Il segno forte della Caritas che raddoppia in carcere

Presentato il progetto – Nella XXX Giornata Caritas sabato 30 marzo la presentazione di una attività di ascolto in collaborazione con il carcere torinese e tante testimonianze. L’intervento dell’Arcivescovo Nosiglia. GALLERY

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Otto volontari Caritas ogni 15 giorni si «trasferiscono» dal Centro d’ascolto diocesano «Le due tuniche» nel carcere torinese Lorusso e Cutugno per incontrare i detenuti e avviare azioni di aiuto su più fronti: dalla casa, al reinserimento lavorativo, alla gestione delle problematiche familiari. È il «Saf», servizio di ascolto fraterno che nel corso della XXX Giornata Caritas, il 30 marzo scorso al Teatro Valdocco, è stato presentato dal direttore della Caritas diocesana Pierluigi Dovis e dal direttore del penitenziario Domenico Minervini. Un nuovo servizio della Caritas che si affianca a quello ordinario dei volontari penitenziari e della cappellania e che è stato formalizzato in un protocollo con durata annuale. L’accordo «istituzionalizza» l’attenzione che già da tempo la  Caritas diocesana ha «verso quella porzione di città», ha ricordato Dovis illustrando il servizio, «che non deve essere mai esclusa». Contro la logica dell’ ‘arginare i problemi’ dentro le mura del carcere, subentra la volontà di porvi le persone al centro, con le loro fatiche e una dignità che indipendentemente dai reati commessi non deve mai venire meno. L’ascolto e l’attenzione alla persona sul modello evangelico sono stati i «fili conduttori» della Giornata dedicata alla «Carità chi-amante», alla vocazione alla carità che interpella tutti. Ascolto che nel carcere torinese trova ora un suo percorso definito e strutturato su un solco  tracciato a partire dagli anni 2000 e intensificato negli ultimi: da gennaio 2017 a marzo di quest’anno infatti sono già state accompagnate dai volontari Caritas 150 persone, con 50 di loro si sono realizzati  50 avviamenti lavorativi – 13 durante ultimo anno –  e una decina gli inserimenti abitativi, oltre 30 gli inserimenti in attività stabili di volontariato.

Tre gli obiettivi del «Saf»: facilitare la vita del detenuto attraverso il colloquio, l’ascolto, il disbrigo di alcune pratiche amministrative, la realizzazione di attività di socializzazione extra carcerarie;              mettere in rete le risorse cui Caritas Diocesana Torino normalmente accede, aumentando le possibilità di reinserimento nel tessuto di riferimento dei detenuti; collaborare – senza sovrapporsi – con le diverse figure professionali presenti nell’istituto, con la cappellania, con il volontariato intracarcerario ed eventualmente coinvolgendo persone ed enti esterni  di riferimento a sostegno della persona detenuta.

Dagli obiettivi alle azioni:  ecco che i volontari del Saf cercano di affrontare le problematiche abitative  per aiutare i detenuti a non perdere ad esempio il diritto alla casa popolare;  cercano di provvedere all’inserimento in percorsi di servizio volontaristico che facciano incontrare il vissuto del detenuto con quello di persone con altre fragilità (disabili, persone senza dimora, famiglie in stato di povertà) perché si possano sviluppare sensibilità reciproche. E ancora: i volontari tentano, in primo luogo con la fondazione Mario Operti, l’attivazione di percorsi di reinserimento lavorativo allo scopo di avviare percorsi di misure alternative alla detenzione, offrono aiuto per la chiusura di partite Iva onerose e inutili per il detenuto; si cerca infine di sostenere la funzione genitoriale di padri separati detenuti con la messa a disposizione  – su prenotazione – di appartamenti per incontrare i figli minori attraverso il progetto Caritas «Ancora Papà».

«All’interno del carcere», ha sottolineato il direttore Minervini esprimendo il proprio ringraziamento alla Caritas, «ci sono persone in estrema difficoltà, persone che nell’espiare la pena devono essere sostenute in un’ottica di reinserimento. Altrimenti ci troviamo poi a considerare il dato della percentuale di  recidiva – che si attesta intorno al 70%, – con preoccupazione. Con la Caritas possiamo far capire ai carcerati che ci sono strade percorribili, che non sono le  ‘scorciatoie’ in cui tanti sono caduti, e che si posso avviare già nel tempo della detenzione».

Sempre nella Giornata Caritas, il direttore ha annunciato anche un protocollo valido fino ad aprile 2020 siglato con il Tribunale di Cuneo e Uepe Cuneo. Prevede che 8 persone condannate, dal primo aprile siano impegnate in  lavori di pubblica utilità in  quattro sedi del cuneese, ma nella nostra diocesi: Racconigi,  Cavallermaggiore, Marene e Savigliano, qui in particolare sono coinvolte  tutte le parrocchie.

Azioni all’interno del carcere e all’esterno   realizzate andando incontro, mettendosi in ascolto e «fissando il proprio sguardo» in quello degli altri, puntando sulla relazione che è il secondo elemento fondante dell’azione Caritas emerso dalle testimonianze che hanno caratterizzato la Giornata. Quella relazione che possono intessere giovani e anziani, che si può sperimentare facendo il servizio civile o cercando risposte di senso nel proprio percorso universitario, incontrando realtà come quelle del Sermig o del Cottolengo, insegnando ai detenuti o ascoltandoli, accogliendo i senza dimora  e sempre  «accompagnando», ha concluso Dovis, «non con assistenzialismo, ma riconoscendo la dignità ogni uomo e ricordando che la carità non è accessorio, ma parte della vocazione di ciascuno». Così si sono mescolate sul palco di Valdocco storie e sensibilità diverse: l’esperienza   – ancora relativa al mondo del carcere – del diacono Michele Burzio e della moglie Olga, impegnati sempre nell’ascolto, di Maria Teresa Pichetto, già responsabile del Polo universitario carcerario, poi quella di Marco Gremo che ha vissuto e porta avanti l’esperienza della Bartolomeo & C avviata da  Lia Varesio con i senza dimora, quella del parroco del Vianney, don Beppe Barbero, che nel suo percorso ha vissuto l’esperienza del Sevizio civile in una comunità di donne salvate dalla tratta dal Volontariato Vincenziano, di Irene Raimondi della Fuci che ha richiamato i giovani a vivere nell’università relazioni umane e capaci di allargare lo sguardo su chi fatica. Stesso richiamo dalle parole di Elisabetta che ha incontrato la realtà del Sermig e di Agnese, novizia del Cottolengo e, in un’ottica più globale, di Francesco Marsico di Caritas che ha individuato i problemi di una società spaccata dalle ingiustizie sociali e segnata sempre più da disparità economiche.

Disparità che una cultura che si fonda sulla «vocazione universale alla carità» può annullare, recuperando anche chi ora è detenuto, chi ha sbagliato ma viene accompagnato, ascoltato, «guardato negli occhi».

Pubblichiamo l’intervento integrale dell’Arcivescovo:

Cari amici operatori della carità, vi esprimo anzitutto dal profondo del cuore il ringraziamento dell’intera Chiesa  di Torino e del vostro vescovo per quanto fate e per ciò che rappresentate nella nostra realtà ecclesiale e sociale. Quest’assemblea intende rendere manifesto a tutti il vostro impegno, riconoscendo a ciascuno di voi un ministero di fatto, che fonda il vostro servizio e ne fa una via per edificare la comunità nella carità, rendendola dunque sempre più credibile nella sua missione di servizio agli uomini.

1. Intendo presentare brevemente un tema che giudico molto importante per voi e per la nostra Chiesa. È il servizio che, come comunità cristiana, offriamo ai poveri e a tutta la comunità civile, considerandolo una via privilegiata di educazione alla fede e alla vita. Quando parliamo di formazione e di educazione, siamo soliti riferirci a quell’impegno proprio di ogni famiglia, della scuola e della catechesi, che hanno il compito di sostenere il cammino intellettuale, morale e civile delle nuove generazioni. La carità, essendo una realtà molto concreta e meno astratta, si colloca nell’ambito del fare, più che del pensare. In realtà, la Chiesa ha sempre considerato la carità una via privilegiata di educazione e formazione alla fede e alla vita cristiana di ogni credente. Del resto, lo scopo per cui è nata la Caritas nella Chiesa italiana è quello di essere strumento per rinnovare l’azione educativa della Chiesa proprio mediante la carità, considerata via di formazione di mentalità e di stile di vita per il suo esercizio da parte sia di ogni singolo cristiano, sia anche dell’intera comunità cristiana.

La Caritas, allora, non è uno dei gruppi di volontariato, che, numerosi, svolgono il loro prezioso servizio nelle parrocchie o sul territorio, ma è segno e via che manifesta l’impegno di tutta la comunità nel campo della testimonianza della fede. Ricordiamo l’apostolo Giacomo, che dice: « A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta. Al contrario uno potrebbe dire: “Tu hai la fede e io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede”» (Gc 2,14-18). Il seme, che va gettato nel campo del mondo e del vissuto di ogni persona, è la Parola di Dio, da cui nasce la forza dell’amore fino al dono totale di sé, che deve caratterizzare l’azione della comunità cristiana verso ogni creatura debole, indifesa, succube del peccato e di ogni forma di ingiustizia e di sopraffazione. Questa unione stretta ed indissolubile tra Parola e Amore, verità e carità, è contenuta nel Vangelo che siamo chiamati a donare; è Cristo la Parola eterna del Padre, è lui l’Amore, che si offre fino al dono totale di se stesso.

“Fare la verità nella carità”: questa è la via fondamentale di ogni cristiano e di ogni comunità.  «In Cristo verità e carità coincidono. Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra vita verità e carità si fondono. La carità senza la verità sarebbe cieca; la verità senza la carità sarebbe “come un cembalo che tintinna (1Cor 13,1)», ha affermato il card. Ratzinger prima di essere eletto Papa (Omelia alla Messa pro eligendo pontifice, 18 aprile 2005). Sono espressioni chiare che ci fanno guardare sempre al nostro servizio caritativo nel sociale come via privilegiata di evangelizzazione e di educazione, spesso addirittura di prima evangelizzazione, per tante persone che solo così possono incontrare il volto paterno di Dio.

2. Se la carità è dunque legata alla verità dell’annuncio del Vangelo e alla fede in Cristo, diventa decisiva la vostra formazione permanente, cari operatori della carità, per essere cristiani con una fede adulta, per poter vivere l’amore vero e promuovere un nuovo umanesimo integrale, che dia risposte piene a tutte le esigenze dei poveri e sofferenti. Non tralasciate mai la vostra formazione  cristiana, unita all’impegno a prepararvi bene sul piano anche delle competenze, per rispondere così alle necessità sempre nuove e complesse delle povertà oggi esistenti sul nostro territorio.

Tutto questo va inserito dentro un cammino di Chiesa, perché è la comunità ad operare nella carità, prima delle singole persone. Occorre dunque puntare decisamente all’obiettivo che da tanti anni stiamo tentando di perseguire: pensare la carità in grande, come espressione ed impegno della nostra comunità, resa soggetto protagonista e responsabile in questo ambito, il quale ne rappresenta l’anima più profonda e vera, il cuore pulsante di amore per ogni persona.

Possiamo dire che soggetto ed oggetto della Caritas non sono solo i poveri, ma in primo luogo la stessa comunità. Per questo, presidente ne è il vescovo, a livello diocesano, ed il parroco, a livello parrocchiale, ed il suo compito consiste nello svolgere un ministero, quello della comunione e del servizio che educa e fa crescere in tutta la comunità la consapevolezza e l’impegno di fare la carità come primaria via di formazione dei fedeli e della loro testimonianza nel mondo. L’azione caritativa rappresenta infatti il punto di partenza e di arrivo di un ampio lavoro capillare nel settore della solidarietà e dell’animazione e formazione delle nostre comunità cristiane ed esige il più forte e convinto appoggio dei consigli pastorali e di tutti i battezzati.

Animare, coordinare, promuovere il vasto campo dell’azione caritativa di una parrocchia; mantenere uno stretto collegamento con le altre realtà caritative delle parrocchie dell’unità pastorale; formare gli operatori, sensibilizzare le comunità, monitorare di anno in anno l’evolversi delle nuove povertà, promuovere interventi mirati per far fronte ad urgenze o situazioni di particolare disagio sul territorio: questo è il compito vasto e complesso di chi opera generosamente in tale ambito pastorale, così decisivo e necessario per l’evangelizzazione e la testimonianza.

3. Questo riferimento alla dimensione ecclesiale della carità si radica e si attua sempre più a partire della stessa Eucaristia, centro vivo e cuore di tutta la vita della comunità e della sua missione. Il punto di partenza è la forte esortazione dell’apostolo Paolo alla comunità di Corinto, rimproverata di mangiare indegnamente il Corpo del Signore, perché non riesce a riconoscere Gesù nella comunità di coloro che condividono lo stessa fede e sono uniti nello stesso amore. Una comunità fatta di poveri e dunque bisognosi di essere accolti e sfamati alla stessa mensa del Signore, che è la carità.

Quando parliamo di carità, pensiamo subito alle cose da fare e da dare nella concretezza dei gesti e delle iniziative. Dunque, sembra che l’Eucaristia non c’entri con la carità e questa venga dopo la celebrazione, ne sia il risultato o meglio il frutto. È certamente vero che la carità scende per le strade e i luoghi dove la gente soffre e fatica, a causa di malattie e di miserie umane e sociali. Essa, tuttavia, non è per i cristiani solo una buona azione di solidarietà, anche se efficace sul piano dei servizi. La carità è amore che si dona ad ogni uomo e che nasce dall’amore di Dio accolto nell’Eucaristia, in quello spezzare il pane che conduce alla condivisione con tutti. Viene così superata la consueta contrapposizione, che a volte resta nella mentalità di tanti fedeli: da una parte c’è il culto e dall’altra la vita, da una parte la preghiera e dall’altra l’azione concreta.

Nella comunione eucaristica troviamo uniti strettamente insieme l’essere amati e l’amare gli altri. In sintesi, possiamo ben dire che «un’Eucaristia che non si trasforma in amore concretamente praticato è in se stessa frammentata» (cfr Benedetto XVI, Deus caritas est, 14). Ma chiediamoci allora: i poveri oggi sono realmente accolti con gioia nelle nostre assemblee liturgiche (cfr. Gc 2,2 ss.), fanno parte dei nostri incontri parrocchiali o di gruppo, delle nostre riunioni e feste, usufruiscono delle nostre mense?.Se cerchiamo una risposta a partire dall’impegno concreto che le nostre comunità vivono, possiamo dire che la carità è non solo presente, ma rappresenta un elemento forte e visibile tra i più efficaci. Mi piace chiamarla la “perla preziosa” che ho trovato nelle parrocchie e in moltissimi gruppi, comunità religiose e civili, che si dedicano con un capillare volontariato ad alleviare le sofferenze e i bisogni dei poveri, degli emarginati, degli immigrati, dei senza dimora, dei disabili. Se invece guardiamo alla comunità nel suo complesso, all’utilizzo delle strutture stesse delle parrocchie e di tante comunità, c’è ancora molto da fare per rendere più ampia e capillare l’azione caritativa. La formazione alla carità, l’animazione della comunità e il coordinamento, che sono tra i compiti principali della Caritas, restano, a volte, in ombra e rischiano di perpetuare un’idea di carità-elemosina, che lascia il carico poi dell’azione concreta ai volontari, gente generosa, certo, ma che “ha tempo e voglia”, direbbe qualcuno. Preoccupa in questo il fatto, ad esempio, che a portare avanti gli impegni caritativi in molte parrocchie siano poche persone, che, da anni e anni, si impegnano con una dedizione veramente ammirevole, supplendo alla carenza dei giovani e delle famiglie.

Manca, o non è ancora penetrata nella mentalità e nel costume di vita delle assemblee domenicali e dunque nella comunità, la convinzione che la carità non è un optional o un lavoro per addetti, ma un debito-dovere di ogni cristiano sul quale saremo giudicati e dal quale soltanto possiamo trarre motivo di credito davanti a Dio. Non è dunque solo questione di attivare in ogni parrocchia la Caritas o la san Vicenzo, ma di educare il popolo di Dio ad assumere in quest’ambito una più decisa responsabilità collettiva, superando la delega. Su questo punto, credo che molto possano fare le unità pastorali, attivandosi in collaborazione con la Caritas diocesana per sviluppare un’opera di formazione, di coordinamento e di animazione, necessaria a sostenere le comunità ed i vari gruppi che ispirano la loro azione al Vangelo, e per ottimizzare le risorse, mirando alle povertà più urgenti e bisognose di aiuto sul territorio e ricercando altresì quelle sinergie e raccordi necessari con i Servizi sociali dei comuni, con le ASL e con ogni altro organismo civile interessato.

4. Ho incontrato in questi anni tante realtà che operano nel sociale sul territorio e sono rimasto ammirato dallacapillarità e dalla grande generosità dei volontari ed operatori che le animano. Ci sono però ancora dei passi da fare tutti insieme, che vanno attivati con impegno e costanza.

* La formazione dei volontari e degli operatori. È richiesta una formazione essenziale sul piano spirituale e sociale e di “professionalità specifiche”. Ho sempre richiamato l’esigenza che ogni unità pastorale solleciti le parrocchie a mandare ogni anno alcuni operatori o volontari ai corsi di formazione della Caritas diocesana, per prepararsi bene attraverso un cammino serio e qualificato. Se questo impegno manca, la formazione si riduce a ben poca cosa, lasciando tutto come prima. Competenza professionale, dunque, ma anche grande umanità, quella che il Papa chiama “attenzione del cuore”.

* La necessità di un coordinamento di unità pastorale, che dia vigore e forza alle varie iniziative e faccia dialogare ed incontrare le realtà e le persone. Ho sentito che questa è un’esigenza, anche se difficile da concretizzare, visti gli impegni di tutti. La Caritas potrebbe, però, proporsi come gruppo di animazione e di coordinamento, per offrire stimolo e forza all’impegno di unità e comunione, che deve guidare quanti agiscono in quest’ambito. La carità comporta unità, altrimenti si frammenta in tanti rivoli, che disperdono le forze ed impediscono di affrontare seriamente e con le dovute risorse le povertà vecchie e nuove del territorio.

* La grande sfida della missione, su cui la Chiesa oggi è impegnata anche nel nostro Paese, comporta annunciare Cristo ed il Vangelo dell’amore ad ogni uomo piagato nel corpo e nello spirito. Chi opera nella carità e nella solidarietà è di per se stesso portato a vivere la missione sulla strada, andando a trovare la gente nelle situazioni e nei luoghi dove si vivono miserie e povertà. Da qui occorre ripartire per far sì che l’azione caritativa sia vissuta non solo come un “di più” generoso, un frutto della buona volontà di pochi, ma come un compito di tutti i fedeli, che se ne fanno protagonisti e responsabili proprio sul piano missionario, per diventare una Chiesa in uscita e dunque aperta ad ogni persona povera e famiglia del proprio territorio, da servire nelle sue necessità spirituali e materiali.

* L’impegno a suscitare volontariato e vocazioni alla carità. È necessario restare sempre aperti al nuovo che lo Spirito suscita, anche in un singolo cristiano, e non fossilizzarsi sulle realtà già esistenti e ben impiantate. Il sangue nuovo è linfa, che dà vigore e rilancia l’azione caritativa. La Caritas deve riconoscere questo, promuoverlo, dare sostegno, affinché crescano anche gli apporti più umili. Essa non è una multinazionale della carità, che raggruppa tutti e tutto in un unico contenitore, ma una realtà di animazione e di promozione di ciascuno con la sua specificità e ricchezza. Da tutti deve imparare, prima che insegnare.

* la promozione del welfare di inclusione sociale che è stato oggetto della recente Agorà, il quale opera per ridare dignità e autonomia ad ogni povero, sia esso senza dimora, o immigrato, malato o anziano solo, disabile o bisognoso di una casa o di un lavoro. Solo così, infatti, potremo dire di mettere al centro del nostro servizio la persona in quanto tale e la sua famiglia, aiutandole a diventare soggetti attivi e responsabili del proprio domani. Desidero soffermarmi sul tema famiglia perché voi tutti avete l’esperienza quotidiana di quanto siano aumentate le famiglie in difficoltà che si rivolgono ai centri di ascolto delle nostre parrocchie e realtà ecclesiali: dobbiamo  farci carico delle famiglie reali e concrete  che in questo momento soffrono situazioni di grave disagio,sono a volte prive del lavoro, o il  cui figlio non lo trova e deve andare all’estero,non hanno le risorse appropriate per mettere al mondo un figlio  ( e la denatalità nel nostro paese sta raggiungendo percentuali molto preoccupanti ), non riescono a garantire  ai figli un curricolo di studi  appropriato al loro futuro professionale,hanno il problema  della casa una vera sciagura per molte famiglie della nostra  città e altri territori della Diocesi. Chiedono il pacco spesa perché persino  procurarsi il cibo è diventato un problema.  Hanno da accudire  i loro anziani e malati, ed è sempre piu’  difficile  accedere a  cure mediche appropriate e spesso costose, comprare medicine che diventano un lusso per tante famiglie come ha denunziato il Banco farmaceutico; alcune hanno figli disabili che non hanno le dovute attenzioni da parte delle istituzioni. Manca la volontà concreta di una politica  che metta la famiglia al centro e non come al solito dia le bricciole  per la sua promozione  e sostegno. Parliamo di accoglienza  delle famiglie, ma dal punto di vista politico si tratta di slogan vuoti di contenuto reale,  belle parole  a cui non seguono scelte  concrete  conseguenti che affrontino le diverse criticità di cui soffre oggi la famiglia.

* Giustizia e carità.E un binomio unitario che va qualificato e promosso. Non si può dare per carità ciò che è dovuto per giustizia per cui la Caritas  ha il compito oltre che di collaborare con i servizi sociali dei Comuni e le circoscrizioni in città, le USL nel campo della sanità ,di promuovere  quella coscienza critica e positiva  in tutte le componenti della nostra società, politici, industriali e uomini di cultura, istituzioni e terzo settore, volontariato laico, che operano sullo stesso territorio per fare rete e aiutarsi a dare risposte concrete e  permanenti ai poveri e ad ogni persona e famiglia in difficolta’ sia del nostro Paese come di altri portatori di valori,religioni e culture diverse .

In sintesi occorre  che perseguiamo insieme il triplice fine di : prevenire le povertà andando alle sue radici  e operando su di esse; accompagnare ogni persona e  famiglia in un percorso di autonomia gestionale della propria vita  e del proprio futuro;integrare i poveri con pari diritti e doveri nella società perché se ne sentano responsabili e attivi protagonisti non solo debitori di altri ma resi loro stessi  capaci di contribuire al bene comune e al progresso  di pace, di giustizia e solidarietà su cui si fonda la convivenza della cittadinanza.

Termino con un augurio, che è anche certezza fondata nella mia coscienza di pastore: se la nostra Chiesa continuerà a privilegiare gli ultimi, se con coraggio profetico non si sottrarrà alle nuove sfide di tante miserie morali e materiali proprie del nostro tempo, non dobbiamo temere: la fede non verrà meno, l’Eucaristia che celebriamo si tradurrà in pane spezzato nell’amore, il Vangelo sarà sempre più credibile via di cambiamento anche sociale.

Grazie e buona Quaresima.

+ Cesare NOSIGLIA, Arcivescovo di Torino

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