La lezione di Aldo Moro, quarant’anni dopo

16 marzo 1978 – Il rapimento del presidente Dc e l’uccisione degli uomini della scorta. Una prigionia lunga 55 giorni, poi l’assassinio. Con la strage di via Fani la giovane democrazia italiana entrava nella sua fase più tragica. Oggi la riscoperta di un alto pensiero politico

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Aldo Moro

Una frase colpisce per la sua attualità e profezia, scritta da Aldo Moro alla fine degli anni Sessanta: «Non è importante che pensiamo le stesse cose, che immaginiamo e speriamo lo stesso identico destino, ma è invece straordinariamente importante che, ferma la fede di ciascuno nel proprio originale contributo per la salvezza dell’uomo e del mondo, tutti abbiano il proprio libero respiro, tutti il proprio spazio intangibile nel quale vivere la propria esperienza di rinnovamento e di verità, tutti collegati l’uno all’altro nella comune accettazione di essenziali ragioni di libertà, di rispetto e di dialogo».

Si tratta di una sintesi del pensiero di un cristiano umile, un politico vero, un uomo, un fratello, un padre da ricordare e raccontare. Il 16 marzo 1978 la giovane democrazia italiana, la Repubblica dei partiti e del popolo libero, entrava nella sua fase più tragica e nera. Il presidente della Democrazia cristiana veniva sequestrato dalle Brigate rosse e venivano uccisi tutti gli uomini della sua scorta. Sembra ieri, sono trascorsi quarant’anni. Finiva poi dopo una lunghissima agonia pubblica, la vita di Aldo Moro, ucciso dai terroristi e il suo corpo ritrovato, senza vita, in via Caetani, a due passi dalle sedi del Pci, in via Botteghe oscure, e della Dc, in piazza del Gesù. Finiva in modo violento la vita di un grande uomo, mite e pensieroso, visionario e realista allo stesso tempo.

Aldo Moro nasce il 23 settembre 1916 a Maglie (Lecce). Dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive a Giurisprudenza presso l’Università di Bari. Incontra il gruppo della Fuci, la Federazione universitaria cattolica italiana, in un tempo di grande tragedia per l’Italia e il mondo, lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Diventa presidente del circolo di Bari e poi presidente nazionale di quella associazione che è stata una delle radici della futura classe dirigente repubblicana. Antifascista o afascista, secondo la definizione dello storico, e nipote di Aldo, Renato Moro, scuola di vita, spiritualità e cultura politica di altissimo livello etico e prospettico.

Consegue la laurea con una tesi su «La capacità giuridica penale», che costituirà anche la sua prima pubblicazione, consentendogli di iniziare la carriera universitaria. Il suo costante impegno nella formazione, anche politica, dei giovani gli vale l’elezione a membro dell’Assemblea costituente nel 1946, all’interno della quale diventerà anche il relatore per la parte legata ai diritti dell’uomo e del cittadino. Da quel momento in poi, la sua vita di docente sarà affiancata da quella di uomo politico all’interno della Dc (tanto che nel 1955 diviene ministro di Grazia e giustizia nel primo governo Segni). Anno di svolta è il 1959, quando gli viene affidata la carica di segretario di partito e pochi anni dopo, nel 1963, è chiamato a costituire il primo governo organico di centro-sinistra, rimanendo in carica come presidente del Consiglio fino al giugno del 1968.

«Compromesso storico» e «convergenze parallele» sono alcuni dei termini utilizzati dallo stesso Moro per identificare la propria politica di integrazione e dialogo tra le frange opposte della politica italiana per creare una sinergia comune, in particolare tra comunisti e socialisti. È un’idea politica, una filosofia, innovativa che non manca di prestare il fianco a numerose critiche, soprattutto interne al Pci, tanto che in poco tempo si giunge alla prima crisi, mostratasi nelle elezioni del 1968. Moro resta comunque in politica e dal 1970 al 1974 assume l’incarico di ministro degli Esteri. Solo in seguito ritorna alla presidenza del Consiglio, sino al gennaio 1976, mentre nel luglio di quello stesso anno viene eletto presidente del Consiglio nazionale della Dc.

Due anni dopo, il giorno della notte della Repubblica: 16 marzo 1978. Moro si sta avviando verso il Parlamento, per votare la fiducia ad un governo con l’appoggio esterno del Pci: giunto in via Fani, viene fermato da un gruppo delle Brigate rosse che assale la sua scorta, uccidendone i cinque uomini e rapendolo. Cinquantacinque lunghi giorni di prigionia attendono Aldo Moro. Il mondo politico si mobilita: persino papa Paolo VI lancia un appello e Moro, dal luogo di prigionia in cui si trova, peraltro mai trovato dai servizi segreti, richiede, scrivendo numerose lettere, che venga iniziata una trattativa per liberarlo. Una richiesta di aiuto che la politica italiana, colpita direttamente al cuore delle istituzioni, non intende ascoltare.

Le fasce politiche si spaccano tra coloro che intendono negoziare coi brigatisti e coloro che continuavano ad opporsi, per non voler cedere al nemico comune. Il risultato è che la politica resta ferma nella sua posizione di diniego, respingendo ogni appello. Il 9 maggio, una telefonata delle Br al professor Franco Titto, amico di Moro, informa che il corpo dello statista si trova all’interno del bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Caetani. Il corpo è lì: massacrato, distrutto. Di Aldo Moro non resta che un mucchio di carne e ossa, a simbolo della violenza delle Br e di una politica che ha perso una delle proprie battaglie più grandi.

Da allora il mondo ha sempre ricordato Aldo Moro per la lunga prigionia, evento che ancora oggi sconvolge le menti e lascia inorriditi di fronte alla violenza umana. Oggi che tutti ne commemoriamo la morte, però, sarebbe doveroso guardare, invece, alla vita di quello che rimane uno dei più grandi statisti del nostro Paese. Per tutta la vita Moro aveva creduto nella democrazia, intesa come dialogo tra partiti, come unione delle diverse categorie in vista del bene comune generale. Sono anni difficili, quelli in cui Moro si trova ad operare: la ‘guerra fredda’ rende difficile l’affermazione degli ideali di democrazia e giustizia e la forte opposizione che contraddistingue la politica italiana è più forte che mai. Eppure, Moro sostiene la necessità di una politica di concerto, di collaborazione e comunicazione, di reciproco riconoscimento politico senza perdere la propria identità.

Era un uomo forte, con una fede religiosa molto accesa e anche la politica che propugnava era stabile e lungimirante. Con un occhio Moro guarda all’Italia e con un altro si rivolge all’Europa, all’Oriente, alla Russia. Una politica, quella morotea, fortemente meridionalista, ma quel meridionalismo positivo che mira ad una redistribuzione delle risorse in un’ottica di vera e sostanziale uguaglianza tra Nord e Sud. Allo stesso tempo, durante gli anni nei quali ricoprì la carica di ministro degli Esteri, si fece anche promotore di una politica anzitempo europeista, nell’ottica di una convergenza di forze, risorse politiche ed economiche di tutti i Paesi europei, superando le lacerazioni imposte dalla ‘guerra fredda’ e con un’apertura verso i Paesi arabi che stavano affacciandosi al mondo occidentale.

Riscoprire il pensiero di Aldo Moro, al di là di quelle che possono essere le convinzioni politiche personali, potrebbe portare ad una rinascita della politica italiana, ormai da tempo ingabbiata in modelli antichi e schemi che fanno riferimento al solo vantaggio personale. Vedere la politica come un mezzo per il benessere civile e non come il fine privatistico, ponendo nuovamente l’individuo al centro di un’ottica di dialogo e interazione positiva tra le fazioni, rappresenterebbe il giusto modo di affrontare un discorso politico aperto e concretamente propositivo. Affrontare i problemi moderni quali la crisi economica, il fenomeno migratorio in forte crescita, la necessità di integrazione, mediante un acceso dialogo tra popoli, culture e religioni. Trasportare poi tutto questo sul piano politico, guardando contemporaneamente all’Italia, all’Europa e al resto del mondo non con paura, ma con fiducia e apertura.

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