Il monito di Papa Francesco contro i venti di guerra

Vaticano – «La guerra porta solo morte e distruzione». I venti di guerra scuotono il Medio Oriente e Papa Francesco nell’Angelus di domenica 5 gennaio 2020 invita a «tenere accesa la fiamma del dialogo e all’autocontrollo»

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Papa Francesco all'Angelus di domenica 5 gennaio 2020 (foto Vatican news)

«La guerra porta solo morte e distruzione». I venti di guerra scuotono il Medio Oriente e Papa Francesco invita a «tenere accesa la fiamma del dialogo e a scongiurare l’ombra dell’inimicizia». Nell’Angelus del 5 gennaio 2020 si dice preoccupato per quanto accade del mondo e invita a favorire il dialogo: «Il Signore ci dia questa grazia».

L’ayatollah Seyyed Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran, annuncia «dura vendetta». Teheran riparte con il programma nucleare; chiede l’evacuazione delle basi militari americane; promette vendetta su 35 obiettivi, non escluso lo stretto di Hormuz, attraverso il quale passa il 20 per cento del petrolio mondiale via mare. Donald Trump replica: gli Usa sono pronti a colpire 52 siti importanti, 52 come gli ostaggi americani sequestrati da Teheran nel 1979; accusa il generale Qassem Soleimani, comandante dei terroristi iraniani, di «pianificare imminenti attacchi» e di essere «responsabile della morte di milioni di persone». Per questo è stato ucciso, non «per iniziare la guerra». Washington invia altri 3.500 soldati in Medio Oriente.

Francesco, in un messaggio sul sito @pontifex, invoca la pace, «cammino di speranza di fronte agli ostacoli e alle prove. Dobbiamo credere che l’altro ha il nostro stesso bisogno di pace. Non si ottiene la pace se non la si spera. Chiediamo al Signore il dono della pace!». Il cardinale Louis Raphael Sako, patriarca della Chiesa cattolica caldea, afferma: «Gli iracheni hanno paura che l’Iraq si trasformi in un campo di battaglia. In circostanze così critiche, è saggio che tutte le parti siedano attorno a un tavolo per un dialogo ragionevole e civile. Imploriamo Dio di garantire a tutti una vita normale, pacifica, stabile e sicura». Mons. Shlemon Warduni, vescovo ausiliare di Baghdad, dice che una guerra «sarebbe terribile per la popolazione e per la comunità cristiana. Il momento è molto difficile. La nostra religione è pace. Gli iracheni sono in grande difficoltà e soffrono. Il Papa suggerisce di seminare la pace, secondo l’insegnamento di Gesù: “Amatevi gli uni gli altri”. Chiediamo di fare la pace e di seminare la pace». Il nunzio a Teheran mons. Leo Boccardi dice che la situazione «suscita apprensione nella Santa Sede. Il Papa prega per la pace. Tutto questo dimostra quanto è difficile costruire e credere nella pace. La buona politica è al servizio della pace, tutta la comunità internazionale deve mettersi al servizio della pace. Occorre abbassare la tensione, chiamare tutti al negoziato e credere nel dialogo sapendo, come la storia ci insegna, che guerra e armi non sono la soluzione».

Da oltre 70 anni il Medio Oriente è il principale focolaio di guerre al mondo. Dopo la seconda guerra mondiale, il rimorso per l’Olocausto degli ebrei spinge l’Europa e l’America a favorirli in tutto. Il 29 novembre 1947 a New York le Nazioni Unite approvano il «Piano di partizione della Palestina fra arabi e israeliani» (risoluzione 181) che Israele non accetta e si proclama indipendente il 14-15 maggio 1948. Il rifiuto israeliano del piano di ripartizione e le rivalità israeliane-palestinesi-arabe provocano una serie di scontri armati: prima guerra arabo-israeliana (1948-49); crisi di Suez (1956); guerra dei sei giorni (1967); guerra del Kippur (1973); guerra del Libano (1982) con la strage israeliana dei palestinesi nei campi profughi libanesi di Sabra e Chatila e lo scoppio della prima «Intifada» palestinese contro l’occupazione israeliana.

Guerra Iran-Iraq, due Paesi del Golfo Persico (1980-88) – Inizia con l’invasione dell’Iran da parte dell’Iraq, motivata da antiche rivalità tra arabi e persiani: l’Iraq mira a modificare la frontiera sullo Shatt al-Arab e intende stroncare l’influenza del nuovo regime iraniano: nel 1979 la rivoluzione islamica dell’ayatollah Ruḥollāh Khomeynī. abbatte lo scià Reza Phalevi. Saddam Hussein pensa di vincere facile. Ma non è così. Gli iracheni invadono l’Iran che resiste, passa all’offensiva e caccia le truppe irachene. L’Iran punta alla conquista di Bassora: ondate di giovani votati al massacro si riversano contro le postazioni irachene e vengono falciati. Sembra la prima guerra mondiale, quando gli eserciti si decimano negli assalti alle trincee e con l’uso di gas.

Negli anni Novanta divampano le guerre del Golfo. Il dittatore iracheno Saddam Hussein invade il Kuwait (1990) e provoca la reazione dell’America, dell’Occidente (Italia compresa) e dell’Arabia che liberano il Kuwait (1991). In Afghanistan, il  saudita Osama bin Laden fonda il gruppo terroristico al-Qaeda (1998). L’11 settembre 2001 terroristi suicidi distruggono il World Trade Center di New York e parte del Pentagono a Washington provocando 3 mila morti: il presidente George Bush junior e il primo ministro inglese Tony Blair dichiarano «guerra al terrore». Gli Usa bombardano l’Afghanistan. Nel marzo 2003 gli anglo-americani invadono l’Iraq occupano Baghdad (9 aprile) e impiccano Saddam Hussein (30 dicembre 2006).

In Siria da otto anni una «mini-guerra mondiale». Quando scoppia la guerra il 15 marzo 2011 nessuno pensa a un conflitto così lungo e brutale. Il regime del dittatore Bashar al-Assad reprime nel sangue le pacifiche  manifestazioni di una delle «primavere arabe». La guerra si internazionalizza con il coinvolgimento delle grandi potenze e delle potenze regionali. All’inizio delle ostilità l’esercito siriano conta 300 mila uomini, ma è decimato dalle morti e dalle defezioni e perde il controllo del 70 per cento del territorio. Ma nel restante 30 per cento vive il 60% della popolazione. Dal settembre 2015 le forze fedeli a Damasco recuperano grazie al sostegno dell’aviazione russa. Le milizie filo-regime contano circa 150-200 mila combattenti  giunti da Libano, Iran, Iraq, Afghanistan. Russia e Iran sono i principali alleati di Damasco, cui si oppongono Stati Uniti e Turchia.

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