Italia all’altare, le prime nozze si fanno in chiesa

Dati Istat 2018 – Il 69% degli sposi novelli continua a scegliere il rito religioso. L’aumento dei divorzi moltiplica le seconde nozze con rito civile, che in totale finiscono per superare i matrimoni in chiesa

175

Un sorpasso storico: così sono stati letti i dati sull’andamento dei matrimoni in Italia nel 2018, forniti in questi giorni dall’Istat, da cui emerge che per la prima volta nella storia nazionale i matrimoni con rito civile hanno superato quelli celebrati col rito religioso. Dietro questi titoli da prima pagina si nasconde però una realtà molto variegata, dovuta alle diverse forme ‘matrimoniali’ oggi presenti e possibili non solo nel nostro Paese, ma in tutto l’Occidente.

Il sorpasso di cui si parla, infatti, è trainato dall’aumento dei secondi (e dei successivi) matrimoni e dalle unioni in cui almeno uno degli sposi è straniero, due situazioni oggi in aumento e nelle quali prevalgono di gran lunga le nozze civili. Se invece si considerano soltanto le prime nozze, si scopre che l’altare batte ancora chiaramente la cerimonia in Comune.

Detto in termini numerici, ancor oggi chi si sposa per la prima volta in Italia sceglie perlopiù di sposarsi in chiesa (nel 69% dei casi), a fronte del 31% delle persone che celebrano le prime nozze di fronte al Sindaco o a un suo rappresentante. Tuttavia, questa forte preferenza ‘iniziale’ per il rito religioso viene poi statisticamente compensata dall’aumento nel tempo sia dei secondi matrimoni dei divorziati, sia dei matrimoni che coinvolgono gli immigrati (anche questi ultimi perlopiù di natura laica). Nel 2018 si sono celebrati in Italia circa 157.000 primi matrimoni: 108.000 svolti con rito religioso, 49.000 con rito civile. Se a questi ultimi si sommano i secondi matrimoni e quelli in cui almeno uno degli sposi è straniero, si giunge all’attuale prevalere al fotofinish (50,1%) dei matrimoni civili su quelli celebrati di fronte ad un sacerdote.

Questo scenario articolato si presta a varie considerazioni. Anzitutto ci dice che la domanda del rito religioso continua a essere attualmente diffusa tra le coppie che per la prima volta si affacciano alla vita matrimoniale, gran parte delle quali è costituita da persone giovani o perlomeno giovani-adulte, visto che si estende nel corso degli anni l’età media in cui si contrae il matrimonio. Come prima opzione, dunque, il matrimonio religioso attrae assai di più del matrimonio civile, rappresenta la scelta più perseguita da quanti decidono di questi tempi di sposarsi. Tra questi, quindi, una quota rilevante di ‘giovani’ che in tal modo sembrano mettere in discussione l’idea  (assai enfatizzata a livello pubblico) che vi sia una generalizzata disaffezione delle nuove generazioni dal matrimonio religioso.

Un’altra riflessione (su questi temi) riguarda i secondi matrimoni, quelli messi in atto dalle persone divorziate che intendono vivere in modo pubblico e ufficiale una nuova vita di coppia e di famiglia. Queste nuove unioni – come s’è detto – sono sancite da un rito civile, verso cui si indirizzano non soltanto le coppie di matrice laica, ma anche molte persone che pur avrebbero l’intenzione di celebrare il nuovo matrimonio di fronte all’altare. Ciò per dire, che non tutti i secondi matrimoni sono da interpretare come frutto di una scelta laica o non religiosa, in quanto una parte di essi è da considerarsi come civilmente ‘necessitata’, visto l’ordinamento della Chiesa cattolica in questo campo. In altri termini, i dati sarebbero diversi se i cattolici potessero usufruire di una seconda chances matrimoniale, come avviene per i fedeli della Chiesa ortodossa, che prevede le «nozze penitenziali» per quanti sperimentano il fallimento della loro prima unione.

Il matrimonio religioso non sembra dunque così in crisi come lo si dipinge, anche se lo scenario non è privo di preoccupazioni per la Chiesa e per i credenti. Anzitutto perché – a fronte di prime nozze affrontate con indubbia serietà religiosa da molte coppie – anche oggi vi sono matrimoni in chiesa che sembrano poco aperti ad un orizzonte di fede e ai richiami dello spirito, nei quali le ragioni profane (la pressione delle famiglie, la consuetudine, la ‘sacralità’ dell’ambiente, una cerimonia più accattivante) paiono avere il sopravvento rispetto all’idea di giurarsi amore eterno di fronte a Dio e alla comunità. Qui emerge l’ambivalenza di una parte del cattolicesimo italiano, di quella religiosità grigia che coinvolge anche non pochi giovani, in cui prevale più una fede delle intenzioni che del vissuto, tipica di quanti si ritengono cattolici più per motivi ‘culturali’ e per la formazione ricevuta che per ragioni religiose o spirituali. Ma oltre a ciò, un secondo motivo di allarme per la Chiesa è rappresentato dalla diminuzione nel tempo della quota di giovani che pensa al matrimonio (sia esso civile che religioso) come ad una scelta fondamentale per la vita, preferendo o soluzioni di coppia improntate alla convivenza (che si fonda su un patto diretto tra i partner) o una situazione di maggior libertà relazionale (vivendo da single). Non da oggi il nostro Paese è alle prese con quella riduzione della nuzialità che mina non soltanto il matrimonio religioso, ma il matrimonio tout court.

Si può comunque notare che negli ultimi anni la curva negativa della nuzialità si è un po’ attenuata, soprattutto per il diffondersi dei matrimoni civili, a cui già abbiamo fatto cenno; per il fatto cioè che vi è stato un incremento sia delle unioni degli immigrati, sia delle seconde nozze (queste ultime a seguito della recente introduzione del ‘Divorzio breve’, che ha permesso a un buon numero di coppie di regolarizzare più velocemente la loro situazione precedente e di risposarsi). Sempre dai dati Istat sappiamo inoltre che prosegue a livello nazionale la tendenza a sposarsi sempre più tardi, in quanto attualmente gli sposi al primo matrimonio hanno in media 33,7 anni, mentre le spose 31,5 (rispettivamente 1,6 e 2,1 anni in più rispetto alla situazione di dieci anni fa). E ancora, che le nozze civili sono assai più diffuse nelle regioni del Nord che in quelle del Sud, delineando dunque anche in questo campo un Paese caratterizzato da una velocità diversa: più laico e secolarizzato nel Settentrione e più legato alla tradizione in quel Mezzogiorno d’Italia dove i tassi di religiosità rimangono più elevati e la presenza della chiesa continua a essere vivace.

In sintesi, c’è più domanda di matrimonio religioso in Italia di quello che si pensi; pur in uno scenario in cui da un lato l’idea stessa del matrimonio non scalda più il cuore di molte persone e dall’altro si diffondono le unioni di matrice laica o civile. La secolarizzazione delle coscienze colpisce anche il nostro Paese, che tuttavia mantiene in questo campo (come in altri) una sua distinzione. Come emerge dal confronto tra la quota delle nozze religiose sul totale dei matrimoni che si sono registrati nel 2018 in vari paesi europei. In Italia, come s’è detto, si è al 50%; una cifra doppia rispetto a quel che accade altrove. Su 100 matrimoni celebrati nell’anno, quelli religiosi sono il 26% nel Regno Unito, il 24% in Francia, il 22% in Germania e in Spagna. Il raffronto non ci porta ovviamente a dire ‘mal comune mezzo gaudio’, anche se segnala la particolarità di una situazione italiana in cui il matrimonio religioso rientra ancora nelle attese di un’ampia quota di popolazione. Attese, che si possono ovviamente meglio qualificare sia dal versante sociale che sul piano spirituale.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome

2 × 3 =