Le ragazze come Anxhela, testimonianza dall’Albania

Lettera – Riceviamo da don Bartolomeo Rolfo, giuseppino del Murialdo, missionario a Fier in Albania, già parroco a Nostra Signora della Salute a Torino, la testimonianza di una giovane ex allieva a partire dalla vicenda di Anxhela, la ragazza albanese massacrata a Torino

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Gentile Redazione,
ci chiedete cosa significa essere adolescente, giovane, donna in Albania. È una domanda a cui ho pensato a lungo in questi giorni ricordando Anxhela, la giovane come me, di Fier, uccisa vicino a Torino. In questo Paese solo per il fatto di essere femmina sei condannata ad essere messa da parte, a non contare nulla, dalla nascita fino al momento in cui chiudi gli occhi, quando, solo allora, potrai riposare in pace.

Dico condannata, perché non sei libera: libera di scegliere la vita che vorresti vivere, condannata perché già da bambina ti insegnano ad essere sottomessa e ad obbedire a tutti gli uomini, anche ai tuoi fratellini maschi. Sono gli altri che scelgono al tuo posto, sempre e solo gli altri conoscono quale sia la cosa migliore per te bambina, adolescente, giovane, donna… Quando scrivo altri, intendo dire: i genitori, i fratelli e poi i mariti.
Giovani vite alle quali mai viene chiesto ciò che desiderano, fa loro piacere, vogliono, quali siano i loro sogni, i loro desideri, come vogliono vivere la loro vita.
E se come persone hanno dei sogni… se li scordino, perché nessuno ne terrà conto o desidera conoscerli.

Mi sono spesso domandata: perché noi giovani donne albanesi accettiamo di vivere in questo modo? Come si può sopportare così tanto e a lungo, senza ribellarci? Dove troviamo la forza di alzarci ogni mattina e di iniziare un’altra giornata di sofferenza? Non lo so e continuo a soffrire sempre in silenzio.

È terribile sentire, leggere ogni giorno le cose orribili che ci vengono fatte. Quelle di noi che poi si suicidano, vengono violentare, martirizzate, spesso tengono nascosto nel loro cuore di essere state vendute ancora giovani e serene adolescenti, trapiantate dai loro villaggi per mandare a casa qualche euro alla famiglia in estrema povertà. Comprate dalla famiglia povera del villaggio, che non può mandarle a scuola, dar loro un’educazione diversa da quella che i genitori hanno avuto, vendute a Durazzo o Valona a un mafioso che poi le rivenderà a un altro criminale all’estero. E se qualcuna non si assoggetta a fare quello che il delinquente vuole da lei viene anche picchiata a sangue e/o chiusa in una stanza come in prigione finché….

Sono trafficanti di carne umana senza scrupoli, che le ingannano e le obbligano a fare quanto solo Dio sa, ma che l’animo umano non riesce a sopportare. Ragazze violentate, umiliate che non riescono neanche a raccontare le loro sofferenze, perché tanto nessuno le capirà, portandosi dentro il dolore, perché la colpa viene data a loro e nessuno potrà capire cosa portano dentro.

E quando iniziano i sogni per condividere l’amore grande che portano dentro come ogni persona umana? Un altro momento della vita di sofferenza delle giovani in Albania è appunto il matrimonio. Chi può decidere sul futuro delle giovani vite nel scegliere il marito, cioè, l’amore per la vita? Sono i parenti, i famigliari e l’ultima parola definitiva è del papà. E se gli sposi non riusciranno ad amarsi? Ancora violenza, la giovane buttata fuori casa, ritorno dai genitori o divorzio, quando non altri gesti più crudeli. Come gli ultimi casi recenti di Fier: Anxhela, uccisa vicino a Torino, Lara (19 anni) suicidatasi perché non poteva pagare le tasse dell’università e sostenere gli esami.

E alla fine, siamo sempre noi a pagare spesso con la vita il fatto di essere nate femmine in questo paese.
Più ci penso e più mi convinco che, essere una donna in Albania è una condanna.

Marsela
Segretaria d’azienda diplomata nel Centro professionale «Murialdo» di Fier e impiegata in un call center italiano a Fier

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