La Garante dei detenuti Gallo, “I migranti irregolari rimangono uomini”

Intervista – Sulla situazione degli stranieri espulsi parla Monica Cristina Gallo, garante regionale delle persone private della libertà. Tra le norme introdotte dal Decreto Sicurezza c’è il prolungamento a 180 giorni nei Cpr (come quello torinese di corso Brunelleschi) degli stranieri in attesa di rimpatrio

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Il Decreto sicurezza e immigrazione approvato nei giorni scorsi dalla Camera prevede l’estensione del fermo nei Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio). La norma dispone che gli stranieri in attesa di essere rimpatriati (5306 persone al 31 ottobre 2018) potranno essere trattenuti fino a un massimo di 180 giorni e anche i richiedenti asilo potranno essere ristretti nei Cpr in attesa di essere identificati. A Torino in corso Brunelleschi ha sede uno dei Crp più importanti d’Italia, con una capienza massima di 180 persone. Abbiamo chiesto a Monica Cristina Gallo, garante dei – diritti delle persone private della libertà del Comune di Torino, cosa pensa di questa norma.

«In questo ultimo anno le visite presso il Cpr di Torino, cosi come le attività di osservazione dei rimpatri, sono aumentate in virtù di un accordo specifico con il Garante nazionale sottoscritto dal Garante regionale e successivamente dal Garante comunale che ci vede designati quale organo di monitoraggio dei rimpatri forzati, interventi finanziati al Garante nazionale dal Fondo asilo migrazione integrazione. Come è noto, nel corso degli anni il legislatore è intervenuto più volte sui termini massimi di trattenimento degli stranieri nei Centri, più volte rinominati (prima di essere Cpr erano Cie, Centri identificazione ed espulsione): 30 giorni per la Legge Turco-Napolitano (n. 40/1998),  60 giorni per La legge Bossi-Fini n.189/2002 ,180 giorni per il «Pacchetto sicurezza»  (dl n.92/ 2008 n.92) fino ai 90 giorni della legge n.161/2014.

L’estensione della durata massima del trattenimento proposta nuovamente dal Decreto sicurezza non appare trovare giustificazione in un’effettiva esigenza di sistema né sembra idonea al raggiungimento dello scopo che si prefigge. Infatti, l’analisi dei rapporti percentuali persone rimpatriate/persone trattenute (dati tratti da: Documento della Commissione diritti umani del Senato, Documento programmatico Cie del ministero dell’Interno 2013, relazione al Parlamento del Garante Nazionale del 2018) continuano a mostrare che la media dei rimpatri effettuati rispetto alle persone trattenute – indipendente dai termini di trattenimento vigenti – si è sempre attestata attorno al 50%.

Dunque i dati indicano come l’efficacia del sistema del trattenimento non sia direttamente correlata all’estensione dei termini massimi di permanenza nei Centri…

È così. Molto, ovviamente, dipende dal livello di cooperazione offerto da ciascun Paese di provenienza dei cittadini stranieri. L’ampliamento del campo di applicazione della misura, con evidenti ricadute sul diritto fondamentale alla libertà dei cittadini stranieri irregolari, non sembra quindi trovare un adeguato bilanciamento in effettive esigenze di sistema. Inoltre l’indicazione che dalla previsione del prolungamento dei termini di durata massima non debbano derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica desta preoccupazione poiché, a un’estensione dei tempi di permanenza all’interno dei Centri, dovrebbero accompagnarsi misure dirette a garantire un aumento e una diversificazione delle attività a favore delle persone trattenute in modo che la società civile entri nei Cpr con progetti di percorsi trattamentali come accade in carcere.

Qual è la situazione del Centro di corso Brunelleschi spesso al centro delle cronache per le proteste per le condizioni in cui versano gli stranieri tanto che spesso i Cpr vengono paragonati  ad una forma di detenzione amministrativa per regolare i flussi immigratori?

La situazione resta invariata nel tempo. L’architettura del Centro con le alte recinzioni (oltre 6 metri) e i moduli abitativi allocati all’interno producono un ambiente angosciante sia per chi vi è costretto a permanere sia per gli operatori che quotidianamente  vi lavorano all’interno. A questo si aggiunge  l’attesa, il fallimento di un progetto migratorio, la mancanza di attività, la lontananza dalla famiglia e la separazione dalla collettività, un insieme di fattori che inevitabilmente spesso producono rabbia e gesti di protesta estremi.

Lunedì scorso in Regione (vedi box) durante la presentazione di una ricerca condotta dagli Atenei piemontesi sulla tutela della salute dei trattenuti nel Cpr di è stato sottolineato che le persone in attesa di rimpatrio versano in condizioni peggiori dei detenuti  perché il sistema carcerario ha una normativa meglio regolata mentre nei Cpr, oltre a una scarsità di informazioni sui diritti di chi è fermato,  le condizioni sanitarie e di alloggio sono precarie…

La quotidianità all’interno degli Istituti penitenziari è regolata da una serie di attività che si susseguono, negli ultimi anni vi è stata un’apertura delle nostre carceri verso l’esterno con svariati interventi della società libera, delle Associazioni del territorio e delle Cooperative di solidarietà sociale. Il Cpr è un luogo troppo chiuso all’interno del quale ruotano da anni gli stessi operatori dallo «sguardo assuefatto» che difficilmente riescono a valutare il migrante come una persona esausta nel suo percorso. Sono le interviste riportate nella ricerca che ci offrono una chiave di lettura autentica e preoccupa quella divisione «Noi e loro», che emerge dalle testimonianze perché priva di dignità.

Nel suo intervento a commento della ricerca lei ha sottolineato come per gli operatori che lavorano nei Cpr – tra cui  medici e infermieri – manchi una formazione adeguata per assistere  gli stranieri in attesa di rimpatrio in un momento così delicato. A cosa si riferisce?

Le nostre attività di monitoraggio ci offrono un osservatorio privilegiato sul momento più complesso del periodo di trattenimento, il rientro nel paese di origine. I rimpatriandi vengono avvisati all’ultimo per avviare la procedura di rimpatrio con partenza dal Cpr per raggiungere l’aeroporto di Torino-Caselle, luogo nel quale vengono presi in carico da operatori di scorta della Polizia di Stato, «scortisti» che hanno un adeguata formazione per l’impegno che affrontano, sono coloro che stanno accanto al migrante sino all’arrivo nel proprio paese. Osservare l’elevata professionalità di questo «corpo speciale» di Polizia inevitabilmente apre una riflessione su come un adeguato approccio «transculturale» faccia la differenza. Rapporto empatico, dialogo, contatto, sono le componenti che caratterizzano la relazione tra chi deve partire e chi deve accompagnare. Questo metodo è però utilizzato solo nell’ultimo pezzo di strada che i cittadini espulsi devono compiere, e cioè quello verso la loro Patria. Non così avviene nei Cpr, e a questo mi riferivo: all’adeguata formazione che tutti dovrebbero avere per gestire al meglio anche la permanenza all’interno dei Centri.

Nella ricerca viene evidenziato –  e lei lo ha confermato –  come molti degli stranieri nel Cpr compiano gesti di autolesionismo (ferite, ingestione di pile o lamette) per poter essere ricoverati in ospedale dove non è previsto il piantonamento delle forze dell’ordine, utilizzando così il proprio corpo come strumento di negoziazione nel tentativo di sottrarsi al rimpatrio. Perché a queste persone non può essere riservato un trattamento che rispetti la loro dignità senza che siano costretti a gesti estremi?

Il Cpr è una realtà presente nella nostra Città, a nulla è servita la Mozione del Comune di Torino dello scorso anno che ne chiedeva la chiusura e quindi sono necessarie nuove strategie di gestione condivise con il territorio. La separazione dalla collettività isola l’uomo e sottrae dignità. La mancanza di un apposito «registro delle criticità» non consente facilmente uno studio approfondito delle dinamiche e delle principali cause, a questo proposito  la Direzione del Cpr è stata invitata a provvedere a tale mancanza sia dal Cpt (Comitato prevenzione tortura) sia dal Garante Nazionale. Cosi come andrebbe fatto un accurato monitoraggio sull’utilizzo degli psicofarmaci, che come riportato nella ricerca il loro uso è molto elevato.

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