Leggi razziali: l’anticamera dell’Olocausto

L’ottantesimo anniversario del Manifesto degli scienziati razzisti e la riduzione degli ebrei, dal 1938 al 1943, allo stato di paria della società: le radici dell’antisemitismo in Italia nell’analisi di Maria Teresa Pichetto, già docente di Storia del pensiero politico all’Università di Torino

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Nel 1988 il libro di Susan Zuccotti «L’Olocausto in Italia» ricostruì che su circa 45 mila ebrei italiani almeno l’85 per cento sopravvisse alla Seconda guerra mondiale. Tale percentuale pone l’Italia tra i Paesi dove la politica di genocidio ebbe minore effetto. Scrittori autorevoli hanno indicato nelle doti di umanità degli italiani una delle cause, se non la prima, della sopravvivenza degli ebrei in Italia. Tuttavia, anche in Italia l’olocausto arrivò. Per cinque anni, dall’emanazione delle leggi razziali fino all’armistizio, gli ebrei italiani furono ridotti allo stato di paria della società; poi con l’inizio dell’occupazione tedesca e fino alla fine della guerra cominciò una caccia spietata nel corso della quale circa 7 mila di essi, compresi vecchi e bambini, vennero assassinati con la collaborazione delle autorità italiane e degli agenti repubblichini.

Se noi oggi ricordiamo l’ottantesimo anniversario del Manifesto degli scienziati razzisti (14 luglio 1938) e delle leggi razziali (5 settembre) è perché non è possibile liquidare e isolare l’antisemitismo italiano durante il fascismo facendone un fatto puramente accidentale. Cinque anni di storia ufficiale (1938-1943), non possono considerarsi un corpo estraneo senza premesse né conseguenze, come qualcuno ha tentato di dimostrare. L’antisemitismo, anche se politicamente inconsistente, estraneo e probabilmente non voluto dalla maggior parte degli italiani, esisteva da tempo in limitate ma tenaci correnti nella storia italiana.

La polemica antisemita fu condotta, già a partire dal 1920, da Giovanni Preziosi sulla sua rivista «La vita italiana», affiancata poi dai quotidiani «Il regime fascista»  di Farinacci e «Il Tevere» di Interlandi. La prima manifestazione ufficiale del nuovo corso antisemita fu la pubblicazione dell‘informazione diplomatica n. 14 del 16 febbraio 1938. In essa si negava che esistesse in Italia un problema ebraico, ma si avanzavano riserve sulle attività degli ebrei stranieri rifugiati in Italia e sulla proposizione ebraica nella vita della nazione. Si arrivò al famoso «Manifesto degli scienziati» del 14 luglio 1938, che al punto 9 stabiliva la non appartenenza degli ebrei alla razza italiana, e all’informazione diplomatica n. 18 del 5 agosto, che limitava la partecipazione degli ebrei alla vita dello Stato in base alla loro proporzione numerica.

La seduta del Gran consiglio del fascismo, nella notte tra il 6 e 7 ottobre, approvò la Carta della razza, pubblicata sul foglio d’ordini del Pnf n. 214 del 26 ottobre 1938, dopo aver ricordato che «l’ebraismo mondiale è stato l’animatore dell’antifascismo in tutti campi». La dichiarazione programmatica dal Gran consiglio fu tosto seguita dalle varie leggi e disposizioni che dovevano trasformarla in parte integrante dell’ordinamento e della legislazione dello Stato. Queste leggi vietarono ai giovani la frequenza a scuole non ebraiche e i matrimoni misti, eliminavano gli ebrei dalle forze armate, dall’industrie, dai commerci, dalle professioni; limitavano la proprietà immobiliari, proibivano di avere dei domestici «ariani», diminuivano la capacità nel campo testamentario; in materia di patria podestà, di adozione, di tutela, di affiliazione, cacciavano gli ebrei dagli enti pubblici e dallo spettacolo.

Il 25 luglio 1943 non portò alcuna modifica allo stato giuridico degli ebrei e durante i 45 giorni del suo governo Badoglio non fece praticamente nulla per gli ebrei. La Repubblica sociale italiana continuò ad applicare le leggi in vigore. La sera del 30 novembre fu diffuso per radio il famigerato ordine numero 5 della polizia che stabiliva che tutti gli ebrei residenti in Italia dovevano essere arrestati e internati in campi di concentramento entro i confini del Paese (i 2.385 ebrei deportati fino a quella data erano arrestati dalle SS tedesche, ma i 4.210 inviati allo sterminio successivamente furono braccati dalla polizia repubblicana). Venne negato agli ebrei non solo il diritto di avere, ma anche il diritto di essere. Gli ebrei, come entità giuridica, avevano cessato di esistere.

Se è pur vero che nessun ebreo fu consegnato ai nazisti fino all’occupazione tedesca, e che molti si salvarono per l’opera di assistenza da parte dei non ebrei, non si deve dimenticare lo zelo con cui furono preparate le liste degli ebrei e le responsabilità di gerarchi e funzionari. La politica di discriminazione razziale iniziata con le leggi del 1938 non tardò a tramutarsi in politica di persecuzione e, dopo l’armistizio e l’occupazione nazista del nord (1943), in politica di sterminio. Consolidato il secondo regime di Mussolini, incominciò la partecipazione dei nazisti alla caccia dell’ebreo: i nazisti pianificavano e dirigevano la deportazione; gli uomini di Salò eseguivano gli ordini non, come vorrebbero alcuni storici, da succubi, ma con gelo e crudeltà. Privati della cittadinanza, posti fuori legge, arrestati, gli ebrei italiani divennero facile preda delle SS e furono avviati ai campi di Ferramonti, di Fossoli, e di Bolzano, alla ricerca di San Sabba a Trieste, vere e proprie «anticamere della morte». Infine partirono per i lager nazisti, quasi tutti senza ritorno.

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