L’archivio vaticano non è più “segreto”, ora si chiama apostolico

Santa Sede – Con il motu proprio del 22 ottobre 2019 Papa Francesco ha cambiato nome all’archivio vaticano, da segreto ad apostolico: «il termine ‘secretum’ indicava l’archivio privato, separato, riservato» del pontefice, oggi la locuzione ha assunto accezioni negative come qualcosa di nascosto»

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«Exurge, Domine, et iudica. Alzati, Signore, e giudica la tua causa. Ricordati degli insulti che gli stolti ti rivolgono ogni giorno; porgi l’orecchio alle nostre preghiere perché sono venute fuori le volpi che vogliono di­struggere la tua vigna. Alzati, Pietro e occupati della Santa Romana Chiesa». Il 15 giugno 1520 Papa Leone X pubblica la bolla che minaccia Martin Lutero di scomunica se non ritratta gli errori. È uno dei documenti più preziosi dell’Archivio segreto vaticano, al quale Papa Francesco cambia nome: Archivio apostolico vaticano, uno dei centri di documenti storici più importanti, da oltre 400 anni al servizio del Papa e della Santa Sede con un patrimonio «prezioso per la Chiesa cattolica e per la cultura universale».

NON SEGRETO MA PRIVATO – Nel motu proprio del 22 ottobre 2019 Francesco spiega che il termine «secretum» «altro non era che l’archivio privato, separato, riservato del Pontefice: così lo definivano i Papi, così lo definiscono gli studiosi». Finché è rimasto saldo «il legame fra il latino e le lingue che ne discendono non c’è stato bisogno di spiegare o di giustificare il titolo “Archivum secretum”. Ma con i mutamenti semantici nelle lingue moderne e nelle culture e sensibilità sociali di diverse nazioni, il termine “secretum” ha generato fraintendimenti e sfumature ambigue e negative. Si è smarrito il vero significato del termine “secretum” e si è associato il concetto di “segreto”. In alcuni ambiti e ambienti la locuzione ha assunto l’accezione pregiudizievole di nascosto, da non rivelare e da riservare per pochi. Tutto il contrario di quanto è sempre stato ed è l’Archivio segreto vaticano». La nuova denominazione evidenzia «lo stretto legame della Sede romana con l’Archivio, strumento indispensabile del ministero petrino e la dipendenza dal Romano Pontefice, come avviene per la Biblioteca apostolica vaticana».

UNO SCRIGNO DI TESORI – Fin dai tempi antichi i Papi conservano le scritture sulle loro attività, documenti custoditi nello «Scrinium Sanctae Romanae Ecclesiae». La fragilità del papiro, usato dalla cancelleria pontificia fino al secolo XI, i trasferimenti e i rivolgimenti politici hanno fatto gli archivi anteriori a Innocenzo III (1198-1216). Con il moltiplicarsi degli uffici della Curia si moltiplicano anche gli archivi: quelli più preziosi sono conservati in Castel Sant’Angelo. L’idea di un archivio centrale è in parte realizzata da Paolo V che nel 1611-1614 istituisce l’Archivio segreto vaticano con le bolle da Innocenzo III in poi, i «Registra vaticana». Urbano VIII (1623-1644) recupera parte dei documenti rimasti in Francia nella «cattività avignonese» (1309-1377) e Alessandro VII (1655-1667) vi destina la corrispondenza della Segreteria di Stato, importante per i rapporti con gli Stati.

IL SACCHEGGIO DI NAPOLEONE – Nel 1733 sono trasportati in Vaticano i «Registra Avenionensia», i documenti rimasti ad Avignone. Napoleone Bonaparte,  non contento di aver angariato e tenuto in galera due Papi, Pio VI e Pio VII, nel 1810 ordina di saccheggiare l’archivio: nella sua boria, razziando opere d’arte e documenti da mezza Europa, vuole costituire il faraonico «Museo della civiltà europea liberata dalla rivoluzione» nel Palazzo Soubise a Parigi. Con la sua caduta a Waterloo il 18 giugno 1815, tramonta anche il Museo. Ma molte preziose carte finiscono come carta da imballo di droghieri e pescivendoli parigini. Il danno è colossale: vanno persi gli atti dei processi di Galileo Galilei (12 aprile-22 giugno 1633) e di Giordano Bruno, bruciato sul rogo il 17 febbraio 1600. Va distrutto o disperso il «fondo criminale» del Sant’Uffizio. I resti del saccheggio, 37 casse di documenti, sono riportati a Roma dal cardinale segretario di Stato Ercole Consalvi, su ordine di Pio VII.

ALTRE ACQUISIZIONI –  Nel 1892 con Leone XIII l’Archivio vaticano si arricchiste dei documenti della Dataria apostolica e della Cancelleria apostolica ( i «Registra Lareranensia» dal 1389) e dei registri delle suppliche dal 1417. Diventa uno dei centri di ricerche storiche più importanti: a Leone XIII si deve dal 1881 la libertà di consultazione degli studiosi. Negli ultimi decenni arrivano molti archivi: Segreteria dei brevi; Rota romana; delle Congregazioni Concistoriale, vescovi e regolari, Sacramenti, riti, Concilio; Palazzo apostolico; Concilio Vaticano I e Concilio Vaticano Il; nunziature; alcune famiglie patrizie: Borghese, Boncompagni, Rospigliosi. Dal 1884 è annessa la Scuola vaticana di Paleografia, Diplomatica e Archivistica: dopo un biennio rilascia il diploma di paleografo-archivista.

85 CHILOMETRI DI SCAFFALI – Ovviamente restano segreti alcuni documenti, per esempio gli atti dei Conclavi. I documenti sono in un locale su due piani sotto il cortile della Pigna. Il patrimonio copre circa dodici secoli (VIII-XX). Il filosofo e matematico tedesco Gottfried Wilhelm von Leibniz nel 1702 scrive che può essere considerato l’Archivio centrale dell’Europa, «quod quodam mondo totius Europae commune Archivum censeri debet». Lo scopo è la tutela e la valorizzazione dei documenti, memoria storica dell’attività della Chiesa. Lo frequentano ogni anno 1.500 studiosi di 60 Paesi. Paolo VI il 26 settembre del 1963 lo definisce: «I nostri brani di carta sono echi e vestigia del passaggio del Signore Gesù nel mondo. Aavere il culto di queste carte, dei documenti, degli archivi, vuol dire avere il culto di Cristo, avere il senso della Chiesa, dare a noi stessi e a chi verrà la storia del transitus Domini nel mondo». Per disposizione di Francesco, dal 2 marzo 2020 saranno aperti gli archivi sino al pontificato di Pio XII nel 1958: «La seria e obiettiva ricerca storica saprà valutare nella giusta luce, con appropriata critica, momenti di esaltazione di quel Pontefice e, anche momenti di gravi difficoltà, di tormentate decisioni, di umana e cristiana prudenza, che a taluni poterono apparire reticenza, e che invece furono tentativi, umanamente molto combattuti, per tenere accesa, nei periodi di più fitto buio e di crudeltà, la fiammella delle iniziative umanitarie, della nascosta ma attiva diplomazia, della speranza in possibili buone aperture dei cuori. La Chiesa non ha paura della storia, anzi la ama, e vorrebbe amarla di più e meglio, come la ama Dio».

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