La Resistenza della giornalista Anna Rosa Gallesio

I cattolici nella lotta di liberazione – Il ricordo di una delle protagoniste della Resistenza in Piemonte, splendida figura di partigiana e giornalista «prestata alla politica»: rappresentó la Democrazia cristiana e le donne cattoliche impegnate nel Comitato di liberazione nazionale del Piemonte. Aiutò i perseguitati, ebrei e antifascisti

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«Corretta e insieme schiva, probabilmente non ha mai avuto un nemico, e anche questo è un primato» scrive Michele Florio nel monumentale libro «Le grandi donne del Piemonte», pubblicato da Daniela Piazza nel 2004.

Tra i protagonisti della Resistenza è giusto ricordare Anna Rosa Gallesio Girola, splendida figura di partigiana e di «giornalista prestata alla politica». Nasce a Torino l’8 gennaio 1912, figlia di Pier Nicola, dal quale eredita sia l’inclinazione artistica e sia un radicale antifascismo della prima ora, dirigente sindacale cattolico, ferroviere, perde il lavoro perché non vuole giurare fedeltà al dittatore: in collegamento con gli ambienti antifascisti, muore alla vigilia della Liberazione per un pestaggio mentre percorre una strada da solo e di sera.

Iscritta all’Azione Cattolica, Anna Rosa giovanissima lavora in un stabilimento di montaggio cinematografico e collabora al quotidiano cattolico milanese «L’Italia». L’opposizione al fascismo si manifesta con un impegno senza squilli, discreto e intenso, costante e pericoloso come fornire documenti (falsi) per l’espatrio agli ebrei perseguitati e agli antifascisti condannati, «sulla base delle indicazioni – disse e scrisse più volte – di Fossati», cardinale arcivescovo di Torino e del suo segretario mons. Vincenzo Barale, dichiarato nel 2016 «Giusto fra le Nazioni».

Racconta: «A “L’Italia” or­ganizzai una piccola base segreta di donne cattoliche che aiutavano la Resistenza. Distribuivamo la stampa clandestina e aiutavamo i perseguitati. Rappresentavo la Dc nei gruppi di difesa della donna, nei quali c’erano  tutte le correnti politiche. La presidente della Gioventù cattolica mi fornì gli elenchi delle iscritte per organizzare la Resistenza e per assistere i carcerati in collaborazione con suor Giuseppina de Muro, che operava alle “Nuove”, e al cappellano padre Ruggero Cipolla. Ricordo bene la grande azione svolta da Fossati e dal segretario  Barale per il soccorso degli ebrei. Tenemmo corsi clan­destini di formazione e pronto soccorso e mantenemmo i contatti con le parroc­chie. Senza  l’organizzazione capillare della Chiesa, difficilmente aremmo riusciti a salvare tante vite umane, e tenere i rapporti con i partigiani, a riunire i capi della bande in modo da giungere a una azione concorde. Molti sacerdoti pagarono con la vita la loro azione generosa».

Rappresenta la Democrazia cristiana e le donne cattoliche nel Comitato di liberazione nazionale del Piemonte. Sostiene e rifornisce i partigiani in montagna; assiste i perseguitati, aiuta ebrei e antifascisti, «non solo cattolici, ma anche comunisti», perseguitati dal regime e condannati a morte.

Dopo la Liberazione di Torino il 27 aprile 1945, entra nella Giunta provinciale insediata dal Cln, è la prima donna eletta nel Consiglio provinciale di Torino e dal 1951 assessore per due decenni all’Assistenza. Iscritta all’albo dei professionisti dal 1946, lavora a «Il Popolo Nuovo» (1946-58) e – dopo la chiusura del quotidiano cattolico e democristiano, decisa nel 1958 da Amintore Fanfani, segretario nazionale Dc – passa alla «Gazzetta del Popolo» (1959-62) e infine a «La Stampa» (1962-79) come cronista sindacale.

Si impegna per l’emancipazione e la parità, anche salariale, e in difesa dei diritti delle donne e per il loro accesso ai concorsi pubblici. Aderisce alla corrente sindacalista della Dc e si batte per una maggiore giustizia sociale. Chi la sconosce la definisce «una di quelle rare persone che comprendono per intuizione prima che per cultura». Apparentemente fragile, è donna forte e decisa, coerente e rigorosa, odia il turpiloquio, depreca la politica ridotta a insulti, non transige sugli ideali.

Sposa Enrico Girola e hanno 4 figli maschi, di cui 3 giornalisti: Pier Michele, caporedattore di «Famiglia Cristiana» e «Il Sole 24 Ore»; i due gemelli Edoardo, caporedattore «Ansa» di Torino, e Paolo caporedattore Rai di Torino e ultimo direttore de «il nostro tempo» prima della fusione con «La Voce del Popolo». Il quarto figlio Carlo è architetto, «l’unico ad aver tradito».

Per decenni collabora con «La Voce del Popolo» scrivendo testimonianze sulla Resistenza in Piemonte: dal 1981 al direttore mons. Franco Peradotto – divenuto vicario generale nel 1979 – si affianca un coordinamento redazionale composto da Anna Rosa Girola Gallesio, Annalisa Rossi, Giorgio Chiosso, Marco Bonatti, che diventerà poi direttore. Ricorda «con emozione» anche la collaborazione con «L’Illustrato Fiat»; è commissario della mutua commercianti ed è tra gli amministratori dell’Ospedale Sant’Anna; più volte consigliere dell’Associazione Stampa Subalpina; presidente onorario dell’Associazione dei partigiani cristiani «Giorgio Catti».

Muore a 98 anni il 12 marzo 2010, decana dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte. Franco Siddi, segretario nazionale della Federazione nazionale della stampa italiana, parla di «un lutto grande per il giornalismo e per la democrazia: scompare l’ultima donna e giornalista di prima linea della Resistenza e della ricostruzione dell’Italia fondata sulla democrazia e sul pluralismo dell’informazione. Figura di grande spessore, non ha mai cercato le luci abbaglianti della scena ma ha privilegiato il rigore di una testimonianza esemplare e l’impegno».

A rendere omaggio ad Anna Rosa Gallesio Girola, ai funerali nel santuario di Santa Rita a Torino, oltre al segretario della Fnsi, il presidente della Provincia Antonio Saitta, il sottosegretario ai Trasporti Mino Giachino, Diego Novelli per dieci anni sindaco di Torino (1975-85), l’ex ministro Guido Bodrato e Sergio Gaiotti, dell’Associazione piemontese partigiani cristiani.

A Chiara Genisio, direttrice dell’«Agenzia giornali diocesani, Agd», che le chiede il «segreto» per conciliare il ruolo di giornalista, moglie e madre, risponde: «Cultura e tenacia. Allora nei giornali si faceva la “ribattuta” e si finiva di lavorare alle 4, almeno due volte alla settimana. Ho potuto farlo perché mio marito è sempre stato d’accordo sulle mie scelte e perché abbiamo avuto dei bravi aiuti che si occupavano dei figli e della casa, una rete di aiuti famigliari e sociali che un tempo era più semplice ottenere. Quando si parla delle donne, si rischia di farne delle vittime. Sarà che io non ci ho mai badato, sarà che avevo altri interessi, sarà che avevo quattro figli, ma non ho sentito che ci fosse emarginazione».

Cosa è cambiato per l’universo femminile? «Una delle prime battaglie importanti che abbiamo combattuto in accordo con le donne di tutti i partiti – comuniste, liberali, socialiste, noi cattoliche – è stata per la parità salariale e per l’apertura alle carriere».

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