L’appello del Papa per la Siria martoriata dalla guerra

Dopo l’attacco turco – «Il mio pensiero va ancora una volta al Medio Oriente, all’amata e martoriata Siria dove le popolazioni sono costrette ad abbandonare le proprie case» a causa della guerra. «Rinnovo l’appello a impegnarsi con sincerità, onestà e trasparenza sulla strada del dialogo per cercare soluzioni efficaci»

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«Il mio pensiero va ancora una volta al Medio Oriente, all’amata e martoriata Siria dove le popolazioni sono costrette ad abbandonare le proprie case» a causa della guerra. «Rinnovo l’appello a impegnarsi con sincerità, onestà e trasparenza sulla strada del dialogo per cercare soluzioni efficaci».

L’amata e martoriata Siria è nel cuore di Papa Francesco. Il sangue innocente versato, i bambini intrappolati sotto i bombardamenti cruenti, tanti testimoni della fede rapiti e assassinati. Sono le immagini che Francesco offre al mondo perché non distolga lo sguardo dalla disumana guerra in Siria. Tanto più adesso che, dal 9 ottobre 2019, è scattato il brutale attacco del despota turco Recep Tayyip Erdogan che, con criminale sarcasmo, chiama l’invasione della Siria «Fonte di pace», protetto da Donald Trump. Di fronte a questi crimini l’Unione Europea balbetta divisa, come l’Italia secondo fornitore di armi dopo gli Usa.

Oltre una decina di appelli all’Angelus, al Regina Coeli, ai messaggi Urbi et Orbi, alle udienze generali. Il 31 marzo 2013, 18 giorni dopo l’elezione al Soglio di Pietro, Francesco nel messaggio pasquale nomina «l’amata Siria, i numerosi profughi che attendono aiuto e consolazione. Quanto sangue è stato versato! E quante sofferenze dovranno essere ancora inflitte prima che si riesca a trovare una soluzione politica alla crisi?». Un interrogativo che ripete spesso. Chiede «coraggio e decisione» per intraprendere la via del negoziato. La preghiera è la forza cui appigliarsi nel dolore e nelle difficoltà: il 7 settembre 2013 indice una «Giornata di digiuno e di preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente e nel mondo intero, come spiega il 1° settembre 2013: «L’umanità ha bisogno di vedere gesti di pace e di sentire parole di speranza e di pace». Al dittatore russo Vladimir Putin per il vertice del G20 di San Pietroburgo (5 settembre 2013) chiede «una soluzione pacifica attraverso il dialogo e il negoziato con il sostegno della comunità internazionale». Al dittatore siriano Bashir Al-Assad (12 dicembre 2016) chiede «una soluzione pacifica delle ostilità, la protezione dei civili, l’accesso agli aiuti umanitari» e condanna «tutte le forme di estremismo e terrorismo».

«Voglio dirvi che non siete soli» spiega la sua presenza – con Bartolomeo patriarca ecumenico di Costantinopoli e con Ieronymos, arcivescovo di Atene – nell’isola greca di Lesbo (16 aprile 2016) e ospita tre famiglie siriane sull’aereo che lo riporta a Roma. A Lesbo sottoscrivono una Dichiarazione congiunta per implorare la fine della guerra e intensificare gli sforzi per l’accoglienza di chi fugge: «Esortiamo tutti i Paesi a estendere l’asilo temporaneo, a concedere lo status di rifugiato a quanti ne sono idonei, ad ampliare gli sforzi per portare soccorso e ad adoperarsi insieme a tutti gli uomini e le donne di buona volontà per una fine sollecita dei conflitti».

Quest’anno invia a Lesbo il cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere pontificio, a portare 100 mila euro ai migranti e nella Via Crucis del Colosseo due siriani portano la croce nella dodicesima stazione. Francesco chiede ripetutamente di rispettare il diritto umanitario; sollecita l’evacuazione dei civili; elogia l’accoglienza concessa da Paesi come Libano e Giordania. Nella «Lettera ai cristiani in Medio Oriente» ricorda le tribolazioni inflitte dal sedicente Stato Islamico «preoccupante organizzazione terrorista che commette ogni sorta di abusi e pratiche indegne dell’uomo, colpendo in modo brutale i cristiani. Questa sofferenza grida verso Dio e fa appello all’impegno di tutti nella preghiera e nelle iniziative».

Nel gennaio 2015 condanna «il fondamentalismo religioso: prima ancora di scartare gli esseri umani perpetrando orrendi massacri, rifiuta Dio relegandolo a mero pretesto ideologico». I bambini poi sono «le prime vittime della guerra e non potranno vedere la luce del futuro». Condanna con fermezza il ricorso alle armi chimiche e i trafficanti di armi che «continuano a fare i loro interessi: armi bagnate nel sangue innocente. C’è un giudizio di Dio e anche della storia sulle nostre azioni. Non è mai l’uso della violenza che porta alla pace. Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza».

Il 1° giugno 2016 invita i bambini di tutto il mondo a unirsi in preghiera con e per i coetanei siriani. Il 2 dicembre 2018 accende un cero, simbolo di pace, per i piccoli che vivono i conflitti perché non perdano la speranza.

Nel luglio 2019 Bergoglio scrive al presidente-dittatore Bashar Hafez al-Assad. Protezione della vita dei civili; fine della catastrofe umanitaria nella regione di Idlib; iniziative per il rientro degli sfollati; condizioni di umanità e rilascio dei detenuti politici; accesso delle famiglie alle informazioni sui loro cari; ripresa del negoziato con il coinvolgimento della comunità internazionale. Sono le richieste della missiva in inglese, datata 28 giugno 2019 e recapitata a Damasco il 22 luglio dal cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, prefetto del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano, accompagnato dal cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria.

«Metz Yeghern, il Grande Male» è la grande tragedia che un secolo fa colpì gli armeni, un popolo antico e nobile. Un genocidio che nessuno ricorda mai. Conversioni forzate, maltrattamenti, deportazioni e «marce della morte» provocano un milione e mezzo di morti per fame, malattie, sfinimento. Sovrintendono ufficiali tedeschi in collegamento con l’esercito turco, «prova generale» della deportazione nazifascista degli ebrei, con il ghigno beffardo di Hitler: «Chi ricorda più lo sterminio degli armeni?»

Il genocidio innesca l’esodo e la diaspora della poolazione in Europa,Stati Uniti, Russia. Sudamerica e Ucraina. Papa Benedetto XV scrisse a Mehmet V, sultano (capo religioso e politico) del potentissimo Impero Ottomano, la «Sublime Porta» di Costantinopoli per far cessare l’eccidio «che avviene contro il volere di Vostra Maestà». Il sultano rispose sostenendo l’impossibilità di distinguere «fra inno­centi e sediziosi» e giustificando la pulizia etnica.

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