La mia Bergamo stremata

La città più colpita – Per 30 anni il nostro collaboratore Pier Giuseppe Accornero – autore di questo articolo – ha lavorato a Bergamo come redattore e caporedattore del quotidiano cattolico «L’Eco di Bergamo»

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Bergamo

Una pugnalata le immagini degli autocarri militari carichi di bare che percorrono di notte le strade deserte di Bergamo per andare nei forni crematori di altre città e consegnare alle fiamme e alla memoria quei poveri corpi. La città con il più alto numero di vittime per «coronavirus» piange i suoi morti al suono ininterrotto delle campane. Il forno crematorio funziona 24 ore su 24, ma non riesce a fronteggiare l’emergenza: così nella notte di mercoledì 18 marzo, mezzi dell’Esercito portano una sessantina di bare ai forni crematori di altri comuni.

La mia Bergamo stremata e tramortita. Ho vissuto per trent’anni in una splendida città, lavorando al glorioso quotidiano cattolico «L’Eco di Bergamo» di cui gli ultimi dieci come caporedattore. L’unico quotidiano cattolico o di area sopravvissuto, con «Avvenire», di una trentina di testate nate in Italia nell’Otto-Novecento. Tra essi il glorioso «Il Momento» di Torino.

Per tentare di capire il calvario della «Città dei Mille» e della sua magnifica e laboriosa gente, sempre più spesso – prima a monosillabi, poi a voce bassa, ora a pieni polmoni – si cita un evento, meraviglioso per la città e per gli atalantini: a San Siro, la sera del 19 febbraio, nella partita di «Champions League», l’Atalanta sommerge il Valencia 4-1: sugli spalti 45 mila bergamaschi che urlano e festeggiano la «Dea», come chiamano la squadra del cuore.

La terra di Papa Giovanni non abbandona chi vive in povertà; sostiene il personale sanitario; inventa situazioni e mezzi di solidarietà. Gli Alpini – un’altra colonna portante della società orobica – allestiscono l’ospedale da campo alla Fiera per una provincia che registra il 27 per cento dei decessi della Lombardia. La Chiesa bergomense, guidata da mons. Francesco Beschi, si preoccupa per l’eccezionale tensione nervosa cui è sottoposto il personale sanitario e mette a disposizione 50 camere singole con bagno del Seminario «Giovanni XXIII», per assicurare il riposo almeno per qualche ora fra un turno e l’altro nell’ospedale «Giovanni XXIII».

«Così curiamo chi cura» spiega alla «Radio Vaticana» don Roberto Trussardi, direttore della Caritas. Aggiunge con una punta di orgoglio: «Non abbiamo mai abbandonato i nostri poveri. Continuano a essere attivi servizio docce, mensa, dormitorio, vestiti. La direttrice del carcere ci ha chiesto sapone liquido per 600 detenuti. Abbiamo fatto fatica a trovarlo, ma alla fine ci siamo riusciti: mille flaconi», più di uno ciascuno. Il problema sono le famiglie che chiedono il buono spesa: «Ho sollecitato i giovani delle parrocchie: con solerzia, buona volontà e gli opportuni dispositivi di protezione, vanno nelle zone, con la propria auto, a portare la spesa equivalente al buono». Scene che si ripetono in ogni angolo d’Italia, dove c’è una parrocchia, una diocesi, una Caritas.

Il vescovo Beschi – che si è fatto perdonare la nascita nel Bresciano con la bravura nel suonare il violino – racconta che Papa Francesco, addolorato per il numero di vittime e «impressionato» dalla «fantasia pastorale» dei preti, il 18 marzo gli ha telefonato la solidarietà sua e della Chiesa. Commenta il pastore: «Un’eco di quella carezza del nostro Giovanni XXIII». La sera dell’apertura del Concilio Vaticano II l’11 ottobre 1962, il Papa bergamasco apparve alla finestra del suo studio in Vaticano e improvvisò il «discorso della Luna» o «della carezza del Papa»: «Cari figliuoli, sento le vostre voci. La mia è una voce sola, ma riassume la voce del mondo: qui tutto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la Luna si è affrettata – osservatela in alto! – a guardare questo spettacolo. Chiudiamo una grande giornata di pace. Tornando a casa, troverete i bambini. Date una carezza ai vostri bambini e dite: ‘Questa è la carezza del Papa’. Troverete qualche lacrima da asciugare. Fate qualcosa, dite una parola buona».

Fra i 30 preti morti per la pandemia, 16 sono bergamaschi, uomini dediti al ministero, pastori «con l’odore delle pecore», come dice Papa Francesco. Numerosi sono ricoverati, in isolamento, in terapia intensiva. Il 15 marzo all’Angelus il Pontefice ringrazia «tutti i sacerdoti, la creatività dei sacerdoti, che pensano mille modi di essere vicini al popolo, perché il popolo non si senta abbandonato». Tra i preti morti, Tarcisio Ferrari per oltre trent’anni parroco di Sant’Alessandro della Croce. Achille Bellotti: quando era giovane prete andò cappellano tra gli emigrati in Belgio. Giancarlo Nava, missionario «Fidei donum» in Paraguay, minacciato dai trafficanti di droga e armi per aver avviato una scuola per i contadini e aver denunciato la corruzione. Giosuè Torquati, dehoniano, «mago allegria» che faceva giochi di prestigio in oratori, parrocchie, scuole, case di riposo. Diceva: «Il Signore non vuole salici piangenti». Remo Luiselli avviò una comunità di recupero per drogati e fu aggredito in canonica: «Una spedizione punitiva perché ero riuscito a ‘salvare’ 43 ragazzi e questo contro gli sporchi interessi di qualcuno». Guglielmo Micheli, direttore della «Casa dello studente» fondata dal giovane don Angelo Giuseppe Roncalli. Coraggio, Bergamo. Risorgerai.

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