Laurearsi in carcere anche a Saluzzo

Studiare dietro le sbarre- Il Polo Universitario torinese, il primo nato in Italia nel 1998, è in procinto di firmare per l’Anno Accademico 2020-21 una convenzione con il carcere di Saluzzo che ospita detenuti in regime di Alta sicurezza

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Il Polo universitario per studenti detenuti nel carcere torinese «Lorusso e Cutugno»

Nonostante l’emergenza covid abbia bloccato o fortemente ridimensionato nei penitenziari le attività formative ed educative per evitare il diffondersi del contagio, il Polo Universitario del carcere torinese «Lorusso e Cutugno» non si è mai fermato. E in questi giorni, come accade negli altri Atenei cittadini, sono riprese le lezioni anche per gli studenti detenuti grazie alla didattica a distanza. Non solo. Il Polo Universitario torinese, il primo nato in Italia nel 1998 grazie a un protocollo d’intesa tra Università degli Studi di Torino, Tribunale di Sorveglianza e Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria, è in procinto di firmare per l’Anno Accademico 2020-21 una convenzione con il carcere di Saluzzo che ospita detenuti in regime di Alta Sicurezza con lunghe pene da scontare e che hanno richiesto di iscriversi ai corsi universitari, come anticipa Franco Prina, ordinario di Sociologia giuridica e della devianza, delegato del rettore dell’Ateneo Torinese per il Polo Universitario per studenti detenuti e presidente della Cnupp (Conferenza nazionale delegati poli universitari penitenziari. «Sono 13 i reclusi nel penitenziario di Saluzzo orientati ad iscriversi ai corsi di Diritto di impresa e Scienze dell’educazione ed altri 15 detenuti a Torino hanno chiesto di immatricolarsi. L’apertura di una succursale del Polo universitario torinese a Saluzzo» prosegue il sociologo Prina «è un segnale incoraggiante e che speriamo contagi altri reclusi per dare un senso al tempo della detenzione e un’opportunità di formazione e riscatto attraverso lo studio e la cultura».
All’inizio del 2020 erano 31 gli Atenei che, sull’esempio di Torino, sono presenti in vario modo in 82 istituti penitenziari italiani per un totale di 920 studenti detenuti immatricolati di cui 38 donne.
Il Polo Universitario torinese, fin dalla sua origine, si avvale di un contributo annuale da parte della Fondazione Compagnia di San Paolo che sostiene gli studenti (libri, materiale didattico tasse ecc.): nell’anno accademico 2019-20 erano iscritti 46 studenti (34 italiani, 10 stranieri di cui due donne). Tra i corsi scelti dagli studenti ristretti Scienze politiche e sociali (il più gettonato), Sociologia, Scienze internazionali, Diritto per imprese e istituzioni, Giurisprudenza, Matematica, Beni culturali. «Nonostante il lockdown della scorsa primavera» prosegue il delegato del rettore «anche senza essere presenti fisicamente, grazie agli educatori siamo riusciti a proseguire le lezioni, i colloqui con docenti e tutor e gli esami a distanza: per ora abbiamo ripreso alcune lezioni anche in presenza, ci auguriamo di poter continuare».

Il professor Franco Prina, delegato del rettore dell’Ateneo Torinese per il Polo Universitario per studenti detenuti e presidente della Cnupp

Il professor Prina evidenzia come recentemente nel carcere di Napoli Secondigliano, in occasione dell’incontro del Cnupp con il ministro dell’Università e della Ricerca Gaetano Manfredi e il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis «abbiamo chiesto, come l’emergenza covid sia l’occasione per potenziare la didattica on line nei Poli Universitari carcerari potenziando i collegamenti fra Atenei e Istituti di pena. Inoltre abbiamo chiesto al Dap (Dipartimento amministrazione carceraria) di migliorare le condizioni dell’edilizia dei Poli per studenti detenuti facendo i modo che l’Università in carcere diventi un sistema sempre più strutturato con linee guida che valgano per tutti gli Istituti: i Poli non devono più sentirsi ‘ospiti’ a seconda se la direzione sia sensibile o meno all’istruzione universitaria ma devono diventare una delle tante opportunità messe in campo nei penitenziari perché si realizzi l’applicazione dell’articolo 27 della nostra Costituzione che sancisce che ‘Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato’.

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