L’assurdo taglio delle cure domiciliari

Malati non autosufficienti – Ci preoccupiamo dell’assalto agli ospedali, ma la Regione Piemonte ha tagliato le prestazioni a casa, ridotte a Torino del 70% negli ultimi due anni

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È una picchiata drammatica quella fatta registrare negli ultimi due anni delle cure a domicilio dei pazienti non autosufficienti a Torino: gli interventi (assegni di cura) erogati dalle Asl cittadine sono calati di quasi il 70%, passati in nemmeno di 24 mesi da oltre 9.300 a poco più di 3.000.

La preoccupante situazione viene fotografata da un report d’inizio novembre dell’Amministrazione regionale, sollecitata dalla consigliera Monica Canalis (Pd) a fornire i dati delle prestazioni domiciliari prima di deliberarne la riforma, in discussione in Giunta regionale. Numerosi autorevoli osservatori sono convinti che questo calo drastico abbia molto contribuito all’aumento dei ricoveri ospedalieri nell’emergenza Covid, già registrato in primavera e oggi ancora più grave, con la veloce saturazione degli ospedali cittadini e la necessità di predisporre letti di fortuna in corridoi, chiese, strutture esterne dedicate.

I numeri. A inizio 2019 le persone non autosufficienti che beneficiavano di intervento da parte dell’Asl di Torino erano 9.399 (tra utenti catalogati come «gravi» e «gravissimi»). Già a fine 2019, erano scesi a 6.526, per effetto della mancata sostituzione dei casi nel frattempo deceduti. Idem per il 2020, con il totale dei casi ridotto a 3.200 prese in carico.

I dati registrati dall’Asl Città di Torino dal 1° luglio al 9 ottobre di quest’anno, danno uno spaccato del calo. L’Azienda pubblica, diretta emanazione della Regione, ha attivato soltanto 14 nuove autorizzazioni di spesa per assegni di cura domiciliari, a fronte di 561 persone richiedenti valutate come non autosufficienti e meritevoli di un progetto domiciliare. Oltre cento di questi casi sono per la stessa Asl in «codice rosso», cioè in situazione di estremo bisogno di interventi sia sanitario, sia socio-economico.

Diritti negati. Cosa sta succedendo a migliaia di malati non autosufficienti? E nei servizi territoriali? «Le famiglie sono allo stremo – commenta Maria Grazia Breda, presidente della Fondazione Promozione Sociale onlus – Stiamo parlando di migliaia di malati non autosufficienti che ricevono risposte negative dall’Asl alla domanda di cure». Gli assegni di cura ancora in essere (perché i beneficiari sono ancora in vita) sono composti a Torino da una quota sanitaria di 675 euro per i casi a più elevato bisogno, erogata senza vincoli Isee, e altrettanti di quota sociale erogati però solo ai richiedenti in sofferenza socio-economica. Gli assegni servono alle famiglie per coprire una parte delle spese affrontate direttamente o tramite gli assistenti famigliari (badanti) per le necessità di tutela della salute dei malati, ma sono anche il segnale di una presa in carico da parte dell’Asl.

Sanità non pervenuta. È una situazione anomala, eppure legittima e virtuosa per tutti i beneficiari, rispetto al resto della Regione nella quale, pur a fronte di bisogni sanitari (la situazione clinica dei malati non autosufficienti, spesso malati di demenza, che scelgono le cure a casa) gli interventi sono demandati non alla Sanità, cioè alle Asl, ma al settore dell’Assistenza sociale, e quindi ai Comuni. La differenza è sostanziale: gli interventi assistenziali sono sottoposti a vincolo Isee e limitate alle risorse contingentate con annesso «balletto» annuale delle cifre sul Fondo Sociale nazionale per la non autosufficienza.

«Le risorse complessive – ha assicurato l’assessore regionale alle Politiche sociali, Chiara Caucino – permettono di garantire le prestazioni già erogate oggi», ma non nuove attivazioni, che sarebbero soggette ai nuovi vincoli restrittivi. «Si dovrà prevedere l’integrazione socio-sanitaria degli interventi sulla domiciliarità con un’azione condivisa con l’Assessorato alla Sanità», al momento non pervenuto.

Per Monica Canalis «la Regione a guida leghista, nel periodo di gestazione del nuovo Piano Regionale per la non autosufficienza e del caos della pandemia, sta demolendo il modello torinese di cure domiciliari costruito negli ultimi 17 anni. Le buone pratiche dovrebbero essere estese agli altri territori, anziché penalizzate»

Quali cure a domicilio? Il modello torinese di cure domiciliari ha il difetto di essere invisibile a Governo, Parlamento e alle Commissioni tecniche sanitarie nazionali. Il parametro per misurare il livello delle cure domiciliari nelle Regioni e stilare la classifica delle sanità regionali è la «griglia Lea», l’elenco delle prestazioni sanitarie di Livello essenziale valutate dal Governo. Ma per le cure domiciliari è una griglia «monca», che fa riferimento ad una sola prestazione di cura a casa: l’Adi, Assistenza domiciliare integrata, costituita da interventi generalmente di breve durata (anche se reiterabili), realizzati da medico, infermiere, operatore socio-sanitario con presenze puntuali e dedicate ad una prestazione (medicazioni, somministrazione di terapia…), non alla presa in carico quotidiana del malato non autosufficiente.

Così i parametri ministeriali dell’ultima valutazione, luglio 2020: «Si considerano gli assistiti con più di 65 anni con prese in carico già aperte al 1° gennaio 2017 o aperte nel corso dello stesso anno, per le quali sia stato inviato almeno un accesso». Si tratta quindi, a giudizio degli esperti, di un parametro incapace di restituire a Roma la presa in carico a lungo termine dei pazienti con gli assegni di cura torinesi. Per assurdo, un malato completamente autosufficiente che avesse ricevuto per almeno una volta nell’anno le cure domiciliari Adi per la medicazione di una ferita, entrerebbe nella graduatoria Lea come elemento positivo della Sanità regionale; un anziano non autosufficiente per il quale fossero attivate le cure domiciliari di lungo periodo per le sue gravissime patologie con assegno di cura – ma non l’Adi –, invece, non rientrerebbe (men che meno, ovviamente, rientrerebbe un malato con bisogni analoghi che non ricevesse le cure, né Adi, né altre prestazioni). Una distinzione da poco? Nient’affatto, perché in base alle valutazioni annuali le Regioni percepiscono dallo Stato risorse più o meno consistenti e, nel peggiore dei casi, vissuto dal Piemonte fino al 2017, vengono sottoposte a commissariamento e piano di rientro.

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