Le due piazze di Torino, la “difficile” gestione della democrazia

Manifestazioni – Decine di migliaia di manifestanti sono scesi in piazza: sabato 8 dicembre contro la ferrovia Torino-Lione, sabato 10 novembre a favore dell’opera. L’analisi della costituzionalista Anna Maria Poggi

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Sempre più frequentemente i dibattiti pubblici, politici e istituzionali vivono di contrapposizioni che paiono insanabili e di massimalismi che sembrano difficilmente componibili. Al populismo (ciò che il popolo vuole) si contrappone la competenza (ciò che il popolo dovrebbe sapere); alla democrazia del web si oppone la democrazia fisica; alla democrazia diretta quella rappresentativa e via dicendo…

Sembra di assistere ad un dibattito tra sordi o, meglio, ad un dibattito in cui nessuno vuole veramente prendere in considerazione le ragioni e/o le motivazioni dell’altra parte. Soprattutto nessuno mette sul terreno il tema vero: come si gestisce in una società complessa la questione della rappresentanza? Poiché i temi ‘veri’ non sono mai contrappositivi ma, invece, cercano di prendere in considerazione tutti gli aspetti del problema, cerco di spiegare meglio la prospettiva appena delineata: le contrapposizioni cui assistiamo (competenza v. popolo; web v. dibattito pubblico; democrazia rappresentativa e democrazia diretta) sono la conseguenza del fatto che è cambiata profondamente la società e il “contesto” in cui le società vivono e sono rimasti pressochè identici gli strumenti con cui si pretende di rappresentare le società stesse.

Le società sono cambiate: non sono più chiuse ma sono aperte; ciò che accade dall’altra parte del mondo si conosce in pochi istanti e si riverbera nel bene e nel male ovunque (le crisi economiche…); si sono formate concentrazioni capitalistiche che rendono inerme il singolo rispetto ai suoi diritti individuali (la concentrazione di dati individuali e particolari effettuata attraverso i motori di ricerca mettono a nudo il soggetto) ed economici (il fallimento delle banche, delle imprese rende inerme il soggetto).

Gli strumenti di ‘difesa’ delle persone rispetto a tali fenomeni sono rimasti identici ma, in conseguenza di quei mutamenti, hanno perso la loro funzione. Il caso dei Parlamenti è sicuramente il più emblematico. Questi, infatti, mentre nel corso dell’Ottocento e del Novecento potevano a tutti gli effetti ritenersi le sedi delle decisioni politiche che incidevano su tutti gli aspetti della vita umana in determinate società, stanno ora gradatamente perdendo ogni potere di incidenza rispetto a certi fenomeni.

Le globalizzazioni economiche e giuridiche hanno reso i Parlamenti inutili rispetto al loro scopo principale: una decisione dell’Unione europea travolge interi settori di legislazione del Parlamento; una crisi economica mondiale è difficilmente arginabile dalle decisioni di un Parlamento. Non solo, ma ormai le decisioni economiche più importanti sono ‘imposte’ ai Parlamenti. Pensiamo alla discussione sulla nostra legge di bilancio, che da mesi si agita proprio nelle sacche di questa realtà: il livello del debito pubblico non è più una decisione parlamentare e se lo diventa comporta una penalizzazione pesante per il nostro Paese.

Ciò ha portato come conseguenza la crisi dei partiti, che vivevano la loro vita prevalentemente come elemento di raccordo tra società e Parlamenti: nel momento in cui le decisioni dei Parlamenti non sono più in grado di mutare nel bene e nel male la sorte delle persone, allora anche i partiti perdono la loro funzione di corpo intermedio, di cerniera tra le esigenze della società e le risposte della politica. La crisi dei partiti (non della politica) è tutta qui: la inadeguatezza della trasposizione parlamentare di determinati problemi che genera altresì la loro inadeguatezza come strumenti. La frustrazione dei singoli che non trovano più nei classici canali di rappresentanza la risposta ai loro problemi, allora, diventa evidente e, ciò che è peggio, crea ineguaglianze spaventose.

Diventa evidente: chi potrebbe negare che è così? Chi potrebbe negare che il dibattito parlamentare, in quanto tale, non interessa più perché si percepisce la sua non incidenza sulla soluzione dei principali problemi, soprattutto di quelli economici? Chi potrebbe negare che spesso i personaggi politici si parlano tra di loro in un assurdo battibecco di accuse reciproche che ha come unico obiettivo quello di difendersi dalle accuse piuttosto che quello di indicare soluzioni a problemi?

Crea ineguaglianze spaventose. Questo è l’aspetto meno percepito ma più devastante in assoluto. Quando le cose vanno male, vanno ‘più’ male per coloro che non hanno difensori pubblici. I ricchi (in tutti i sensi) possono permettersi il lusso dello sterile dibattito ideologico o del dibattito teorico; i poveri non possono perdere tempo a discutere se non hanno casa o di che mangiare o non possono curarsi o mandare i figli a scuola.

Insomma la marginalizzazione dei canali di rappresentanza e la perdita di centralità dei partiti incide negativamente in maggiore misura su chi sta male rispetto a chi non sta poi così male. Ecco allora, nel peggiore dei casi, l’esplosione della rabbia e della violenza, e, nel migliore dei casi, la richiesta di dar voce al ‘popolo: far parlare quelli che non hanno più difese. La fortuna del web o dei referendum è prevalentemente da leggere in questa chiave.

Per questi motivi da un po’ di tempo a questa parte resisto alla tentazione, in buona parte intellettuale, di bollare in maniera negativa talune manifestazioni popolari che vengono definite di «pancia», in un gergo semplicistico e a volte un po spregiativo. La «pancia» delle persone va ascoltata, specie quando è vuota. La politica serve a rendere le società giuste, non più rappresentative e democratiche. La democrazia e la rappresentanza sono metodi, sono strumenti non fini. Il fine è diverso: la giustizia ‘della’ e ‘nella’ società.

Il nostro sistema parlamentare, come tanti altri, sono andati in crisi proprio perché hanno finito per garantire solo la rappresentanza politica e non la giustizia sociale, per motivazioni anche involontarie, che non dipendono cioè dai Parlamenti stessi. Il populismo, in altri termini, ha posto un problema (in tutta Europa): l’inadeguatezza dei classici canali rappresentativi (Parlamento, partiti) rispetto alle sfide della globalizzazione e alle crisi finanziarie ed economiche.

Le risposte al momento non ci sono. Del resto non è semplice né immediato immaginare architetture istituzionali diverse ed, anzi, spesso i passaggi sono traumatici: i Parlamenti nacquero dallo sfaldamento delle società medievali e dalle Rivoluzioni borghesi; le Costituzioni sono nate per arginare l’onnipotenza degli stessi Parlamenti. Dunque le risposte vanno costruite e ci vorrà tempo. Importante, però, è non negare l’esistenza delle domande o meglio dissimulare le stesse, banalizzandole.

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