“La Voce del Popolo”, tra cronaca e storia

Volume – Il giornalista Davide Aimonetto ha pubblicato uno studio su La Voce del Popolo, settimanale della Diocesi di Torino per 70 anni: la ricerca, pubblicata da Stampatori, riguarda il ventennio 1948-1968, e dedica un’attenzione specifica alla città e alla politica

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I giornali vivono di lettori, di pubblicità, di dibattito intorno agli articoli che pubblicano. Ma, anche, vivono di studi: ogni ricerca effettuata partendo dall’archivio del «pubblicato», dalle testimonianze, dalla memoria dei protagonisti, è un modo per sottolineare la presenza di quel giornale nella vita della gente e nella storia di una città. Ora alla serie di studi sulla «Voce del Popolo» si aggiunge l’importante lavoro di Davide Aimonetto, da anni collaboratore della testata che oggi vive ne «La Voce e Il Tempo» dopo essere stata per 70 anni il settimanale della diocesi di Torino.

La ricerca di Aimonetto è la sua tesi di laurea, pubblicata da Stampatori. Riguarda un periodo lungo e importante nella vita del giornale, il ventennio 1948-1968; e dedica un’attenzione specifica alla città e alla politica. Il corpo centrale della ricerca infatti è volto a descrivere e analizzare l’atteggiamento del giornale lungo le varie elezioni che si susseguono in quegli anni, dalle «mitiche» politiche del 18 aprile 1948 fino a quelle del 1968. E alle varie elezioni comunali, dal 1951 al 1964. Il volume tuttavia è aperto da un doveroso richiamo alla storia propria del giornale, nato come bollettino delle Unioni operaie cattoliche, cresciuto come «Voce dell’operaio», divenuto «La voce del popolo» nel 1933 su pressione del regime fascista e finalmente acquisito nel 1947 dalla diocesi per farne la propria «voce». La proprietà della testata è rimasta alla congregazione dei Giuseppini del Murialdo ma, dal 1947 in poi, la gestione effettiva è sempre stata direttamente della diocesi. Per le vicende della diocesi di Torino Aimonetto fa sovente riferimento a un altro libro «Corre la Voce», pubblicato nel 1998 in occasione dei 50 anni del giornale.

Un capitolo ulteriore viene dedicato a una sola persona: Amedeo Peyron, sindaco di Torino dal 1951 al 1962, animatore della ricostruzione e protagonista di una grande stagione di sviluppo della città. Peyron fu l’uomo che intuì la necessità, per Torino, di «rompere l’accerchiamento delle Alpi», avviando grandi opere di collegamento internazionale, come i trafori del Gran San Bernardo e del Bianco, l’aeroporto di Caselle e così via. Il suo nome è legato anche a «Italia ‘61», la rassegna del centenario che richiamò a Torino milioni di visitatori e lasciò in eredità alla città un «parco» di edifici e idee poi mai sviluppato (si vedano le condizioni del Palazzo Nervi…).

Aimonetto lavora sui commenti della «Voce», là dove trova conforto alla tesi di un sindaco e di una città che spesso devono «fare da soli», senza quegli appoggi del governo centrale necessari sia per quanto riguarda i flussi finanziari sia il coordinamento della pianificazione di sviluppo a livello nazionale. Quelle vicende furono forse più complesse di come appare dai resoconti (e soprattutto dai commenti) della «Voce»: ma sicuramente quei testi rispecchiano una sensibilità diffusa, in una città che vede crescere vertiginosamente popolazione e redditi, ma che si trova anche a dover affrontare flussi migratori imponenti verso le fabbriche di Fiat e indotto.

La «Voce» di quegli anni è allineata, in politica, con le scelte nazionali della Chiesa. Nel «partito dei cattolici» si devono trovare le idee e le energie necessarie per governare, secondo il mandato ricevuto dalle urne. Anche per questo c’è molta differenza di attenzione fra i primi anni di amministrazione comunista (1948-1951) e quelli successivi a guida democristiana. Un capitolo è espressamente dedicato a «L’anticomunismo della Voce: guerra fredda e corsivi di fuoco». Il lavoro di Aimonetto riprende informazioni e impostazioni già ampiamente conosciute e dibattute, perché nella realtà torinese di quegli anni è difficile notare prese di distanza significative rispetto agli orientamenti nazionali della Santa Sede e della Democrazia cristiana. Molti degli interventi pubblicati, come giustamente Aimonetto fa rilevare, sono ripresi direttamente da pubblicazioni come «La civiltà cattolica».

Più mirate e incisive sono le parti dedicate alle elezioni comunali: e attraverso le cronache del giornale torna, evidente, quel sostegno al Peyron candidato nel 1951 e poi sindaco negli anni successivi: un riferimento che rappresenta un po’ la «bussola» per la linea politica del giornale.

Infine, il ribaltone. Il lavoro di Aimonetto si ferma al 1968, quando la Dc esce dalle elezioni ancora come il partito di maggioranza relativa con oltre il 39% dei voti. Ma in quell’anno si preparano e si celebrano i fermenti che porteranno ai grandi cambiamenti nel Paese. E, nel settimanale torinese, il cambio di direzione (da Jose Cottino a Franco Peradotto) è in più di un senso uno di quei «segni dei tempi» che non si possono trascurare. Aimonetto dedica alla contestazione interna al mondo cattolico l’ultimo capitolo della sua ricerca, offrendo elementi non nuovi ma importanti per leggere un fenomeno complesso che rimane, anche a mezzo secolo di distanza, una pietra di paragone (o di scandalo, a seconda di come la si voglia vedere) per l’intera Chiesa torinese.

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