Il venerabile Barberis e la Consolata, “testimoni della speranza”

Torino – «Mi piace pensare che il canonico Barberis, nel suo servizio come cappellano dell’ospedale militare ‘Maria Letizia’, abbia potuto incontrare anche il mio papà, ferito durante la Grande Guerra». Si apre con questa confidenza l’omelia che mons. Giacomo Maria Martinacci, rettore del santuario della Consolata, tiene nella Messa presieduta nella chiesa del Famulato cristiano nel 52° della morte del venerabile Adolfo Barberis

175
Venerabile Adolfo Barberis

«Mi piace pensare che il canonico Barberis, nel suo servizio come cappellano dell’ospedale militare “Maria Letizia”, abbia potuto incontrare anche il mio papà, ferito durante la Grande Guerra, che per un periodo vi fu ricoverato». Si apre con questa confidenza l’omelia che mons. Giacomo Maria Martinacci, rettore del santuario della Consolata, tiene nella Concelebrazione presieduta con una ventina di sacerdoti nella chiesa del Gesù, Casa madre del Famulato cristiano, nel 52° della morte del venerabile Adolfo Barberis (1967-24 settembre-2019).

Altri particolari legano questo venerabile «testimone della speranza» al santuario della Patrona di Torino. Nella sua ordinazione presbiterale – con una cinquantina di compagni, nella cappella dell’Istituto Cenacolo di Torino in corso Vittorio Emanuele angolo corso Massimo d’Azeglio (istituto poi distrutto per fare posto agli eleganti condomini di oggi) – il 29 giugno 1907, il cardinale arcivescovo Agostino Richelmy è assistito da due canonici, il rettore e il vicerettore della Consolata, Giuseppe Allamano e Giacomo Camisassa,  fondatore e confondatore dei Missionari della Consolata. Don Adolfo «avrebbe desiderato entrare tra i Missionari ma non gli fu consentito dall’arcivescovo che lo aveva scelto come suo segretario» dal 1906. Nel 1940 in un momento difficile, don Barberis formula il voto di andare per un anno alla Consolata «per fare adorazione al Santissimo Sacramento e visita alla Vergine Consolatrice». Si tratta di ottenere l’erezione canonica della Congregazione, che avverrà nel 1953 da parte del vescovo di Ivrea mons. Paolo Rostagno. Alla Consolata – ricorda mons. Martinacci – c’è lo splendido paramentale voluto da Richelmy e realizzato con la collaborazione del Barberis. Poi il monumento
funebre pensato e progettato in memoria del cardinale e inaugurato giusto 70 anni fa il 28 settembre 1949.

Come Maria, don Barberis cerca di seguire Gesù e afferma: «Lassù è la fine del soffrire, del temere, ignorare, peccare; lassù è il principio del conoscere, comprendere, gioire, amare. Non viene voglia di partire, salire e restare? Sperate sempre e sorridete sempre. C’è da scoraggiarci? Noi, servi di Dio, non ci sconfortiamo mai; seminiamo idee, preghiere, sofferenza, altri raccoglieranno».

Uomo di grande speranza. Si chiede: «Che cosa è la vita?». E risponde: «Preparazione al Cielo. Non abbiamo qui fissa dimora, ma ne cerchiamo un’altra nel Cielo. Viviamo nell’attesa che il Signore venga a prenderci per introdurci in quella perpetua felicità per la quale ci ha creati e in quell’attesa dobbiamo prepararci affine di essere trovati degni di entrare in quella dimora della luce, della purezza, della gioia perenne». Scrive a una persona: «La vita le sfugge? Ma che importa se ogni istante che svanisce la lascia più vicina al Cielo?». Afferma uno dei testimoni al processo canonico: «Ha sofferto molto come uomo e come prete. Ha affrontato il dolore con squisito spirito cristiano e con grande sottomissione al volere di Dio. Trent’anni di emarginazione ecclesiastica non sono pochi e imparare a stare in disparte per chi era sempre vissuto al centro della vita ecclesiale,non è certo stato facile. Lo stile e la forza con cui ha retto questa prova sono esemplari e appartengono alle esperienze della santità».

«Sperate sempre e sorridere sempre» è l’insegnamento del venerabile Barberis. Sacerdote diocesano di Torino, «ha esercitato in grado eroico le virtù teologali e cardinali», per questo merita il titolo di «venerabile» e così fa un sostanzioso passo verso la beatificazione, come sostiene il decreto del 3 aprile 2014 sull’eroicità delle virtù. Questo prete si colloca nella rigogliosa fioritura della Chiesa torinese e piemontese che ha prodotto una meravigliosa schiera di santi di prima grandezza che hanno illuminato la Chiesa e l’Italia in un’epoca di rivoluzionarie trasformazioni sociali: Giuseppe Benedetto Cottolengo, Giuseppe Cafasso, Giovanni Bosco, Leonardo Murialdo, Luigi Orione, solo per citare i santi. Ognuno ha aperto un cammino originale e benefico di santità e apostolato, risposta cristiana ai problemi spirituali e alle devastanti conseguenze delle ideologie socialiste e liberali. Sacerdote a 24 carati, uomo di preghiera e apostolato, maestro e consigliere del clero, «servitore delle serve», fondatore del Famulato cristiano, predicatore itinerante, artista e sindonologo. Rientra a pieno titolo nella folta schiera di quei preti che hanno illuminato le Chiese di Torino e del Piemonte con le loro virtù e la loro carità, i buoni samaritani che hanno vissuto le  beatitudini, che operarono con brillanti intuizioni apostoliche in risposta alle esigenze delle persone, delle comunità e dei tempi. Hanno saputo fare sintesi tra evangelizzazione e promozione umana, tra appello alla conversione e problemi della gente, tra slancio apostolico e soluzioni civili e sociali.

Dopo la fondazione del Famulato – avvenuta 98 anni fa, l’8 aprile 1921 – è sommerso dai debiti; è spesso malato; subisce operazioni chirurgiche. Mons. Martinacci individua «la virtù maggiormente praticata e insegnata è il sorriso interno ed esterno, totale, sincero e coinvolgente. Senza mai trasformarsi, come confessò  due anni prima della morte, “in un salice piangente: così vissi tranquillo, persino allegro”».

Racconta un testimone: «Si stupiva perché il cardinale Maurilio Fossati non era contento che lui fosse senza soldi, povero come richiedeva il Vangelo: “Ero solo un povero Cristo senza soldi” diceva, mentre semmai ci sarebbe stata ragione di rattristarsi se avesse fatto del male. Il padre aveva una fede “granitica”, aveva una grande speranza: anche con le lacrime diceva: “Il Signore c’è, il Signore non ci tradisce: noi dobbiamo accettare anche quello che non comprendiamo”. Disinteressato in tutto il bene che faceva, si aspettava soltanto l’approvazione e il consenso di Dio, desiderando avviare al Paradiso tutte le anime che incontrava. Diceva sempre che “non si può andare in Paradiso da soli: o si va con altri o non si va”».

Il rettore della Consolata conclude che «nella tradizione del Cottolengo torinese si affermava che “un pezzo di Paradiso” aggiusta tutto. Emerge nel Barberis questa incrollabile certezza. Se ci è difficile”ritenere una vera grazia soffrire per il Signore”, come affermava, ci siano di conforto e stimolo il suo esempio, la sua preghiera e la sua fedeltà alla promessa di dimostrarsi dal Paradiso “padre per davvero”».

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome

due × 4 =