Incubo nelle Rsa, migliaia di anziani senza visite dall’inizio del Covid

Piemonte – Il Covid ha scatenato il panico nelle Residenze Sanitarie Assistenziali piemontesi, migliaia di ospiti sono drammaticamente reclusi, non incontrano i familiari dalla scorsa primavera

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Più di ventimila malati non autosufficienti sono reclusi da inizio marzo nelle Rsa (Residenze Sanitarie Assistenziali) per anziani del Piemonte. Migliaia di degenti sono morti – durante il picco della pandemia Covid-19, ma anche nei mesi successivi e ancora oggi – lontani dal conforto di un loro parente (o ricevendolo solo in punto di morte), dalle cure dei propri medici di fiducia, spesso dalle prestazioni palliative per la sedazione del dolore. Sono moltissimi i casi in cui da sette mesi coniugi, figli, nipoti non vedono il loro parente ricoverato – spesso colpito da malattie gravissime, demenze, invalidità che rendono non praticabile il sistema della videochiamata –, in altri sono state aperte le visite con tempi contingentati e a distanza, cioè senza possibilità di contatto, limitazione che rende l’incontro «mutilato» nei casi non infrequenti di ricoverati con seri problemi di vista e udito, o difficoltà a riconoscere l’interlocutore. In altri casi ancora – una minoranza – l’entrata dei parenti è stata autorizzata con tutte le necessarie precauzioni, sempre su prenotazione, ma con maggiore libertà. In nessun caso, invece, risultano essere state concesse uscite dalle strutture (di qualche ora, o di qualche giorno, con rientro a domicilio) dei malati non autosufficienti, un’opzione che soprattutto durante le festività era utilizzata prima della pandemia per brevi rientri a casa e, specie nei fine settimana, per far respirare al malato un po’ di aria «diversa», anche solo per qualche ora di «passeggiata» nel parco vicino alla Rsa.

Luigi Icardi, assessore alla Sanità della Regione Piemonte

Direttori responsabili. Dal primo decreto sulla chiusura delle strutture, a inizio marzo, nulla è cambiato nelle norme nazionali (l’ultima sullo stato di emergenza sarà in vigore fino al 15 ottobre). La situazione delle Rsa è un caso unico per l’Italia, che nel frattempo ha riaperto uffici e ristoranti, teatri, cinema, scuole e persino stadi e discoteche. Così recita il testo: «L’accesso di parenti e visitatori a strutture di ospitalità e lungo degenza, residenze sanitarie assistite (Rsa), hospice (…) è limitato ai soli casi indicati dalla direzione sanitaria della struttura, che è tenuta ad adottare le misure necessarie a prevenire possibili trasmissioni di infezione». La responsabilità scaricata sui soli direttori – che in ogni caso, a domanda formale sulle visite sono obbligati almeno a fornire una risposta motivata, obbligo al quale molti si stanno sottraendo secondo le associazioni degli utenti – sta creando un fenomeno «a macchia di leopardo». In una generale chiusura o parzialissima apertura delle Rsa, modi e tempi delle relazioni e delle visite sono molto diversi da struttura a struttura.

Linee di indirizzo. Ad uniformare e allargare le maglie delle modalità di accesso – non solo dei parenti, anche di coloro che in Rsa prestano lavoro come animatori, parrucchieri, podologi – aveva pensato ad inizio agosto la Giunta regionale del Piemonte con le «Linee di indirizzo per le strutture residenziali e semiresidenziali (…) nella fase di emergenza covid-19»; anche l’Istituto superiore di Sanità aveva dato nel corso dell’estate disposizioni simili. Atti, però, che non hanno forza di legge e dai quali, quindi, i direttori delle Rsa non si sentono «coperti». D’altronde, anche l’assessore regionale alla Sanità Luigi Icardi ha demandato alle singole realtà la responsabilità del loro operato, pur essendo tutti enti accreditati con la Regione e incaricati di svolgere un servizio pubblico di livello essenziale: «Gli indirizzi non sono legge, per cui possono essere interpretati e adottati a seconda delle specifiche necessità, dopo la valutazione del rapporto rischio-beneficio».

Le storie. È un conteggio disperato quello che migliaia di famiglie separate dai loro cari, aggiornano di giorno in giorno. Mentre andiamo in stampa, dai primi giorni di marzo sono passati più di 200 giorni, due terzi dell’anno senza un abbraccio, un gesto di intimità e di affetto con i propri cari malati.

Anna (omettiamo i cognomi) è uno dei «fortunati» che riescono, con molte restrizioni, a vedere i congiunti per breve tempo una volta alla settimana: «È concessa a un solo parente una visita alla settimana, per un’ora – dice delle visite a sua nonna, ricoverata in una grande Rsa del centro di Torino –. Non avviene nessun contatto, siamo sorvegliati da due operatori in una stanza. È molto dura: mentre tutto il resto riapre, le Rsa assomigliano a carceri e noi parenti vediamo gli effetti negativi di questa chiusura sulla psiche dei nostri cari».

A Torino Sud, Roberto, figlio di una ricoverata malata di Alzheimer, ha potuto rivedere sua madre solo a inizio giugno. «Siamo in una condizione di sospensione molto provante: prima erano autorizzate le visite con due parenti, poi con uno. Se il personale è meno del previsto per ferie o mutue, saltano gli appuntamenti. Non siamo tutelati e i nostri cari malati non vedono il sole da più di sei mesi».

Nemmeno gli ospedali sono esenti da questa dinamica di allontanamento degli affetti. Quella che la direzione dell’Amedeo di Savoia ha inviato a Lina, figlia di un malato che dalla Rsa è stato trasportato in ospedale per un’infezione, è la lettera standard del nosocomio: «Spiace comunicare che stante il perdurare dell’emergenza Covid-19 sino al 15 ottobre 2020, si sospendono tutte le visite dei parenti di ogni ordine e grado nei reparti degli Ospedali Maria Vittoria, Amedeo di Savoia e Birago di Vische». Deroghe sono concesse per le situazioni gravi (premorienti, minori), ma con livelli di discrezionalità che disorientano i famigliari.

Non va meglio fuori città, dove pure gli spazi all’aperto per effettuare incontri in sicurezza ci sarebbero. Il signor Giuseppe ha la mamma ricoverata alla Rsa in un comune della provincia di Cuneo, ma ancora nella diocesi di Torino, nella quale da febbraio non entra nemmeno il parrucchiere. «È disperante – confessa – L’isolamento sta creando danni gravissimi e non arrivano risposte da parte delle istituzioni, addirittura i responsabili della Rsa intimano a chi fa pressione per incontrare i parenti di cercarsi un’altra sistemazione».

Soluzioni per la ripresa. La morìa nelle Rsa registrata durante il picco dell’epidemia Covid (che non vuol dire, è bene ricordarlo, che tutti i decessi nelle Rsa siano avvenuti per Covid) ha avuto una serie di concause, tra le quali spiccano i bassissimi standard di cura – nemmeno un medico in presenza 24 ore su 24 – a fronte di elevati bisogni sanitari dei ricoverati. Più osservatori qualificati stanno uscendo allo scoperto dichiarando la necessità di equilibrare le precauzioni cliniche con una riapertura delle strutture. In questo senso vanno le interrogazioni al ministro della Salute dei senatori Pirro (M5S) e Taricco (Pd), così come gli appelli di alcuni gestori e di parte del mondo clinico per una revisione della norma nazionale.

È opinione condivisa tra operatori e gestori delle Rsa che la chiusura indiscriminata sia dettata da motivi di cautela legale, non clinici, in un panorama in cui «la Regione – spiega Michele Assandri, presidente di Anaste, Associazione di categoria delle Rsa – ha bloccato gli inserimenti convenzionati in struttura, rendendo ancora più difficile la situazione dei gestori e azzerando le prestazioni di Livello essenziale, che sono un diritto esigibile per gli utenti malati».

Per Giancarlo Isaia, presidente dell’Accademia di Medicina di Torino, «la situazione di distacco così prolungato tra pazienti e famigliari è estremamente critica e necessita di una soluzione omogenea per la ripresa, con tutte le precauzioni che adottiamo quotidianamente, delle relazioni fra malati e parenti». Non solo: «La prolungata segregazione è dannosa anche dal punto di vista clinico – osserva Isaia ricordando che il ridotto accesso dei parenti è seguito di pari passo da quello dei medici e degli specialisti –. Il mancato movimento degli anziani malati, il fatto che non vedano la luce del sole da mesi, che spesso abbiamo quasi azzerato le loro relazioni sociali sono fattori di abbassamento della qualità di vita che non devono continuare».

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