Le Chiese contro l’annessione israeliana di aree della Cisgiordania

Palestina – La Santa Sede e le Chiese sono fermamente contrarie all’annessione da parte di Israele dei territori palestinesi della Cisgiordania: «Israele e Palestina hanno il diritto di esistere e vivere in pace» sulla base del principio «Due popoli, due Stati». La pandemia di Coronavirus blocca, per il momento, l’annessione

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La Santa Sede e le Chiese sono fermamente contrarie all’annessione da parte di Israele dei territori palestinesi della Cisgiordania: «Israele e Palestina hanno il diritto di esistere e vivere in pace» sulla base del principio «Due popoli, due Stati». La pandemia di coronavirus blocca, per il momento, l’annessione.

Il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin il 30 giugno 2020 a Callista Gingrich e David Oren, ambasciatori rispettivamente di Stati Uniti e Israele in Vaticano, esprime «la preoccupazione della Santa Sede su possibili azioni unilaterali che potrebbero mettere ulteriormente a rischio la ricerca della pace tra israeliani e palestinesi e la delicata situazione del Medio Oriente». La segreteria di Stato richiama le precedenti dichiarazioni (20 novembre 2019 e 20 maggio 2020): «Stato di Israele e Stato di Palestina hanno il diritto di esistere e di vivere in pace e sicurezza, dentro confini riconosciuti internazionalmente». Per questo si appella «alle parti affinché si adoperino a riaprire il negoziato diretto, sulla base delle risoluzioni delle Nazioni Unite». In questo senso andava il discorso che Francesco fece alla «preghiera per la pace» nei Giardini vaticani l’8 giugno 2014. Il 20 maggio 2020 la Santa Sede ribadì: «Il rispetto del diritto internazionale e delle risoluzioni delle Nazioni Unite è un elemento indispensabile affinché i due popoli possano vivere fianco a fianco in due Stati con confini riconosciuti».

Il piano unilaterale del primo ministro israeliano Benjamin Nethanyahu prevede la creazione di uno Stato palestinese in un territorio frammentato sul 70 per cento della Cisgiordania e l’annessione da parte di Israele del 30 per cento, sulle aree abusivamente occupate dai coloni israeliani e sulla valle del Giordano. L’annessione è nel «contratto di governo» stipulato dai due principali partiti della coalizione, il Likud di Netanyahu e il Partito centrista blu e bianco dell’ex capo dell’Esercito, Binyamin Benny Gantz. Il presidente Usa Donald Trump vuole che Gerusalemme sia la capitale di Israele e vi ha trasferito l’ambasciata. La Santa Sede la considera «città santa per le tre religioni monoteistiche»: Ebraismo, Cristianesimo, Islamismo. Il piano di annessione il 1° luglio non è scattato – secondo «Jerusalem Post» – per quattro motivi: «disagio» di Washington; «inquietudine e ansia» in Israele; possibili «reazioni» dei palestinesi; «pandemia da coronavirus». Il progetto provoca la dura condanna del presidente palestinese Mahmoud Abbas, del re di Giordania Abdallah II, dei 22 Paesi della Lega Araba, di gran parte dei Paesi europei, della comunità internazionale. Michelle Bachelet, Alto commissario Onu per i diritti umani, lo bolla come «illegale».

Le Chiese cristiane si schierano compatte contro l’annessione, giudicata illegale dall’Onu e dalla comunità internazionale. Sarebbe la pietra tombale sulla soluzione più giusta «Due popoli, due Stati». L’arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme: «Non si può più parlare onestamente e concretamente di soluzione “Due popoli, due Stati”, tecnicamente sempre più difficile. Se ci sarà l’annessione, la situazione sarà irreversibile». In una nota i capi religiosi «considerano unilaterale il piano di annessione»; esortano il Quartetto – Onu, Stati Uniti, Unione europea, Russia – «a rispondere con un’iniziativa di pace in linea con il diritto internazionale e con le risoluzioni Onu per garantire una pace completa, giusta e duratura». Significativo anche il monito all’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp): «Risolva i conflitti interni per presentare un fronte unito impegnato a raggiungere la pace e a costruire uno Stato fondato sul pluralismo e sui valori democratici».

L’arcivescovo di Canterbury Justin Welby e il cardinale arcivescovo di Westminster Vincent Nichols sono contrari a qualsiasi annessione della Cisgiordania. Per i vescovi cattolici e anglicani del Coordinamento Terra Santa «l’annessione allontanerebbe qualsiasi residua speranza per il processo di pace e aggraverebbe il conflitto, le sofferenze e le divisioni». Preoccupazioni esprimono il Consiglio mondiale delle Chiese, la Comunione mondiale delle Chiese riformate, la Federazione mondiale luterana: «L’annessione viola il diritto internazionale e va contro diversi accordi internazionali, risoluzioni dell’assemblea generale delle Nazioni Unite e del Consiglio di sicurezza, il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 2004 e la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949».

Il 14 maggio 1948 David Ben Gurion proclama l’indipendenza dello Stato di Israele e scoppia il primo conflitto arabo-israeliano. Pio XII nell’enciclica «In multiplicibus curis» (24 ottobre 1948) indice nuove preghiere per la pacificazione della Palestina: «Non ci siamo rinchiusi nel nostro dolore ma abbiamo fatto quanto era in nostro potere per cercare di porvi rimedio. Senza discostarci dall’imparzialità impostaci dal nostro ministero apostolico, che ci colloca al di sopra dei conflitti dai quali è agitata la società umana, non mancammo di adoperarci per il trionfo della giustizia e della pace in Palestina e per il rispetto e la tutela dei luoghi santi. Attraverso le preghiere per la pace possa sorgere presto il giorno in cui gli uomini abbiano di nuovo la possibilità di accorrere in pio pellegrinaggio ai luoghi santi per ritrovare svelato il grande segreto della pacifica convivenza umana».

Il Venerdì Santo (15 aprile 1949) Pio XII dedica l’enciclica «Redemptoris nostri. I luoghi santi della Palestina» allo status di Gerusalemme: «Si è ancora lungi dallo stabilire in Palestina la tranquillità e l’ordine. Ci giungono le implorazioni di tanti profughi di ogni età e condizione, costretti dalla guerra a vivere in esilio, sparsi in campi di concentramento, esposti alla fame, alle epidemie e ai pericoli di ogni genere. Esortiamo le persone nobili e generose a soccorrere questi esuli. Rivolgiamo un caldo appello a coloro cui spetta provvedere, perché sia resa giustizia a quanti, costretti dal turbine della guerra a lasciare le loro case, non bramano che ricostituire in pace la loro vita. I fedeli di qualsiasi parte del mondo si adoperino con ogni mezzo legale, affinché i governanti e coloro ai quali spetta la decisione di così importante problema si persuadano a dare alla città santa di Gerusalemme e ai suoi dintorni una conveniente situazione giuridica, la cui stabilità può essere assicurata e garantita solo da una comune intesa delle Nazioni amanti della pace e rispettose dei diritti altrui. Chiediamo la tutela di tutti i luoghi santi in Gerusalemme, nelle sue vicinanze, in altre città e villaggi della Palestina e la protezione di uno statuto giuridico, garantito da una forma di accordo o di impegno internazionale. Dio guardi benigno quella terra, bagnata dal sangue del Divin Redentore, affinché sopra gli odi e i rancori trionfi la carità di Cristo, che sola può essere apportatrice di tranquillità e pace».

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