L’anno nero del turismo

Coronavirus – La pandemia ha provocato il dimezzamento del mercato mondiale del Turismo: in Piemonte la perdita oscilla tra i 2 e i 3,5 milioni di arrivi. Ne scrive Paolo Verri, già direttore di Matera Capitale della Cultura

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È di pochi giorni fa la riapertura ufficiale dei confini esterni di Schengen per quanto attiene al turismo. Una riapertura che l’organizzazione mondiale del turismo afferente all’Onu ha voluto sottolineare con la presenza in Italia del segretario generale dell’Unwto, Zurab Pololokashvili, accompagnato dal direttore Europa dell’organizzazione, Alessandra Priante: entrambi hanno visitato le città di Roma, Milano e Venezia e incontrato i ministri Di Maio e Franceschini. Hanno così lanciato la campagna #Restart Tourism mondiale, e l’hanno fatto partendo proprio dal nostro Paese, che stabilmente è la meta più desiderata al mondo anche se solo la settima effettivamente più visitata.

Paolo Verri

La pandemia, secondo i dati più aggiornati (quelli per esempio di uno studio voluto da Cassa depositi e prestiti insieme a Luiss Business School e sviluppato da Ernst Young), ha provocato il dimezzamento del mercato mondiale del turismo quanto a fatturato e imposto uno stop serissimo ad un settore in crescita ininterrotta dal 2012, con previsioni di arrivare nel 2030 a un miliardo e ottocento milioni di viaggiatori, di cui il 50% in Europa, con una stima per l’Italia di circa 128 milioni di arrivi e 428 milioni di presenze: erano la metà nel 2009. Oggi in Italia il Pil legato direttamente al turismo è pari al 13% con una occupazione diretta e indiretta pari al 15%. Per quanto concerne il Piemonte, i dati più aggiornati, che risalgono al 2018, indicano in 5,2 milioni di persone gli arrivi ogni anno nella nostra regione, con circa 15 milioni di pernottamenti di cui oltre il 30% a Torino; il 56% provenienti dal resto d’Italia e il 44% dal resto del mondo (con che, risulti chiaro che non è turismo l’escursionismo, ovvero il fatto di muoversi in giornata all’interno della propria regione!).

L’impatto della pandemia in Piemonte (in questo simile alle impressioni raccolte da uno studio dello Iulm condotto da Stefano Ceci su un campione di 50 opinion leader di sei Paesi, che raccolgono le prime 15 destinazioni turistiche europee, del valore complessivo di circa 1 miliardo di pernottamenti l’anno) sta in una forchetta tra il -40 e il -70%, ovvero con una perdita tra i 2 e 3,5 milioni di arrivi. Torino, in questo contesto, rischia di pagare il conto più salato: in quanto città d’arte e cultura, ma anche di manifattura e ricerca, perde infatti circa il 100% delle fiere, dei congressi, dei pernottamenti business ed una quota praticamente simile di arrivi legati a grandi mostre ed eventi. Il solo spostamento in autunno del Salone del libro di Torino, che in circa dieci giorni tra allestimenti, apertura e chiusura comporta l’arrivo di decine di migliaia di operatori, ospiti istituzionali e appassionati, vale circa il 10% di tutto il periodo.

Ma il bivio a cui ci pone la pandemia è un bivio ancora più importante e significativo che quello legato ai pur importantissimi elementi economici: da tutti gli studi, in particolare da quello sopra citato dello Iulm, emerge infatti uno spostamento totale verso l’elemento “naturalistico” della visita per turismo. Mentre dai primi anni Duemila al 2019 abbiamo visto il predominio di un turismo “urbano”, specie con l’offerta cosiddetta di short break (dalle 2 alle 4 notti di pernottamenti in una città di cultura, possibilmente ripetute 3 o 4 volte l’anno), la tendenza che il secondo semestre porrà in essere, e potrebbe concretamente dar vita al modello dominante del prossimo decennio, è un turismo prevalentemente outdoor, con pochi viaggi l’anno e con un pernottamento prolungato in una sede unica, meglio se bene organizzata e addirittura familiare.

Credo siano chiare le motivazioni: la sicurezza, e quindi i più alti costi dei voli, ci stimolano a scegliere con più accuratezza le destinazioni e a fare in modo che siano hub dai quali muoversi con relativa facilità. In queste settimane hanno fatto il giro d’Italia, in alcuni casi il giro del mondo, le immagini di Venezia senza turisti, di Milano con il 50% degli esercizi di ristorazione ancora chiusi, di Firenze e di Roma senza code nei principali poli museali. Ma la crisi è ancora più grave al Sud, dove si doveva concentrare lo sforzo per una redistribuzione della produzione culturale, che per il 70% si attesta da Roma in su. A parte Napoli, stenta a riprendersi la Puglia, Matera è deserta, la Sicilia e la Sardegna puntano ovviamente sulle spiagge ma le mettono al servizio prevalente degli abitanti del territorio. Rimini ha perso il 50% delle prenotazioni, ma parrebbe in crescita a partire dalla seconda settimana di luglio; le coste liguri e tirreniche invece sfiorano già il tutto esaurito, con una potente ripresa delle seconde case, così come sulle montagne piemontesi, lombarde e delle tre Venezie. Si privilegeranno le passeggiate, al mare come in montagna; le vacanze “intelligenti”, ovvero quasi momenti di studio, di formazione, selezionate per vedere mostre, monumenti, musei e fare “esperienze” culturali.

Tutto ciò accade perché il messaggio è stato molto preciso: luoghi della cultura chiusi in quanto pericolosi; vietato ammassarsi nei cinema e nei teatri, ancora meno fare la fila ai musei. Eppure, rispetto al “cibo per la mente”, il “cibo per il corpo” non è stato altrettanto maltrattato: code fuori dai supermercati e, da qualche giorno, dehors pieni in tutta Italia praticamente senza controllo, senza mascherina ma anche senza distanza di sicurezza.

E’ un comportamento strategico, quello che abbiamo visto compiere? E’ parte di quel passo in avanti di comportamento civile che abbiamo auspicato e discusso nei momenti di massima reclusione collettiva nel corso del lockdown? Ha a che fare seriamente con un turismo slow, con un modo più qualificato e approfondito di vivere la nostra vita attraverso le nostre azioni quotidiane? Il Piemonte si è subito adeguato ai trend: visitate il sito www.piemontescape.com e vedrete come lo troverete più fresco e in sintonia con le vostre esigenze rispetto a VisitPiemonte, da cui nasce. La outdoor commission composta dalle Camere di commercio insieme alle Atl ha lanciato una nuova idea di territorio più adatta a chi cerca cammini, percorsi cicloturistici, paesaggi per e-bike e moto da cross ed enduro, perfino spazi d’acqua rinnovati. Mentre passeggiando in città non si nota alcuna coda fuori dal Museo Egizio o davanti alla Mole Antonelliana (nonostante si festeggi quest’anno il suo essere da vent’anni esatti sede del Museo del cinema), basta salire nell’alta Val Sangone o nella Val d’Ossola e non trovare piazzole libere né per l’auto prima né per un plaid scozzese d’antan poi.

Personalmente, non promuoverei questa dicotomia, questa distanza tra natura e cultura, tra terre alte e città; questi decenni sembrano davvero legati ad un disequilibrio permanente che va evitato. Per motivi etici, estetici ed economici: per anni abbiamo investito su un potente stock di patrimonio culturale che adesso sembriamo pronti ad abbandonare nel dimenticatoio. Non fanno così territori più abili di noi nell’offerta turistica complessiva, come Olanda, Belgio e Germania: alla parte culturale hanno sempre associato quella naturalistica e ora fanno altrettanto, anche se a parti leggermente invertite. Dai paesaggi di Van Gogh al museo che ne ospiti i capolavori con un unico percorso cicloturistico: mi sembra un modello molto qualificante. Torino deve davvero essere la capitale delle Alpi, così come Denver lo è del Colorado. Per farlo, deve mettere cultura e ricerca al servizio della natura, costruire legami, intersezioni. L’esempio di Torino 2006, subito continuato con le Universiadi del 2007, è stato troppo presto dimenticato. Più cultura nelle valli, usando alcuni luoghi di sicura eccellenza, come Saluzzo e Pinerolo; più temi naturalistici e scientifici collegati al nostro territorio nella programmazione culturale della città. Che oggi ha bisogno di una immediata campagna pubblicitaria, collegata ai prossimi appuntamenti: Mi-To settembre Musica, Salone del gusto, Salone del libro, Artissima. E poi, l’impegno a fare dell’università e del trinomio professori/ricercatori/studenti il punto di forza di una rinnovata programmazione convegnistica. Un’area metropolitana forte al servizio di un grande territorio naturalistico può essere una scommessa vincente. Non separi l’uomo quello che il creato ci offre!

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