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Franco Prina, ordinario di sociologia giuridica e della devianza all'Università di Torino

Franco Prina, ordinario di Sociologia giuridica e della devianza, delegato del rettore dell’Ateneo Torinese per il Polo Universitario per studenti detenuti e presidente della Cnupp (Conferenza nazionale delegati poli universitari penitenziari), è uno dei massimi esperti di fenomeni della delinquenza giovanile e autore di numerosi studi sul tema tra cui l’ultimo «Gang giovanili. Perché nascono, chi ne fa parte, come intervenire» (edizioni Il Mulino, 2020).

È stato giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni di Torino ed è formatore di assistenti sociali e di altri operatori impegnati nell’educativa di strada. Gli abbiamo chiesto come giudica gli atti vandalici e i saccheggi in alcune grandi città, come è avvenuto nelle scorse settimane nei negozi di lusso nel centro di Torino in cui sono risultati coinvolti  alcuni minorenni e giovani italiani o stranieri di seconda generazione che vivono nelle periferie metropolitane più problematiche.

Professor Prina, tra le persone fermate, perché coinvolte negli atti vandalici e nei saccheggi dei negozi in via Roma a Torino, risultano alcuni minorenni e giovani italiani o stranieri di seconda generazione che vivono nelle periferie degradate della nostra città. C’è chi ha letto nei loro atti la rabbia e la voglia di riscatto che cova nelle bande di adolescenti delle fasce più povere. Cosa ne pensa?

Sì, sembra che in effetti vi fosse un mix di soggetti tra cui anche giovani poco più che adolescenti di barriera o delle periferie. La prospettiva (auto costruita negli scambi sui social o sollecitata da qualcuno interessato a strumentalizzarli) di poter esprimere in maniera forte il proprio esistere e il proprio disagio esistenziale, ancorché percepito confusamente, può essere una spiegazione.

Cosa cova nelle nostre periferie e cosa c’entra il Covid?

Le motivazioni e le dinamiche della presenza di gruppi sulla scena delle città, in questa occasione come in altre, sono ricorrenti: si è un «noi» di ugualmente esclusi o senza futuro, si agisce insieme perché così siamo forti e non abbiamo paura, si va dove ci sono i simboli del lusso, l’«altra città» che si pensa viva senza problemi, ci si appropria di qualcosa che mai avremmo potuto permetterci, insieme si distrugge ciò che si incontra per lanciare un messaggio ed esprimere la propria vitalità e rabbia. In un mix di italiani e stranieri che è peculiare dei nostri contesti perché le periferie sono abitate da persone diverse che vivono condizioni simili. E perché (fortunatamente) non abbiamo i ghetti urbani di immigrati come in altri paesi. Un mix che, in Italia, connota anche le bande giovanili, composte come sono da ragazzi di origini diverse, che si aggregano in formazioni  spesso occasionali e mutevoli, che rispondono a bisogni di identità, di visibilità, di protesta, di soddisfazione di bisogni e desideri indotti, che sperimentano il rischio, l’adrenalina, in una dimensione di gruppo che è appartenenza e che alimenta la convinzione di essere forti. Che questo sia collegato alla situazione contingente del periodo che stiamo vivendo è solo perché in essa si possono creare i pretesti e le condizioni favorevoli. Ma questi fenomeni potrebbero manifestarsi anche in altri momenti o luoghi, come insegna lo sguardo sulla storia delle bande giovanili che si manifestano in particolare dove i giovani marginalizzati delle periferie connotate etnicamente sperimentano quello che è stato chiamato il «razzismo istituzionale» o percepiscono di non avere speranze per il futuro.

Tra le cause dell’esclusione sociale dei giovani delle periferie degradate, non solo a Torino, ci sono gli abbandoni scolastici della scuola dell’obbligo. Quali rischi si corrono con la Dad (Didattica a distanza) al 75-100% (in Piemonte, decretata Zona rossa, solo gli alunni fino alla prima media possono andare a scuola) in questi contesti dove i ragazzi spesso non dispongono di supporti digitali adeguati per seguire le lezioni on line?

La crisi Covid ha complicato le vite quotidiane dei ragazzi e dei giovani delle categorie più deprivate culturalmente e socialmente. Intanto perché ha reso più difficile la vita degli adulti di riferimento (soprattutto se stranieri) che hanno visto precarizzare ancora di più le loro condizioni di vita e di lavoro, hanno dovuto convivere con i figli in case non adeguate, hanno sperimentato l’angoscia dell’incertezza e la paura per chi, della loro famiglia, è lontano nei Paesi di origine e può ammalarsi. Poi perché ha privato i ragazzi dei riferimenti che rappresentano sempre una difesa dalla solitudine e dall’abbandono alle logiche della strada e (in alcuni casi) dello sfruttamento: la scuola, i luoghi di aggregazione, l’associazionismo di quartiere, gli educatori di strada, gli oratori.

La Dad ha evidenziato le distanze tra le classi sociali…

Certamente, tra i ragazzi che erano accompagnati dai genitori e chi no, tra chi aveva gli strumenti per seguire le lezioni e chi non li aveva. Ha demotivato ulteriormente i ragazzi meno motivati, ha fatto perdere loro i riferimenti che avevano negli insegnanti (che sono anche spesso i soli educatori). Questo lo hanno percepito chiaramente coloro che lavorano con i ragazzi dei quartieri più poveri delle grandi città, al Sud in particolare, che stanno «inventando» – come nell’esperienza dei «maestri di strada» – modalità innovative per sopperire a questa situazione andando a «incontrare» dove vivono coloro che stanno abbandonando progressivamente la scuola per garantire loro una qualche forma di continuità didattica.

Come sono cambiate le nuove generazioni, come stanno reagendo e cosa rischiano con un nuovo lockdown?

È ancora presto per valutare appieno quali cambiamenti abbiano investito le nuove generazioni. Ma questo vale per ciascuno di noi. Le reazioni registrate dagli educatori a contatto con i ragazzi e i giovani durante il lockdown sono state diverse: dal ripiegamento in sé stessi (sono cresciuti i casi di isolamento nella dimensione dell’esclusiva fruizione dei social e dei videogiochi) alla sfida alle regole violando le disposizioni e sfidando i controlli. Certo è che la nuova chiusura decretata dal 6 novembre (e speriamo solo fino all’inizio di dicembre) potrebbe essere più difficilmente sopportata della prima, anche perché i messaggi che arrivano dagli adulti – e in particolare da chi ha responsabilità pubbliche -sono contraddittori. E poi ci sono forze interessate a creare caos utilizzando la rabbia o la sofferenza dei più giovani (come forse è stato anche negli episodi di questi giorni). L’unica cosa che si può dire è che, nel caso del ripetersi di episodi come quelli cui abbiamo assistito, a pagare il prezzo della reazione sociale e istituzionale che si scatenerebbe, sarebbero ancora una volta proprio gli stessi ragazzi e non chi li incita o indirizza: e a marginalità e rabbia si sommerebbe altra marginalità e rabbia rendendo ancor più difficili una crescita equilibrata e i processi d’integrazione sociale già così faticosi.

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