La questione razziale a 50 anni dall’assassinio di Luther King

Parlano i Vescovi americani – Nel 50° anniversario dell’uccisione di Martin Luther King la Conferenza episcopale statunitense si interroga su quali azioni mettere in campo contro le segregazioni razziali: «come indirizzare i nostri sforzi per aiutare a cambiare il cuore di coloro che nutrono pensieri razzisti o si impegnano in azioni razziste?»

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«La fede cristiana ci spinge a essere coraggiosi come Martin Luther King e a rischiare per difendere la dignità del prossimo, immagine di Dio. Papa Francesco ci ricorda che non dobbiamo sederci in disparte di fronte al grande male o al bisogno estremo, anche quando il pericolo ci circonda». Onorare King e preservare la sua eredità significa «approfondire il nostro impegno a seguire la volontà di Dio e a promuovere la giustizia».

Nel 50° dell’assassinio del «padre dei diritti civili» degli afroamericani, i vescovi degli Stati Uniti – un Paese ancora largamente dominato da razzismo e discriminazione – si chiedono «se stiamo facendo tutto il possibile per costruire la cultura dell’amore, del rispetto e della pace a cui il Vangelo ci chiama»; e si interrogano su quali azioni mettere in campo «nell’interesse dei fratelli e sorelle che soffrono sotto il peso del razzismo. Come indirizzare i nostri sforzi per aiutare a cambiare il cuore di coloro che nutrono pensieri razzisti o si impegnano in azioni razziste?»

La Conferenza episcopale statunitense considera la vita di King un esempio e un’ispirazione per la resistenza non violenta che anima la sua esistenza e le sue battaglie di fronte alle minacce di morte, al ridicolo di cui è coperto dai bianchi, all’acquiescenza del potere. King, pastore luterano, attivista e Premio Nobel per la pace, è assassinato alle 18,01 del 4 aprile 1968, mentre si trova sul balcone al secondo piano del Lorraine Motel di Memphis in Tennessee nel profondo Sud razzista. Sta sostenendo i lavoratori afroamericani sottopagati e sfruttati. Profondamente religioso, nel suo ultimo discorso, la sera prima dell’uccisione, fa esplicito riferimento alle minacce di morte contro di lui e chiarisce che vorrebbe una lunga vita ma che «più importante di tutto è fare la volontà di Dio».

Il 1968, cinquant’anni fa, è un anno molto turbolento. Il Italia il movimento degli studenti si ispira a don Lorenzo Milani, morto a 44 anni di cancro il 26 giugno 1967e alla sua scuoletta di Barbiana. Gli studenti di tutto il mondo hanno altri modelli, tutti morti di morte violenta: John Fitzgerald Kennedy, il presidente Usa della «nuova frontiera» assassinato a Dallas il 22 novembre 1963; Malcolm (Little) X (nome islamico El-Hajj Malik El-Shabazz) freddato a 39 anni con sette colpi di arma da fuoco il 21 febbraio 1965 mentre pronuncia un discorso a Manhattan (New York); il prete-guerrigliero «sospeso a divinis» Camillo Torres eliminato il 15 febbraio 1966 in Colombia; il guerrigliero argentino Ernesto «Che» Guevara liquidato in Bolivia il 9 ottobre 1967 dall’esercito boliviano e dalla Cia; il pastore luterano Martin Luther King abbattuto la sera del 4 aprile 1968; un mese dopo, il 5 giugno ’68, a Los Angeles cade il candidato alla presidenza Usa Robert «Bob» Kennedy, fratello di John.

King è ispiratore dei movimenti per i diritti degli afroamericani; Guevara è un eroe  sulle barricate per la difesa dei popoli oppressi a Cuba, in Africa e America Latina, una figura mitica anche per la famosissima fotografia che lo ritrae dopo la morte. Negli Stati Uniti soffia il vento della rivolta degli studenti di Berkeley – che occupano l’università addirittura nel 1964 -, di Yale e Harvard. Gigantesca negli Usa anche l’opposizione alla guerra in Vietnam con massicce manifestazioni di fronte alla Casa Bianca. In Africa e Sudamerica si combattono le  guerre d’indipendenza dagli ultimi scampoli del colonialismo. Parigi è sconvolta sconvolta dalle barricate della «nuova Rivoluzione francese»: scendono in piazza non gli esponenti di una classe sociale ma gli studenti che vogliono «tutto e subito». Una rivoluzione troppo intellettualistica per coinvolgere la classe operaia: il «maggio francese» accende la contestazione giovanile in Europa.

Il 20-21 agosto 1968 i carri armati sovietici e dei «Paesi fratelli» invadono la Cecoslovacchia e gelano la «primavera di Praga» sbocciata il 5 gennaio ’68 quando  sale al potere il comunista riformista slovacco Alexander Dubcek che tiene duro fino ad agosto. Il 16 gennaio 1969 lo studente Jan Palach, per protesta, si brucia in piazza San Venceslao. La sinistra italiana si divide: il Partito comunista condanna l’invasione, il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria la sostiene.

Paolo VI parla della morte di King «un inerme e cristiano profeta della integrazione razziale». E Papa Francesco nello storico discorso al Congresso Usa il 24 settembre 2015, afferma: «Il sogno di Martin Luther King continua a ispirarci». Meno di un mese fa ha ricevuto Bernice Albertine, figlia minore di King impegnata contro ogni  discriminazione in modo non-violento.

L’arcivescovo Ivan Jurkovič, osservatore permanente della Santa Sede all’Onu di Ginevra lo definisce un personaggio monumentale nella storia della difesa dei diritti dell’uomo. Con lui comincia un “periodo nuovo”, accompagnato anche da uno sviluppo generale della società e della democrazia. Rimarrà tra i grandi del XX secolo». Considera Papa Francesco e King «espressioni culturali non europee. King nella difesa dei diritti umani della popolazione afroamericana; il Papa di roma porta una nuova visione della Chiesa e crede che l’unico futuro degno della persona umana è quello che include tutti». L’arcivescovo, intervistato dalla «Radio Vaticana», esorta a «perseguire nella difesa di questa visione non violenta».

A Topeka, in Kansas, domenica 1° aprile 2018 si è spenta a 75 anni Linda Brown, uno dei simboli della lotta alla segregazione negli Usa. La ragazzina afroamericana aveva 9 anni quando il padre, Oliver Brown, tentò di iscriverla ai corsi estivi di una scuola elementare di Topeka, in Kansas, frequentata da soli bianchi. Quando la scuola bloccò la sua iscrizione, il padre denunciò l’autorità scolastica. All’azione legale dei Brown si aggiunsero altri quattro casi e la causa finì alla Corte suprema Usa che nel maggio 1954 sentenziò «intrinsecamente iniquo separare le strutture scolastiche». Dopo quel pronunciamento, gradualmente nel sistema scolastico la disgregazione cominciò ad arretrare.

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