L’anno nero della scuola

Peggio che in guerra – Non si era mai verificato nella storia scolastica dell’Italia che non si completasse un anno scolastico. Quella che è unanimemente condivisa è l’urgenza del ritorno degli alunni nelle aule. A settembre gli insegnanti saranno chiamati a rimediare gli squilibri della didattica on line

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Non si era mai verificato nella storia scolastica dell’Italia che non si completasse un anno scolastico. Neppure sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale era accaduto che le lezioni fossero interrotte senza più venire riprese. Non solo: in questo momento purtroppo nessuno è in grado di dire se a settembre sarà possibile – e in quali condizioni – riavviare con una certa regolarità la vita scolastica. Quella che è unanimemente condivisa è l’urgenza del ritorno degli alunni nelle aule. La didattica a distanza, al momento, è un ripiego, non ancora una strategia alternativa, posto che possa mai diventarlo.

A settembre gli insegnanti saranno chiamati a ricucire il passato con il nuovo anno scolastico e a rimediare gli squilibri che ne sono derivati. La scuola via skype non è stata infatti uguale per tutti.

Impresa che presenta una doppia complessità. La prima è quella di ricomporre la socialità della piccola comunità della classe dopo tanti mesi vissuti da remoto nel corso dei quali sono state compiute esperienze inevitabilmente molto diverse. Tutti, poi, sappiamo che è più facile stare insieme «da lontani» che ֿ«da vicino». Ben più complessa è la seconda sfida che attende i docenti e cioè quella di recuperare il tempo perso o speso in modo approssimativo. Tante differenze sono emerse tra chi ha fruito di una buona assistenza familiare e chi invece è restato solo o, situazione ancor peggiore, per varie ragioni è stato, magari anche involontariamente, abbandonato.

Gli esperti stimano che almeno il 20% degli studenti italiani non sia stato raggiunto da qualche forma di didattica a distanza. Il che significa che in una classe di 25 alunni mediamente almeno 5 sono stati esclusi dalla vita scolastica. Nessuno può prevedere in che misura sarà possibile recuperare queste carenze destinate a dilatare ulteriormente gli squilibri di rendimento già presenti per altre ragioni.

È impressione diffusa che, pur nella difficile situazione sanitaria in cui è piombata l’Italia, si potesse fare di più e meglio. Ma fin dall’inizio il governo non ha affrontato con la dovuta decisione la situazione scolastica. Una volta chiuse le scuole e messa in sicurezza la salute di docenti, personale e allievi, altri problemi e altre urgenze sono stati ritenuti prioritari. Non un bel segnale per il paese, come se la scuola non meritasse di stare in cima alle priorità dell’emergenza.

Pur disponendo di 800 mila docenti in servizio e grandi edifici non si è neppure tentato di avviare qualche iniziativa – anche circoscritta – che potesse rappresentare un laboratorio di sperimentazione in vista del prossimo futuro. Perché, poi, non avvalersi, ad esempio, anche delle scuole e degli insegnanti per organizzare attività tra giugno e luglio, senza scaricare la ricreazione dei ragazzi soltanto sui Comuni, sugli oratori, sulle associazioni di volontariato?

Se si guarda inoltre a quali altre tematiche scolastiche hanno preso il sopravvento nell’agenda ministeriale e sindacale durante il lockdown, l’impressione della sottovalutazione dell’emergenza scolastica emerge ancora di più. Nelle scorse settimane l’attenzione si è concentrata sulle modalità di reclutamento di 32 mila precari. Con tutto il rispetto per le aspettative di questi insegnanti che attendono la stabilizzazione non sembra che di fronte alla chiusura scolastica totale fosse questo il problema prevalente.

Non meno fuori tono è apparsa la proposta (fortunatamente rientrata) di riaprire le scuole nell’ultimo giorno di lezione per un festoso saluto tra compagni. Come ci fosse qualcosa da festeggiare anziché riflettere sulla tragedia che si è consumata.

Da più parti negli ultimi giorni si sono levati suggerimenti e proposte per un forte rilancio della tematica educativa e scolastica. L’Italia ha bisogno che la scuola non sia soltanto un luogo di occupazione per laureati senza lavoro, ma ha bisogno di essere riportata al centro della politica e diventare (come è stata negli anni del boom economico) il volano della ripresa. La scuola non è né di destra né di sinistra è un bene comune intorno a cui si dovrebbero raccogliere le migliori forze del Paese. Autorevoli voci su grandi quotidiani hanno fatto sentire la loro voce in tal senso. Speriamo che siano raccolte là dove si decide.

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