Il Coronavirus svuota le residenze per anziani

Piemonte – Secondo i dati dei gestori due terzi delle morti Covid in Piemonte sarebbero avvenute nelle Rsa, i dirigenti delle strutture chiedono alla Regione e alla Asl di riempire i letti vuoti con nuovi ingressi di pazienti assicurando a tutti la quota sanitaria regionale

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A due settimane dall’allentamento delle misure per contenere la diffusione del Covid-19, anche le Rsa del Piemonte tentano di imboccare la strada del ritorno alla normalità con qualche prima iniziativa per permettere ai parenti di far visita – dopo quattro mesi – ai propri cari degenti. Ma i dati, man mano che diminuiscono i casi di contagio e che si riduce la pressione sui reparti di terapia intensiva e sub-intensiva degli ospedali, rivelano il dramma che si è consumato nelle Residenze sanitarie assistenziali.

Tremila morti – I dati dei gestori sulla mortalità sono impressionanti: dai loro calcoli, due terzi delle morti per Covid complessive sono avvenute nelle Rsa piemontesi. In valore assoluto significa quasi 3.000 decessi sugli oltre 4.000 registrati in regione. Michele Assandri, presidente dell’Associazione nazionale strutture terza età (Anaste), una delle più rappresentative associazioni di categoria del settore cui fanno riferimento strutture per quasi 9.000 posti letto solo in Piemonte, prova così a fare il punto delle cifre: «stimiamo 2.500 pazienti morti con Covid sulle 3.000 vittime totali nelle strutture negli ultimi tre mesi». Non si tratta, solo, di un «affare privato»: sindacati e rappresentanti dei pazienti hanno sottolineato, con esposti e denunce pubbliche, le carenze di protezioni imputabili ai gestori, ma tutte le strutture sono accreditate con le Aziende sanitarie pubbliche e svolgono un servizio ritenuto essenziale, equiparato al pubblico e (sulla carta) sotto la sua vigilanza, coordinato dall’assessorato alla Sanità regionale.

I gestori delle strutture sanitarie assistenziali hanno certificato 4.500 posti letto vuoti dopo il picco dell’epidemia. Alle 3.000 vittime vanno aggiunti «alcune centinaia di pazienti riportati a casa dai parenti nei primi giorni di epidemia e un migliaio di posti fisiologicamente vuoti o riservati alla continuità terapeutica post-ospedaliera che si sono svuotati», dice Assandri. La conta è accompagnata dalla richiesta pressante alla Regione e alle Asl di riempire rapidamente i letti con nuovi ingressi di pazienti, assicurando a tutti la quota sanitaria versata dalla Regione (il 50% della retta totale, circa 1.500 euro al mese).

Sanità di serie B –L’ecatombe delle Residenze sanitarie assistenziali ne ha messo in luce la debolezza dal punto di vista sanitario, a fronte di pazienti che – già normalmente – hanno esigenze terapeutiche pressanti e non rinviabili. Tra il 2015 e il 2016 il Consiglio dell’Ordine dei Medici di Torino e provincia approvò due documenti in cui confermava l’assoluta «indifferibilità delle  prestazioni sanitarie» per i malati non autosufficienti, che fossero degenti nelle Rsa oppure a domicilio. Quelle parole rimasero sulla carta; si era nel periodo del contestato piano di rientro sanitario. A livello nazionale, in un panorama ventennale di riduzione delle spese sanitarie e di tagli al Servizio pubblico di tutela della salute, il 2017 portò l’aggiornamento dei Livelli essenziali delle prestazioni (Lea), che per tutti i malati non autosufficienti «istituirono una sanità di serie B: selettiva su basi economiche anziché universalista, con una parte consistente dei costi a carico dell’utente e interventi clinici non sufficienti alle esigenze del malato», osserva Maria Grazia Breda, presidente della Fondazione promozione sociale, ente di difesa dei diritti dei malati non autosufficienti.

Nuovo modello – Il Gruppo di lavoro guidato dall’ex Ministro alla Sanità Ferruccio Fazio, di cui fa parte anche il presidente dell’Ordine dei medici di Torino, Guido Giustetto, sta effettuando alcune ricognizioni per incrementare la presenza medica nelle Rsa. Una prima ipotesi è quella basata sull’aumento delle figure cliniche all’interno delle strutture, facendo perno sui medici di famiglia dei pazienti. Ci sono poi gestori orientati al «modello Lombardia», con medici dipendenti delle singole strutture, che nulla avrebbero a che fare con il Servizio sanitario nazionale, e il cui maggior costo ricadrebbe in gran parte sugli utenti. Una proposta, questa, che sconta secondo gli osservatori qualificati del dibattito la negativa gestione lombarda del virus, oltre 16mila morti per Covid-19, anche in quel caso moltissimi nelle Rsa.

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