L’Arcivescovo di Torino Nosiglia, «stiamo diventando tutti poveri»

Nella Festa di san Giovanni Battista, patrono di Torino, pubblichiamo l’omelia pronunciata dall’Arcivescovo mons. Cesare Nosiglia durante la tradizionale celebrazione in Cattedrale. GALLERY

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«Che sarà mai questo bambino?» (Lc 1,66). I parenti, la gente del suo paese si interrogano sul destino di Giovanni. Perché, già con la scelta del nome, voluta dal Signore, egli viene a sconvolgere gli schemi, le consuetudini, le tradizioni. Un primo spunto ci viene dalla pagina di Vangelo appena proclamata: il nostro Patrono è uno che ci chiede di essere capaci di sconvolgere le nostre vite, di convertirci e dunque di metterci in discussione e non accettare passivamente e con rassegnazione le situazioni difficili e faticose. La nostra città e il suo territorio continuano ad essere travagliati dalla crisi anche se non mancano segnali di ripresa o di mantenimento di posizioni di qualità nel mondo industriale, dei servizi e del commercio, della cultura e della innovazione. Abbiamo ben capito, ormai, che al declino economico e produttivo si è aggiunto e sovrapposto un declino sociale.

Ci siamo accorti che «poveri» lo stiamo diventando tutti: poveri di umanità  e di valori etici e civili, poveri di disponibilità all’accoglienza, ma anche poveri di opportunità per migliorare le nostre condizioni di esistenza. Il messaggio del nostro patrono va nella direzione opposta: Giovanni viene a dirci che c’è una speranza grandiosa, che noi siamo i primi protagonisti del rinnovamento e del cambiamento, se vogliamo. Un cambiamento che è prima di tutto interiore, di apertura alla «buona notizia» che il Battista viene ad annunciare. Ma il cambiamento interiore può avere conseguenze vistose e decisive anche sulla nostra condizione di vita, sulla società in cui siamo inseriti.

 Al cuore della vita della città. Attenzione, però! Se continuiamo a pensare ad uscire dalla crisi solo in termini economici, di benessere materiale, siamo avviati lungo una strada che è un vicolo cieco. Proprio i passati decenni ci stanno insegnando, oggi, che la vera «crescita» di ogni società come di ogni persona ha bisogno di essere integrale, per essere autentica. C’è un progresso che porta con sé inquinamenti e malattie; così come c’è uno squilibro eccessivo nella distribuzione dei beni terreni, che genera invidia, competizione, conflitti.

Bisogna andare al cuore della vita della città. Cuore che batte nel petto di ogni persona che, per vivere, ha scelto Torino o che semplicemente ci si è trovata o ancora che ha dovuto accettarla. Osservando con cura quel cuore scopriamo quanto, mentre lentamente si attenua lo sconforto degli anni della grande crisi, cresce la fragilità del sentirsi abbandonati, dimenticati, ignorati da una cultura dell’indifferenza che come una nebbia penetra dappertutto silenziosamente, ma con gravi conseguenze sulla vita di chi abita nei quartieri periferici o non. È l’esperienza della solitudine di coloro che, quasi al termine della vita o non più possibilitati a manifestare prestazioni degne di venire postate su un social, di fatto sono ritenuti un peso, chiusi tra le quattro mura della propria casa. È la solitudine di chi è arrivato da lontano, ha fatto percorsi di stabilizzazione, ma che avverte di avere una pelle che lo connota, un accento che lo identifica, una cultura che lo etichetta  nonostante concorra a costruire il futuro della città. È la solitudine di tanti giovani in cerca di lavoro per un futuro di vita riuscita e di speranza. È la solitudine dei territori più lontani da un non meglio identificato “centro” che, pur essendo strutturalmente luoghi di comunità, sentono sparire lentamente l’identità che li renderebbe protagonisti del cambiamento.

Il disagio giovanile nelle periferie. Desidero  a questo proposito ricordare quanto riporta la recente inchiesta Il disagio giovanile nelle Periferie di Torino di Mauro Zangola. In esso si afferma tra l’altro che secondo l’Istat nella Città Metropolitana di Torino gli individui che vivono in una situazione di povertà sono cento sessantasei mila e in continua crescita. Una quota consistente è costituita da giovani tra i 18 e i 29 anni e da minori. La disoccupazione giovanile è ugualmente diffusa nelle periferie aggravata a causa anche di un livello basso di istruzione e di qualificazione formativa. Dalla ricognizione fatta, emerge tuttavia che in Città sono oltre un centinaio i Centri e gli Sportelli, comunali, regionali, ecclesiali e del terzo settore che intercettano i bisogni delle persone in difficoltà, poco meno della metà sono “specializzati” nell’offerta di servizi per l’accompagnamento al lavoro. Sono dati che testimoniano un forte impegno della Comunità ecclesiale, cittadina e del volontariato, nei confronti dei giovani, ma fanno emergere anche l’esigenza di ricercare un maggior coordinamento per renderli più efficaci e meno disorganici. L’analisi svolta dall’Istat poi ci offre uno spaccato molto significativo  che  pone in rilievo le due città; quella diurna, che  vive del lavoro, del commercio, del turismo e della cultura cittadina e quella notturna, caratterizzata da una forte concentrazione di popolazione in spazi ristretti di agglomerati urbani che accentuano l’individualismo e i quartieri dormitori.

I poveri una presenza inquietante. San Giovanni con il suo forte invito a riconoscere il Signore qui tra noi, richiama a non lasciar passare invano queste situazioni, ma anzi, a seguirle per imparare ad essere umani, prima ancora che  responsabili sul piano politico, economico, sociale e religioso. Perché mentre la Città ha grandi  potenzialità e qualità che tutti riconoscono, ha anche particolari maestri che non riusciamo ad apprezzare  e a valorizzare: sono gli ultimi, i poveri, gli abbandonati, gli scartati. La loro presenza ci inquieta non perché sono un presunto attentato al decoro delle nostre storiche vie, ma perché ci indicano la strada del rinnovamento e della maturità, della cultura e della civiltà, della verità e della democrazia. Questa presenza ci morde dentro perché mette a nudo le nostre contraddizioni e fa emergere tutte le nostre fragilità nascoste. Così ci fermiamo perennemente alla superfice delle cose e trattiamo la fragilità come un negativo da nascondere, mentre sarebbe una preziosità da proteggere. Non in senso pietistico, ma attivando percorsi di dignità sostenuti da tutti i soggetti che costruiscono la cittadinanza.

Giovanni Battista ci propone di verificare e cambiare i nostri stili di vita. Da troppi cittadini la vita della città viene intesa come se ci trovassimo in un «paese dei balocchi», dove è sempre festa, dove tutto concorre al nostro divertimento, alla realizzazione dei piaceri individuali. La lunga crisi e la crescita dell’esercito dei poveri è lì a dimostrarci che le cose non stanno così. Vorrei essere molto chiaro: non si tratta solo di giustizia sociale, di uguaglianza o di moralità. Ma piuttosto di comprendere che nessuno di noi è un’isola e che l’egoismo non paga. Tutto dipende da come vogliamo rispondere a queste domande: come pensiamo di essere felici da soli, senza gli altri? Come proteggere ogni persona facendola sentire accolta e riconosciuta nei suoi diritti?

Proteggere le persone più fragili. Proteggere è verbo che rimanda al tema della giustizia, che non può essere sostituita dalla carità, ma da questa è completata e rafforzata. Coltivare i diritti è impegno più che mai urgente e va di pari passo con i doveri. Pensiamo alla protezione necessaria per la preziosa fragilità delle persone disabili e delle persone non più autosufficienti che in buona parte vengono scaricati sulle spalle delle famiglie o delle istituzioni solidaristiche. Proviamo a posare lo sguardo su donne sole, costrette a scegliere tra il lavoro – che dà dignità e sostentamento – e il prendersi cura dei propri figli che è umanamente altrettanto importante, ma che non viene adeguatamente sostenuto. Pensiamo alla fatica di riconoscere la preziosità della fragilità di molte persone senza dimora o ex carcerati al momento di tentare l’ingresso nel mondo del lavoro. Pensiamo alla estrema difficoltà, del considerare le ragioni di una famiglia sottoposta a sfratto esecutivo incolpevole. A fianco dell’impegno dei singoli servono strutture della collettività capaci di supportare la sussidiarietà, specie su problemi quali sono la casa, il lavoro, la salute e che necessitano nuovi piani condivisi che affrontino le situazioni congiuntamente, in modo strutturale e non solo tappando le emergenze mano a mano che si producono. La paura, il preconcetto, lo stigma non sono alieni nemmeno in Torino, nonostante esperienze interessanti che portano luce su questi temi.

Collaborazione e sinergie necessarie. Nella città però c’è chi esercita il suo modo di guardare per impegnarsi e non tirarsi indietro. Le azioni del volontariato sono riconosciute e apprezzate. Ma la sua profezia, molto simile a quella che ha portato Giovanni Battista al martirio, è ascoltata e adeguatamente sostenuta? Anche se non lo fosse ci auguriamo che i volontari sappiano sempre operare per la promozione e integrazione di ogni persona e lottare per i suoi giusti diritti. Il rapporto di collaborazione tra le varie istituzioni civili ed ecclesiali e del terzo settore è un distintivo di Torino e va pertanto promosso in ogni modo. Ma al centro va sempre posta la persona, mai la conservazione delle proprie posizioni o la semplice realizzazione di progetti che non tengono conto dell’apporto dei poveri. È l’atteggiamento di ascolto e di accompagnamento che deve qualificare il modo con cui la Città si pone nel proteggere la fragilità preziosa degli ultimi. La tentazione di vedere nel diverso un nemico è antica quanto il mondo: ma sempre dobbiamo chiederci se è la nostra identità e la nostra memoria che vogliamo difendere, o i nostri privilegi?

Il bene comune comporta il coraggio di donare vita. Accogliere e mettersi in relazione con l’altro è ciò che costruisce la città e promuove il bene comune. Fa parte di questo bene comune anche la scelta della famiglia di mettere al mondo dei figli: Torino è una città che soffre più di tante altre dell’invecchiamento della popolazione. Nelle periferie ogni cento giovani ci sono più di duecento – e in talune zone anche con punte anche di duecento ottantaquattro – individui in età superiore ai sessantacinque anni. La gravissima carenza delle nascite denota la paura del domani, la scarsa speranza nel futuro, la convinzione che il peso anche economico dei figli sia troppo gravoso per le proprie condizioni sociali. Un popolo che non ama la vita va inevitabilmente verso il declino e rischia l’estinzione. Fermare questa deriva è possibile solo se sul piano politico si punta a sostenere in ogni modo e con interventi appropriati la famiglia e i suoi figli e a riformare una mentalità etica e spirituale del grande valore della vita donata e accolta nella propria casa.

Testimoni della grande speranza. Su questi temi e tanti altri come sono quelli della sanità, della scuola e dell’ambiente la Chiesa, con tutti i suoi limiti, ha il dovere di annunciare e vivere un cristianesimo non strumentale, ma integrale e per questo controcorrente, una fede in cui la morale non è separata dalla carità attenta e appassionata, e dove la dottrina della misericordia e dell’accoglienza si confronta in ogni momento  con le esigenze della giustizia. Sta prevalendo invece un modo strumentale di considerare il cristianesimo come se fosse un supermercato dove ciascuno sceglie liberamente ciò che gli serve o ciò che gli piace, dimenticando che l’unico vincolo a cui siamo obbligati è la fedeltà al Vangelo. Una fedeltà che non possiamo né sminuire e né barattare con nessun altro tornaconto o interesse di parte. La coerenza e l’insistenza della Chiesa è radicata nell’impegno di rendere ragione a tutti della speranza che è in noi e può esserla per ogni uomo.

Giovanni paga di persona questa coerenza alla grande speranza che è venuto ad annunciare. E anche noi siamo chiamati oggi a spendere la nostra vita per essere testimoni di quella stessa speranza che è Nostro Signore Gesù Cristo. E in fondo al nostro percorso di giustizia e carità – ricordiamolo sempre se non vogliamo essere delusi – prima della gloria della risurrezione, c’è comunque lo scandalo della croce. C’è dunque quell’amore più grande che va anche controcorrente, dona se stesso gratuitamente e senza tanti distinguo tra noi e gli altri e opera per il bene di tutti.

+ Cesare NOSIGLIA, Arcivescovo metropolita di Torino

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