L’«autunno caldo» di Torino e la Chiesa subalpina

1969 – Non pochi cristiani partecipano attivamente agli scioperi, spalla a spalla con gente che non crede, conducono insieme la lotta nelle organizzazioni operaie. «La Voce del Popolo», diretta da don Franco Peradotto, segue attentamente i fatti e prende più volte posizione a favore degli operai

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Nell’ottobre 1969 un giovane operaio immigrato fa queste riflessioni, raccolte nel fascicolo dell’Ufficio della Pastorale del lavoro «Un popolo si risveglia. Riflessione cristiana sul movimento operaio nell’autunno caldo 1969»:

«Il caposquadra aumenta sempre il ritmo e nessuno gli dice niente; è come un SS, strilla anche quando uno va infermeria; vuole che andiamo al gabinetto nei 10 minuti di riposo; non vuole darci i 20 minuti ai quali abbiamo diritto; vuole accelerare la produzione per prendere la busta nera. La norma della produzione della “128” non è stata ancora fissata, pur essendo passati sei mesi dall’inizio della produzione. Così il lavoro diventa troppo faticoso.   Da quando sono tornato dalle ferie sono stato un mese malato in mutua, che non mi stato ancora pagato, e sono calato di 9 chili. Tanti sono tornati all’estero e in Germania. Alla Wolkswagen mangiano bene, sono trattati bene dai capi, hanno una buona paga e un buon alloggio. Erano venuti alla Fiat per tornare in Italia, ma sono trattati meglio in Germania».

Questo era il clima a Torino cinquant’anni fa, nell’«autunno caldo» del 1969. Non pochi cristiani partecipano attivamente agli scioperi, spalla a spalla con gente che non crede, conducono insieme la lotta nelle organizzazioni operaie: Cisl, Cgil, Lotta continua, Potere operaio, Acli. «La Voce del Popolo», diretta da don Franco Peradotto, segue attentamente i fatti e prende più volte posizione a favore degli operai.

Osserva la Pastorale del lavoro: «Per molto tempo i cristiani, di fronte alla tragedia del proletariato, rimangono sul piano morale, dove le buone azioni e le pie intenzioni ricoprono la ricerca effettiva della realtà. Ma ormai è iniziata un’epoca nuova. Molti cristiani hanno partecipato alle lotte, e in queste lotte si sono sentiti profondamente solidali con Dio, hanno la percezione che il popolo di Dio si sia messo in marcia contro l’ingiustizia perché i più poveri, quelli che sono considerati merce, si esprimono e fanno valere il loro punto di vista. Molti cristiani prendono coscienza che Dio c’entra nella loro lotta, che non è assente e che non può fare il neutrale. Il Dio in cui i cristiani credono non sta sulle nuvole ma ama talmente gli uomini da mandare il suo Figlio tra noi, uomo tra gli uomini, schierato con i poveri».

Nell’estate 1969 le rivendicazioni per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici hanno per obiettivo il controllo della produzione, la riduzione dell’orario, la regolamentazione del cottimo e le migliorìe dell’ambiente. La Fiat temporeggia. L’«autunno caldo» scatena la reazione che provoche­rà «la strategia della tensione» innescata dall’attentato di piazza Fontana a Milano il 12 dicembre ’69 alla Banca nazionale dell’Agricoltura. Obiettivi degli industriali sono la lotta contro il comunismo e la voglia di stroncare le organizzazio­ni operaie e la resistenza sindacale.

Successore di Giuseppe Grosso, dal 9 settembre 1968 sindaco è Andrea Guglielminetti, antifascista e cattolico moderato, che proviene dalle file dell’Azione Cattolica e che il filosofo Norberto Bobbio definisce «uomo che appartiene alla prima generazione di coloro che hanno fatto la guerra, che nascono alla politica nel fer­vore di rinnovamento che scuote il Paese. Una generazione che si forma nella lotta contro il fascismo». Guglielminetti dichiara la transitorietà del mandato – fatto raro in un politico – e indica le priorità: riforme sociali, scuole, verde, impianti sportivi.

Nel 1968-69 ferve la contestazione studentesca; le strutture sociali collassano; il miracolo economico mostra vistose crepe; la Fiat costruisce lo stabilimento di Rivalta e conduce massicce assunzioni di operai, ingaggiati al Sud dai « sensali» con la promessa di un posto di lavoro. Ma Torino è scoppia e mancano case e servizi essenziali. «La Stampa» l’11 febbraio 1969 prevede 60 mila nuovi torinesi.

Che fare? Alla Fiat sistemano i soli lavoratori e non le famiglie, che vengono disincentivate a emigrare, una soluzione già sperimentata in Svizzera e Germania; si rendono subito conto che la nuova leva di operai è più «ostrica» delle pre­cedenti: si ammalano facilmente; si adattano con più difficoltà ai lavori pesanti; producono rotazioni mai viste. Sistemarli in dormitori nella cintura li tiene lontani dalla città; rende più difficile l’arrivo delle famiglie, il timore di perdere la branda e la mensa sconsiglia dal lasciare troppo presto il turno. L’alternativa è dormire sulle panche di granito della stazione Porta Nuova o in pensione, 30 mila lire al mese per un letto a ore ancora bagnato dal sudore del compaesano del turno precedente.

Torino deve cambiare passo: su questo c’è accordo, al di là delle strategie, tra gli uomini più avveduti, i sindacati e la Chiesa guidata dal cardinale arcivescovo Michele Pellegrino. Nell’Azione Cattolica prende consistenza il Movimento dei lavoratori. L’XI congresso nazionale delle Acli del 19-22 giugno 1969 – al quale parla Pellegrino – segna la fine del collateralismo con la Dc e l’acquisizione del voto libero, per la prima volta in un’associazione cattolica. Le Acli avvertono forte l’appartenenza al movimento operaio, come asserisce Livio Labor, presidente nazionale: «Stare nel movimento operaio, sviluppare le attività e le iniziative che del movimento operaio sono proprie e che hanno per fine la liberazione dell’uomo-lavoratore da ogni condizionamento e costrizione economica, culturale e politica. Solo partendo da un’esperienza autentica di movimento operaio si può  recuperare la libertà politica. Bisogna scegliere la fine del collateralismo e l’affermazione del principio del voto libero degli aclisti. Collateralismo significa appartenere a un sistema capace di gestire, a livello anche partitico, la rappresentanza politica del movimento».

Le proposte sono approvate a grande maggioranza (86 per cento): fine di ogni  collateralismo; ruolo formativo ed educativo; partecipazione dei lavoratori alla società democratica; autonomia politica. È una svolta fon­damentale, molto avvertita dagli aclisti torinesi che passano dalla critica alla Dc alla critica del sistema politico. A fine estate 1969 Pellegrino incontra Giuseppe Reburdo e don Matteo Lepori, presidente e assistente delle Acli, per discute­re le proposte della Fiat sui baraccamenti per gli operai immigrati.

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