La festa di san Giuseppe Cafasso a 160 anni dalla morte

23 giugno – Tra la festa della Consolata – patrona della Diocesi di Torino – e la festa di san Giovanni Battista, patrono della Città di Torino, c’è la festa di san Giuseppe Cafasso (1811-1860)

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san Giuseppe Cafasso

Al santuario della Consolata su una targhetta, fuori dal presbiterio, sulla destra per chi guarda l’altare maggiore, è scritto: «Qui pregava San Giuseppe Cafasso». Tra la festa della Consolata – patrona della città e della diocesi di Torino – e la festa di San Giovanni Battista, patrono della città di Torino, c’è la festa di San Giuseppe Cafasso, nato a Castelnuovo d’Asti il 15 gennaio 1811, terzo di quattro figli. L’ultima, la sorella Marianna, è la mamma del Beato Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata. Il paese diventa Castelnuovo Don Bosco il 30 marzo 1930. Ha 16 anni quando conosce il 12enne Giovanni.

TRE SANTI NEL SEMINARIO DI CHIERI – Giuseppe nel 1830-31 entra nel Seminario di Chieri, inaugurato il 1° novembre 1829 dall’arcivescovo Colombano Chiaveroti. Tre coetanei emergono per santità. Giuseppe Cafasso frequenta l’ultimo triennio teologico (1830-33), dopo lo studio di latinità, umanità, retorica e due anni di filo­sofia nel Collegio Civico di Chieri. Entra gra­zie a un beneficio concesso dall’arcivescovo. Il 21 settembre 1833 a 22 anni è ordinato nella chiesa dell’arcivescovado di Torino. Al Convitto ecclesiastico di San Francesco d’Assisi è formatore del clero, direttore spirituale di don Bosco, «prete della forca», santo il 22 giugno 1947. Luigi Balbiano di Volvera, alunno di Chieri nel 1832-34, «viceparroco santo» a Santa Maria di Avigliana per tutta la vita, venerabile dal 1981. Giovanni Bosco dal 1835 è allievo di filosofia e poi teologia, il 5 giugno 1841 è ordinato prete: dispensato – die­tro sua richiesta, per motivi di età – dal quarto anno di teologia, recupera durante le vacanze, santo il 1° aprile 1934. In Seminario una lapide ricorda «San Giuseppe Cafasso, che Benedetto XV definì “la perla del clero”, in questo Seminario dal 1830 al 1833 acquistò la scienza la pietà la carità che poi diffuse mirabilmente sul clero sui carcerati sul popolo». Un’altra «San Giovanni Bosco visse in questo Seminario dal 1835 al 1841 imparando l’arte sublime dell’apostolato fra la gioventù sotto l’ispirazione del mite San Francesco di Sales».

CONVITTO, UNICA TAPPA DI DON CAFASSO – Rifiuta ogni incarico e prebenda, unico prete santo dell’Ottocento che non ha fondato nulla. Tiene la conferenza di morale privata alle 11, quella pubblica alle 15. Dopo le rivoluzioni del 1848, per evitare incidenti e strumentalizzazioni, limita le conferenze ai preti convittori. Per don Bosco il Convitto ha come motto «fare molto ma senza rumore, un meraviglioso semenzaio da cui proviene molto bene alla Chiesa. Qui si impara a essere preti». Lo storico don Giuseppe Tuninetti parla di «modello di sacerdote, impegnato pastoralmente, lontano dalla polemica politica, occupato nelle opere caritative e sociali. Indica una strada di perfezione: non la macerazione ascetica o la preghiera monastica ma una santità raggiungibile attraverso l’apostolato, la liturgia, il contatto con la gente, la carità». Forma i preti della Torino risorgimentale, buoni pastori e validi confessori. Dal 1836 alla morte nel 1860, Cafasso si dedica all’insegnamento. Il suo segreto è essere un uomo di Dio e fare «quello che può tornare a maggior gloria di Dio e a vantaggio delle anime».

DON GIOVANNI BOSCO, FRUTTO PIÙ SIGNIFICATIVO – Per 25 anni le scelte fondamentali della vita del santo della gioventù vedono don Cafasso guida e consigliere. Ancora Tuninetti: «Non cerca di plasmarlo a sua immagine e somiglianza e don Bosco non copia don Cafasso. Lo imita nelle virtù, secondo le proprie attitudini e vocazione. Questo è segno della saggezza del maestro e dell’intelligenza del discepolo: non si impone ma ne rispetta la personalità e lo aiuta a leggere la volontà di Dio». Per anni ai preti, nel santuario di Sant’Ignazio in Valle di Lanzo, predica gli esercizi spirituali di 8 giorni. Nelle tre meditazioni e due istruzioni quotidiane illustra l’identità e la vita del prete, la confessione e la predicazione, la santità nel ministero pastorale. Gira il Torinese e l’Astigiano predicando le missioni al popolo sui temi centrali del Cristianesimo, dottrinali – peccato, misericordia, grazia – e pratici: elemosina, bestemmia, perdono del nemico.

OPERA FRA I DETENUTI E I CONDANNATI A MORTE – Per interessamento di Giulia Colbert Falletti di Barolo e attraverso la Confraternita di San Giovanni decollato (o della Misericordia), don Cafasso dal 1842 assiste i carcerati e i condannati a morte. Tre volte alla settimana va nelle carceri Senatorie dalle 16 a tarda notte. Scrive Tuninetti: «Le condizioni dei reclusi sono terribili: sporchi e legati al muro con una catena, vivono in un ambiente malsano, infestati da parassiti e pidocchi che definiscono “argento vivo e ricchezza mobile” e Cafasso “guadagni del prete”». Buon pastore, comprensivo e compassionevole, il prete gobbo conquista i detenuti, fa del bene, rasserena, tocca i cuori, illumina e scuote le coscienze. Si ammassano detenuti per reati minori, quelli in attesa di giudizio, i peggiori criminali. Si immerge nel degrado, è derubato più volte e insultato ogni giorno. Non demorde; parla della confidenza in Dio, della preghiera, della confessione «incontro con Dio fattosi misericordia infinita»; porta ai detenuti regali e tabacco da fiuto; ottiene che nelle feste sia distribuito pane bianco, companatico e un bicchiere di vino. Invita a trattare i carcerati come «galantuomini», a non chiedere mai la causa della detenzione, a non accettare mai nulla.

ACCOMPAGNA AL PATIBOLO 57 CONDANNATI – Condivide con i condannati le ultime ore; si inginocchia con i morituri nella chiesa del carcere; siede con loro sulla carretta diretta al «rondò della forca»; depone il cadavere nella bara e corre alla chiesa della Misericordia a dire la Messa in suffragio. Accompagna 57 condannati, «i miei santi impiccati». Carlo Demichelis di Ormea, bandito impenitente, accenna un saluto all’immagine della Madonna dipinta su un muro. Cafasso si accorge e chiede spiegazione. Così è stato abituato dalla mamma. Il prete intuisce la possibile redenzione e lo confessa.

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