L’altra faccia della Nigeria, una Chiesa viva

Intervista – Don Mario Parati, Giuseppino del Murialdo, una vita dedicata alla missione in India e in Africa, ci parla di un Paese che sa accogliere, dove i cristiani sono il 50% della popolazione, circa 100 milioni. Responsabile della pastorale vocazionale della sua Congregazione in Africa, vive ad Ibadan, la seconda città della Nigeria, dove sta avviando un’opera giovanile per fermare l’ emorragia dell’immigrazione

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Don Mario Parati con i ragazzi dell'Opera murialdina di Ibadan

Esiste una Chiesa viva, in Nigeria, che le cronache sanguinarie di questi mesi rischiano di mettere in ombra. È l’altra faccia del popolo di Dio in questo paese martoriato dalla violenza. Ce ne parla in questa intervista don Mario Parati, 60 anni, originario della provincia di Cremona, è un Giuseppino del Murialdo, prete da 33 anni. Ha svolto il suo ministero per molti anni nelle opere della Congregazione di San Giuseppe della diocesi di Torino nei primi anni di sacerdozio come animatore e direttore delle scuole e dei centri professionali dei Giuseppini a Nichelino e a Rivoli; per sei anni è stato superiore della Provincia dell’Italia Nord-Ovest con sede a Torino nell’Opera Nostra Signora della Salute. Dal 2006 ha iniziato la sua esperienza missionaria come primo provinciale in Africa (Sierra Leone, Guinea Bissau e Ghana), poi è stato chiamato ad avviare anche la Provincia giuseppina in India. Da circa un anno don Mario è tornato in Africa, in Nigeria, dove i Giuseppini sono presenti da 5 anni, ed è formatore dei giovani confratelli in teologia a Ibadan. È anche responsabile della pastorale vocazionale dei Giuseppini in Nigeria e dell’avvio di un progetto giovanile di pastorale murialdina.

Don Mario, le notizie che giungono da alcuni Paesi africani, tra cui la Nigeria, riferiscono di persecuzioni contro i cristiani, di omicidi di preti e missionari/e: l’immagine delle vostre comunità che giungono in Occidente è di una Chiesa sotto assedio. Davvero è così? Come percepite questi segnali di violenza? Come reagisce la vostra gente?

Anzitutto desidero ringraziare «La Voce e il Tempo», che leggo ogni settimana e che mi fa sentire vicina la realtà della Chiesa piemontese, in cui ho lavorato per 22 anni, a Torino, Rivoli, Pinerolo e Nichelino. La Chiesa nigeriana in cui vivo non è una Chiesa sotto assedio, è una grande comunità (i cristiani sono circa il 50% della popolazione, quindi quasi 100 milioni), molto stimata e apprezzata per il lavoro che svolge in campo educativo e sociale, ma anche nell’evangelizzazione e nell’accompagnamento spirituale. È vero che negli ultimi anni si sono moltiplicati alcuni attacchi, soprattutto nel Nord e nel Centro del Paese, ma l’impressione è che nulla della fede dei cristiani sia stato scalfito. E la gente continua a frequentare le chiese in massa! Del resto, in molti casi gli attacchi sono motivati da interessi economici, da rivalità territoriali, da volontà di controllo e di dominio, da contrasti etnici e politici, non da motivi religiosi.

Lei è stato per la prima volta in Nigeria 10 anni fa. Che cosa è cambiato da allora e che paese è oggi la Nigeria?

Sì, dieci anni fa avevo fatto il mio primo viaggio in Nigeria e all’epoca avevo «profetizzato» che un giorno i Giuseppini sarebbero tornati in maniera stabile e questo è proprio avvenuto 5 anni fa. La fede di cui sono stato testimone e l’accoglienza e gli onori che ho ricevuto in quella prima visita sono inimmaginabili e indimenticabili: cerimonie di incoronazione, folle immense in festa nei villaggi che ho visitato, danze e canti ovunque, giovani in ginocchio per strada per essere benedetti o per confessarsi, … Quello spirito accogliente è rimasto intatto e quando penso a come invece qualche nigeriano viene accolto oggi in altri paesi del mondo, mi vergogno un po’. «Father Mario» mi hanno detto in molti «qui non devi sentirti né straniero, né ospite, ma fratello tra fratelli, come se fossi a casa tua». Oggi l’economia nigeriana cresce, ma la popolazione ancora di più. È vero che è un paese con tante risorse, ma i mali che lo affliggono, specie la povertà e la corruzione, restano sfide enormi.

Il vostro fondatore, san Leonardo Murialdo, invitava i suoi figli a «Guardare sempre il bello e il buono che tutti hanno»: la Nigeria è conosciuta in Italia solo per i suoi aspetti negativi anche per il diffuso clima di intolleranza nei confronti degli stranieri: qual è il volto bello della Nigeria?

Grazie per questa domanda! Effettivamente, per chiunque si accontenti di qualche pregiudizio o di qualche frettolosa notizia del telegiornale, Nigeria può essere solo sinonimo di rapimenti o attentati, di mafia, di prostituzione o clandestinità, di migranti indesiderati, di fanatismo e violenza, di ritardo economico e culturale… che peccato! Giudicare un paese dai suoi problemi, di cui spesso la gente semplice è solo vittima, è meschino. Potete immaginare come mi sono sentito, qualche anno fa, quando un giovane indiano, con cui viaggiavo in treno, mi ha chiesto perché l’Italia fosse un paese «totalmente mafioso»… O un altro, un cinese, che in aeroporto mi domandava come mai gli italiani non hanno voglia di lavorare! Sia ben chiaro: la Nigeria è piena di contraddizioni incredibili, ha mille problemi da risolvere (più o meno quanti ne hanno l’Italia o gli Usa, anche se di diverso tipo) e tutti i nigeriani ne sono ben consapevoli. Ma, se vi capiterà di trascorrere qualche tempo in questo grande paese, potrebbe succedervi di non vedere nessuno dei problemi a cui accennavo e di notare invece molte altre cose che non appaiono nei giornali e in televisione e che forse non potreste osservare in altri paesi.

Quali?

L’accoglienza di cui parlavo prima per esempio, oppure le folle enormi in chiesa durante la Messa feriale del mattino alle 5.15; le ovazioni da stadio se si riesce a dire qualcosa nelle lingue tradizionali anziché solo in inglese; il numero di giovani che chiede di entrare in seminario; la Messa festiva, molto gioiosa e lunghissima, ma dove nessuno si lamenta, né si annoia … Molte di queste cose, e tante altre, mi sono capitate solo in Nigeria!

Da un anno a Ibadan, com’è tipico del vostro carisma, lei sta avviando un progetto rivolto in particolare ai giovani: come cercate di dare speranza alle nuove generazioni perché il miraggio dell’Occidente non li spinga ad emigrare?

Ho sentito che in Italia, di fronte al fenomeno dell’immigrazione, molti sostengono: «aiutiamoli a casa loro». Ottima idea, se non nasconde il desiderio di non avere fastidi. Ma chi li aiuta a rimanere a casa loro? E soprattutto: come e con quali mezzi? La Chiesa da secoli fa la sua parte umile e silenziosa, nelle grandi metropoli e nelle periferie del sud del mondo, che sembrano ai limiti della vivibilità, ma anche nei villaggi più remoti che non trovi neanche su Google Maps: avamposti di umanità, a volte in mezzo al niente. A Ibadan, seconda città più popolosa della Nigeria, dopo Lagos, con 4 milioni di abitanti e una delle più estese di tutta l’Africa, stiamo piantando un piccolo seme: un’opera giovanile, in una zona povera della periferia. Se ci sono meno nigeriani che si mettono in viaggio nel deserto o in barca nel Mediterraneo, è anche perché c’è chi pianta questi semi, che spesso diventano alberi con radici robuste! Un prete missionario, padre Pierluigi Maccalli, mio coetaneo e del mio stesso paese, vicino a Crema, rapito 9 mesi fa in Niger e del quale purtroppo non si sa ancora nulla, scriveva: «La vita è un intreccio di due fili: gioie e pene. Ma non abbandonerò mai la speranza che anche il deserto più arido un giorno tornerà a coprirsi di fiori».

 

Lei ha una lunga esperienza di missioni, prima come provinciale in Africa, dove ha avviato la nuova provincia giuseppina in Sierra Leone, Guinea Bissau e Ghana; poi in India dove ha istituito la nuova e prima provincia in Asia della congregazione…

Sono davvero grato al Signore e ai miei confratelli per aver avuto la fortuna di conoscere e di amare tanti popoli e tante culture diverse dalla mia. Ho potuto allargare tanto il mio sguardo e i miei orizzonti: e credo che alla fine questo mi abbia aiutato anche ad allargare un po’ la mente e il cuore. Nei 52 paesi del mondo in cui ho vissuto, o in cui sono passato per breve tempo, ho imparato a non dire mai «prima gli italiani», ma a stare sempre dalla parte di Gesù che dice: «Prima gli ultimi»! E lo dico da prete italiano!

 

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